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5 Ottobre 2005 STORIA
Giorgio Fumagalli
''Tredesin de Marz'', una rozza pietra rotonda
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Il "Tredesin de Marz" è una pietra cara alla memoria dei Milanesi: fu tenuta in somma considerazione nell'antichità ed è stata poi custodita con grande amore, fino ai giorni nostri.
Questa pietra rotonda, con tredici scanalature radiali e foro centrale, è oggi collocata al centro della navata, nella chiesa di S. Maria al Paradiso in Milano. Parte della sua storia è scritta in latino, sulla lapide di marmo bianco che la incornicia: "Il 13 marzo del 51° anno del Signore, S. Barnaba Apostolo nel mentre predicava ai Milanesi il Vangelo di Cristo, non lungi dalle mura di Via Marina, a Porta Orientale, in questa pietra rotonda piantò il vessillo della Croce". Il fatto avvenne fuori della cinta della città, in un luogo dove la cultura latina non si era ancora imposta ed era ancora molto viva la tradizione locale, che si richiamava al patrimonio di conoscenze dei Celti.
In questi ultimi anni, la vicenda di S. Barnaba a Milano è ricordata con qualche imbarazzo dalla critica storica e persino dalla Chiesa Cattolica che la considera solo, come una pia leggenda. Sono dubbi che non ci sentiamo di condividere, anche perché non sono suffragati da studi specifici o da nuova documentazione. Al contrario, il comportamento di Barnaba è del tutto coerente con il personaggio descritto nel Nuovo Testamento. Anche l'ambiente dove si svolge l'episodio (vale a dire la città romanizzata e i luoghi immediatamente fuori le mura) trova più conferme che smentite, nelle recenti acquisizioni archeologiche.
Nessuno, comunque, può disconoscere il fascino di questa "rozza pietra rotonda" ed il senso di mistero che la avvolge; certamente doveva avere un peculiare significato, perché fu tenuta sempre in grande stima, anche se sembra realizzata in modo rozzo e disordinato. è difficile capire perché sia stata incisa senza un minimo di cura: un'operazione che non avrebbe neppure richiesto una grande abilità.
Per trovare una spiegazione abbiamo compiuto un'attenta indagine sulla pietra; l'abbiamo esaminata a lungo, in più occasioni, da diverse posizioni, sotto differenti angolature di luce, perfino ad occhi chiusi, sfiorandola con la punta delle dita.
Perché rotonda? Quale significato possono avere i settori, nei quali sembra divisa? Per qual motivo il foro? A cosa servono le scanalature? Per quale ragione, i segmenti non sono equidistanti? Come mai, non escono esattamente dal punto centrale?
La singolare forma e la finitura della pietra suggeriscono una simbologia, che fu associata ad una sorta di "Calendario Mistico". Taluni autori collegano la pietra al calendario celtico: "Tredesin, perché il loro calendario iniziava il tredicesimo giorno". In questo senso, è lecito pensare che il manufatto possa essere messo in relazione col cielo stellato, in quanto presso i Celti, la misura del tempo era strettamente legata all'astronomia. Lo scrittore latino Marziano Cappella ci descrive la suddivisione della volta celeste, immaginata dagli auguri etruschi: era divisa in sedici parti, nelle quali si trovavano le abitazioni delle diverse divinità. è probabile che la cultura celtica, quantomeno padana, avesse elementi in comune con quella etrusca ed è evidente una notevole analogia con la "pietra rotonda", anche se questa è ripartita in soli tredici settori.

Tredesin de Marz: la pietra rotonda, col foro nel centro ed i tredici raggi.

