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I “QUATTRO” RE MAGI

Per secoli ci hanno detto che erano tre. Tre Re, tre doni, tre cammini che convergono verso un’unica capanna, sotto una stella immobile. L’immagine è diventata così potente da sembrare eterna, quasi biblica. Eppure, se si torna alle origini, alle prime immagini cristiane nate quando il cristianesimo era ancora una fede perseguitata e sotterranea, quella certezza comincia a incrinarsi.

Nelle Catacombe di Domitilla a Roma, uno dei più vasti complessi funerari cristiani dell’antichità, esiste un affresco databile tra la fine del III e l’inizio del IV secolo d.C. (circa 280–320 d.C.). In quell’immagine, semplice e consumata dal tempo, i Magi non sono tre. Sono quattro. Quattro figure in abiti orientali avanzano verso Maria e il Bambino, in una scena che precede la fissazione iconografica successiva. Non ci sono corone, non c’è sfarzo: solo il gesto del cammino e dell’offerta. L’affresco è noto agli studiosi di arte paleocristiana ed è citato, tra gli altri, da Giovanni Battista de Rossi, fondatore dell’archeologia cristiana moderna, nei suoi studi sulle catacombe romane nel XIX secolo.

Questo dato sorprende perché, nei Vangeli canonici, il numero dei Magi non viene mai indicato. Il Vangelo di Matteo (2,1–12), l’unico che li menzioni, parla semplicemente di magoi apo anatolôn, “sapienti dall’Oriente”. Tre non sono i Magi, ma i doni: oro, incenso e mirra. È solo tra il IV e il VI secolo d.C. che, in Occidente, si consolida l’idea dei tre Magi, probabilmente per ragioni simboliche (la Trinità) e narrative. In Oriente, invece, le tradizioni furono diverse: in alcune chiese siriache e armene i Magi arrivano a essere dodici, mentre in altre fonti ne compaiono quattro.

È in questo spazio di pluralità, prima che la tradizione si irrigidisca, che nasce la figura più affascinante e dimenticata: Artaban, il quarto Re. La sua storia non viene dai Vangeli, ma da un racconto tardo, profondamente simbolico. La versione più famosa ci arriva attraverso lo scrittore e teologo statunitense Henry van Dyke, che nel 1895 pubblica il racconto The Other Wise Man. Van Dyke si ispira però a tradizioni orientali più antiche, probabilmente di area persiana e siriaca, circolanti già nel IV–V secolo d.C., anche se in forma frammentaria.

Artaban parte insieme agli altri sapienti. Porta con sé tre doni preziosi, destinati al Re dei Re. Ma lungo il cammino accade qualcosa di diverso. Artaban incontra un uomo ferito e vende uno dei suoi doni per salvarlo. Più avanti incontra un bambino affamato, poi una donna perseguitata. Ogni volta si ferma. Ogni volta rinuncia a qualcosa. Non corre. Non è in testa al corteo. È come se il suo tempo fosse più lento, o forse più umano. Quando finalmente arriva a Betlemme, è tardi. Maria, Giuseppe e il Bambino non ci sono più. La stella si è spenta. Rimane solo il silenzio e lo sconforto di chi sente di aver fallito.

Questo tema del “ritardo” è centrale e potentissimo. Nella tradizione cristiana antica, il ritardo non è sempre una colpa: spesso è lo spazio della misericordia. Van Dyke colloca la fine della storia di Artaban trenta e tre anni dopo, a Gerusalemme, durante la crocifissione. È lì che il quarto Re comprende finalmente la verità: il Re che cercava lo aveva incontrato ogni giorno, negli affamati, nei feriti, negli esclusi. Non lo aveva riconosciuto, ma lo aveva servito.

Questa intuizione non è casuale. Risuona chiaramente con il Vangelo di Matteo 25,35–40, scritto probabilmente tra il 70 e l’85 d.C., dove Cristo dice: “Avevo fame e mi avete dato da mangiare… ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. Artaban diventa così una figura teologica, più che storica: l’uomo che non arriva mai al luogo sacro, perché il sacro gli viene incontro lungo la strada.

L’affresco delle Catacombe di Domitilla, consumato e quasi invisibile, e la leggenda del quarto Re raccontano la stessa cosa da due estremi del tempo. Prima che la tradizione fissasse numeri, nomi e corone, il cristianesimo era un racconto aperto, fatto di cammini diversi e di interpretazioni plurali. I Magi non erano ancora statue da presepe, ma simboli del cercare umano.

Forse il quarto Re è rimasto indietro non perché ha sbagliato strada, ma perché ha preso sul serio il mondo. E forse è per questo che, pur non arrivando mai in tempo, è l’unico che arriva davvero.

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