Che aspetti! Entra anche tu nei misteri del passato.
22 Novembre 2006
NUOVO ARTICOLO "La protocartografia della Terra del Fuoco e del Sudamerica" di Alberto Arecchi
08 Novembre 2006
NUOVO ARTICOLO "Gli enigmatici dadi di Tuscania" di Luana Monte e Ulf Richter
Secondo la tradizione cinese, i fiammiferi furono inventati nel 577 d.C. dalle dame di corte della dinastia Ch'i del Nord, mentre erano sotto assedio da parte dei nomadi dell'Asia centrale.
La protocartografia della Terra del Fuoco e del Sudamerica
Autore: Alberto Arecchi
Il titolo di questo studio richiede alcune considerazioni preliminari, per spiegare al lettore i limiti del tema trattato: limiti temporali, scientifici e di credibilità o probabilità delle tesi proposte.
La protocartografia è una scienza di cui si parla poco. Quasi nessuno nel modo attuale si dedica a tale disciplina. Un gruppo scientifico già noto a livello internazionale come Scuola Argentina di Protocartografia riunisce pochi studiosi che condividono la preoccupazione di scoprire, identificare ed analizzare le prime rappresentazioni cartografiche dell’America del Sud.
Come ha scritto il professor Enrique de Gandía, ad avere sviluppato la protocartografía sudamericana, e quella della Terra del Fuoco, “siamo tre uomini che attualmente viviamo in Argentina”: lo stesso professor de Gandía, il professor Dick Edgar Ibarra Grasso, e l’autore di queste note. Abbiamo piacere ed orgoglio nell’esporre il fatto che le nostre scoperte sono state riconosciute ed approvate dai migliori specialisti della cartografia antica, cui abbiamo esposto le nostre tesi nelle principali università europee.
Le splendide pitture, dai vivaci colori e dalle linee eleganti, apprezzabili ancora oggi, dopo millenni, nelle loro straordinarie tombe, mostrano gli Etruschi come un popolo amante della vita, della musica, della danza, dei banchetti, dei divertimenti.
Ed Erodoto afferma che si deve agli antenati degli Etruschi, i Lidi, l’invenzione dei vari giochi, raccontando anche in quale circostanza ciò avvenne: ”anche i giuochi attualmente in uso presso di essi e presso gli Elleni sarebbero, secondo i Lidi stessi, loro invenzione. Dicono che furono inventati nel loro paese, nell'epoca medesima in cui colonizzarono la Tirrenia.
Di tanto in tanto dai media viene data la notizia che finalmente Atlantide è stata ritrovata.
Puntualmente c'è sempre qualcuno che, per una infinità di ragioni - alcune comprensibili altre meno si affretta a smentire tutto. In ispecie fra gli "addetti ai lavori", una categoria (non ne la sua totalità, beninteso!) di cui l'umanità farebbe volentieri a meno visto che la molla principale che spinge taluni non è il piacere della ricerca né lo stupore della scoperta ma una smoderata considerazione di sé, del proprio ego, costi quelche costi. Il costo, ovviamente, lo paga la cultura e, in maniera più generale, il progresso.
Come i rami e le gemme crescono e sbocciano su ruvidi e secolari tronchi, così spesso capita che aspetti di una nuova religione attecchiscano su vetusti legni di passate credenze, assorbendone usi e tradizioni. Nel Cristianesimo, religione fortemente intrisa di elementi pagani, pur nel suo opporsi a tali pratiche, tale consuetudine è fortemente presente.
Esempio potrebbe essere Sant’Antonio, l’abate anacoreta su cui si sono accumulate e stratificate antiche credenze e remoti rituali in questo modo poi assorbiti dalla mistica figura attraverso un’operazione di sincretismo religioso.
Miste ad immagini fortemente cristiane, però, ecco che e feste stagionali rimangono ancora oggi il più evidente ricordo dell’ancestrale culto pagano delle campagne.