La forma tonda non deve sorprendere, perché la linea dell'orizzonte dà la sensazione che la volta celeste sia rotonda: anche le moderne rappresentazioni, che possiamo trovare su un qualsiasi atlante di geografia astronomica, sono rotonde e per essere utilizzate vanno opportunamente ruotate in funzione del giorno e dell'ora. Se questo era lo scopo della pietra, per meglio prestarsi alla bisogna, doveva essere ruotata, tenendola appoggiata su un piano passante per l'equatore celeste, quindi opportunamente inclinato; ma per girare intorno ad un punto, su un piano pendente, necessitava di un perno di sostegno e quindi un foro per infilarvela, per evitare che scivolasse sotto la spinta del suo peso.
E come poteva essere utilizzata, per individuare le stelle? Osservando a lungo la pietra, non solo si notano vistose asimmetrie, ma s'impara anche a riconoscere le singole scanalature, una per una: non ce ne sono due uguali. Queste irregolarità sono state interpretate come elementi di un'arte rozza: tesi poco convincente. Ribaltando completamente il ragionamento, vorremmo sostenere che le scanalature sono state fatte con apposito criterio e lungo studio: ciascuna di esse potrebbe indicare una specifica stella, o quantomeno il punto dove il suo meridiano incontrava l'equatore celeste.
Per individuare la posizione di una stella nel cielo non basta conoscere quest'indicazione, che gli astronomi chiamano "ascensione retta", è indispensabile sapere anche qual è l'altezza della stella, vale a dire la distanza angolare rispetto all'equatore celeste.
La pietra fornisce perfino questa indicazione. Basta osservare che le scanalature non sono tutte perfettamente orientate verso il centro; in genere, l'estremità a destra tende ad orientarsi verso l'alto, in modo più o meno accentuato: poche sono le scanalature si sovrappongono esattamente al raggio geometrico o volgono leggermente verso il basso.
Se non vogliamo attribuire anche queste irregolarità all'inesperienza dello scalpellino dobbiamo trovare una ben precisa ragione per tali anomalie.
Abbiamo pensato di associarle proprio all'altezza delle stelle, ipotizzando che ciascun astro, del quale si è indicato il meridiano, si trovi rispettivamente alto, intermedio, basso, oppure sotto all'equatore celeste, secondo quanto suggerito dalla deviazione di ciascun'incisione.
La lettura della pietra è più facile a farsi, che a dirsi; nessun altro strumento sarebbe più idoneo per indicare le stelle. Ogni incavo segnala la direzione e - nello stesso tempo - la sua divergenza dal raggio fornisce un'indicazione dell'altezza sull'equatore. Questo manufatto ha addirittura una prerogativa unica: le incisioni sono facilmente intelligibili perfino al buio, che è la situazione ottimale per chi guarda il cielo stellato. Basta sfiorare la pietra con le dita, mentre l'occhio scruta la volta celeste.
Il firmamento osservato dai Celti nell'Età del Ferro non era esattamente quello che oggi possiamo vedere. La diversa inclinazione dell'asse terrestre permetteva di scorgere un numero maggiore di stelle nell'emisfero australe; ma se la posizione di ciascun astro è riferita all'equatore celeste (variato anch'esso per lo stesso motivo) le coordinate non mutano sostanzialmente: va, comunque, ricordato che qualche stella è oggi meno appariscente di quanto lo fosse un tempo, come nel caso di Mira.
Ad ogni riga, incisa sulla pietra, è stato possibile associare i nomi dei corpi celesti che riteniamo potesse individuare, nonché loro altezza. Una decina di scanalature è relativa a stelle particolarmente importanti, tra le più citate nei testi che trattano dell'astronomia dei Celti; tre indicazioni, invece sembrano riferirsi ad astri meno vistosi: sono molto vicini all'equatore e forse erano utili proprio per individuare quest'importante curva celeste. Nel complesso, la corrispondenza tra le indicazioni e gli astri, ci sembra più che soddisfacente.
La nostra ipotesi chiarisce una mezza dozzina di quesiti, ai quali nessuno aveva mai saputo dare una risposta, perché si pretendeva sempre di vedere nel manufatto solo "una rozza pietra".
Difficile immaginare le più antiche vicissitudini dell'oggetto, tagliato forse per altre esigenze. Nonostante la presenza di un foro, nessuno ha mai ipotizzato che potesse trattarsi di una macina da mulino: che solitamente ha un diametro doppio ed uno spessore quantomeno triplo. Secondo taluni, la pietra forata ha un valore particolarissimo, risalente ad antichissime credenze indoeuropee: il foro si chiama "porta della liberazione", attraverso la quale l'anima può passare oltre e salvarsi.
La pietra può quindi essere appartenuta ad un primitivo luogo di sepoltura, anche se non necessariamente ad un'area cimiteriale.
Non è raro il caso di pietre, che poi sono state riutilizzate per diverse finalità e questo può essere accaduto anche alla nostra, che era particolarmente idonea ad indicare le stelle, non solo per la sua forma, ma soprattutto per il foro nel mezzo.
Difficile ipotizzare a cosa servisse esattamente questa pietra rotonda con tredici scanalature, ma sostanzialmente poteva avere due valenze: o fungere da meridiana notturna, oppure rappresentare una mappa del cielo stellato. Nel primo caso, poteva fornire indicazioni per la durata di riti notturni; nell'alto, permetteva di orientarsi meglio nel cielo stellato. In entrambe le eventualità, costituiva un vero congegno scientifico.
Oggi può sembrare strano, che una pietra possa essere ritenuta uno strumento astronomico, ma nell'antichità si usavano proprio manufatti con quest'aspetto e simili dimensioni. Ci riferiamo alle meridiane portatili: erano in pietra (come il Tredesin) e avevano forma e scanalature grossolanamente analoghe; anch'esse erano utilizzate dopo essere state debitamente posizionate. Guardandoli oggi, i segmenti tracciati sulla loro superficie appaiono disordinati e privi di significato, mentre corrispondevano a precise posizioni del sole.
Lo stesso - probabilmente - vale anche per il Tredesin, costruito per indicare la posizione delle stelle, ma oggi considerato solamente una rozza pietra rotonda.