Attraverso un percorso nella "memoria", ovvero la capacità di ricordare ed essere ricordati, il Colosseo accoglie ancora una volta fra i suoi archi una mostra dedicata alla figura dell'intel-lettuale nel mondo antico, legata all'immagine delle muse ispiratrici del pensiero umano
Dopo il "Rito Segreto", la soprintendenza archeologica di Roma, nell'ambulacro interno dell'Anfiteatro Flavio, ha allestito una nuova mostra, inaugurata il 18 marzo, dal titolo evocativo e nostalgico, "Musa Pensosa", dedicata alla figura del pensatore nel mondo antico e all'immagine delle Muse, legate all'intelletto e alla creazione artistica. Come spiega il suo curatore, Angelo Bottini, soprintendente per i beni archeologici di Roma, "la mostra documenta la trasformazione delle muse nella personificazione di una serie di pratiche sopratutto intellettuali, sia speculative che artistico creative che coprono l'intero arco della cultura antica". L'immagine dell'intellettuale nell'antichità, secondo il suo curatore, è quella di una figura dedita alla riflessione sul destino individuale ed è legata "alla ricerca di un contatto diretto e salvifico con la divinità, alle radici dell'attività intellettuale nella sua dimensione prevalentemente collettiva".
Il Fanum Voltumnae, misterioso “cuore” dell’antica Etruria
Autore: Ulf Richter e Luana Monte
La civiltà etrusca, malgrado le ricerche, gli studi, le campagne di scavo effettuate, riesce ancora a nascondere segreti e misteri, e queste antiche ombre contribuiscono a renderla particolarmente affascinante ed intrigante.
Uno degli interrogativi che più frequentemente gli studiosi di cose etrusche si pongono è dove si trovasse veramente il cosiddetto “Fanum Voltumnae”, cioè “il santuario del dio Voltumna” (da fanum = tempio, santuario, luogo sacro).
In realtà, Voltumna non compare tra le divinità del pantheon etrusco: è documentato “solo da testimonianze letterarie ed epigrafiche latine”, anche se il suo nome è riconducibile all’etrusco velθa, e “può essere riconosciuto... in quello del mostro Volta che danneggiava la campagna volsiniese e che fu sgominato da Porsenna attraverso l’invocazione di un fulmine” . Allo stato attuale degli studi, un Veltune risulta in una “unica attestazione etrusca giunta fino a noi, sul celebre specchio di IV sec. a. C. da Tuscania”, in cui è raffigurato come un giovane barbato con una lancia. Sulla base dell’affermazione di Varrone, che lo definisce “deus Etruriae princeps”, Voltumna è stato assimilato a Tinia, il dio supremo degli Etruschi, equivalente al Giove latino: ”ritengo che dietro la forma latinizzata Voltumna sia da ricercarsi un epiteto, una qualificazione (di tipo funzionale, gentilizio o altro) del Tinia volsiniese”.
Questa è la storia di una ricca città della Magna Grecia che divenne una prospera colonia romana e che fu abbandonata dopo più di dieci secoli di vita. E’ la storia di una fetta della Calabria jonica, col suo barone e i suoi rigogliosi uliveti, bagnati dal sudore di contadini dalla pelle brunita dal sole. E’ la storia di Scolacium che gridava da sotto la terra fin dal 1800, o chissà da quanto prima, quando i suoi primi reperti venivano in luce sotto gli aratri ed andavano ad abbellire le case dei notabili del luogo o a placare il pianto di un bimbo che giocava.
Siamo a Borgia in provincia di Catanzaro, sono gli anni Sessanta del XX secolo ed un giovane archeologo, destinato ad una brillante carriera, Ermanno Arslan viene inviato da Giuseppe Foti, Soprintendente di una Calabria quasi priva di funzionari scientifici, ad indagare i resti antichi all’interno della proprietà dei baroni Mazza.
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