IL TREDESIN, col nome delle stelle che presumibilmente indicava e la loro altezza, rispetto all'equatore celeste.

1. Lo studio che correla la geometria delle incisioni, con la posizione d'alcuni astri è disponibile, per chi fosse interessato. L'impostazione scientifica è abbastanza coerente, ma lo svolgimento è piuttosto grossolano: si è voluto privilegiare la correttezza della metodologia, piuttosto che la raffinatezza nei calcoli.
Uno studio più approfondito sarebbe senz'altro facilmente realizzabile, in quanto la pietra si può fotografare e misurare senza difficoltà: I costi tecnici di tale ricerca sono pressoché nulli; non necessita alcuna autorizzazione; la disponibilità, da parte della Parrocchia citata, è completa.
Ritengo, invece, più difficile riuscire a costituire un piccolo gruppo di lavoro, di tecnici con specifiche competenze, quantomeno in archeologia, astronomia e matematica. Le mie competenze in questi settori non sono particolarmente approfondite; in archeologia: sono un dilettante ed autodidatta; quanto all'astronomia: ho letto con cura i testi di Gaspani e ho verificato con lui alcune documentazioni; la matematica: la insegno ai licei.
Vedrei con piacere una tale verifica, ma non la ritengo essenziale. L'articolo proposto trova il suo punto di forza nella metodologia proposta:
a) prescindere dalle "solite considerazioni": se necessario, provare a ribaltarle,
b) evitare ipotesi vaghe,
c) una volta formulata un'ipotesi, bisogna tentare di dimostrarla, con considerazioni il più possibile semplici e chiare.
2. Per orientarsi, nella lettura delle due figure, è necessario individuare un'asse di riferimento. Suggerirei quello costituito da due raggi, che sembrano formare un diametro. Uno di essi è facilmente individuabile sulla foto perché termina con una discontinuità (tappata con cemento bianco). Ruotando la figura fino ad avere questo punto di riferimento in basso, ci troviamo con sei raggi a sinistra e cinque a destra.
Il disegno riproduce una vista azimutale (la foto no) e ha un aspetto apparentemente diverso dalla fotografia. Per la sua lettura, anche il disegno va ruotato: il raggio da volgere verso il basso è diretto verso Spica, mentre quello opposto indica Mira.
Tra Spica e Arturo, i raggi formano una "V", ben individuabile anche sulla foto. Le scanalature che seguono sono ben differenziate, separate e pressoché radiali; infatti, abbiamo Antares, che è poco sopra l'equatore, nonché Altair e altre due stelle che sono equatoriali.
Dopo Mira, abbiamo un'altra "V", perché Algol è una stella alta. Seguono Rigel e Procione (equatoriali), un'altra "V", per Castore che è alta. Infine troviamo una stella bassa e Regolo, equatoriale.
Questa lettura può essere fatta agevolmente sia sulla foto, sia sul disegno.
3. Il contenuto dell'articolo è già stato proposto (in forme diverse) in altre occasioni. Esso costituisce una parte di un capitolo di "MILANO CELTICA E I SUOI CITTADINI", dove è prospettato in un contesto storico molto più ampio. La stesura che qui propongo è adattata a quelle che ritengo siano le vostre esigenze.

di Giorgio Fumagalli
mfumagalli@infinito.it


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