Rivoluzionarie prove fossili provenienti dall’Etiopia stanno mettendo in discussione decenni di consenso scientifico sulle origini umane. Nuove scoperte suggeriscono che il famoso fossile di Lucy , a lungo considerato un antenato diretto degli esseri umani moderni, potrebbe invece rappresentare solo un ramo di un albero evolutivo molto più complesso. I risultati, pubblicati sulla rivista Nature, collegano fossili precedentemente misteriosi a una distinta specie di ominide che visse accanto ai simili di Lucy 3,4 milioni di anni fa.
Per mezzo secolo, l’Australopithecus afarensis, la specie a cui appartiene Lucy, ha occupato una posizione privilegiata nella storia dell’evoluzione umana. Scoperto nel 1974 nel Triangolo di Afar in Etiopia, lo scheletro di 3,2 milioni di anni fa è stato salutato come il più completo antenato umano primitivo mai trovato e sembrava offrire un chiaro collegamento tra le prime creature scimmiesche e il genere Homo. Ora, i ricercatori stanno dipingendo un quadro più sfumato delle nostre origini, che coinvolge più specie di ominidi che coesistono nello stesso ambiente e competono per le risorse.
La svolta arriva da un’analisi dettagliata dei fossili recuperati nella regione di Woranso-Mille, nella Rift Valley di Afar, in Etiopia, secondo la ricerca pubblicata da Haile-Selassie e colleghi. Tra gli esemplari più interessanti c’è un piede parziale di 3,4 milioni di anni fa, noto come “piede di Burtele”, scoperto nel 2012 ma inizialmente non assegnabile ad alcuna specie nota. L’anatomia del piede raccontava una storia avvincente: a differenza della specie di Lucy, che aveva piedi adattati per camminare eretti sul terreno, questo piede conservava un alluce opponibile progettato per afferrare i rami degli alberi.
Recenti ricerche sul campo hanno ora portato alla luce ulteriori fossili di mascelle e denti provenienti dallo stesso orizzonte geologico del piede di Burtele. Questi esemplari appena recuperati, tra cui una mandibola giovanile designata BRT-VP-2/135, condividono caratteristiche diagnostiche con Australopithecus deyiremeda, una specie di ominide descritta per la prima volta nel 2015 sulla base di resti frammentari provenienti dalla stessa regione. La corrispondenza anatomica consente finalmente agli scienziati di collegare con sicurezza il misterioso piede a questa specie distinta, confermando che A. deyiremeda non era semplicemente una variante della specie di Lucy, ma una linea evolutiva completamente separata.
I fossili recentemente analizzati rivelano che A. deyiremeda conservava caratteristiche più primitive rispetto ad A. afarensis, in particolare nella struttura dentale e nell’anatomia del piede. La specie aveva denti canini più piccoli e non presentava le caratteristiche mascellari prominenti tipiche della specie di Lucy. L’analisi chimica dello smalto dei denti indica che A. deyiremeda si nutriva principalmente di alimenti di foresta come frutta e foglie, una dieta dominata da quelle che gli scienziati chiamano piante “C3”. Questo contrasta nettamente con A. afarensis, che consumava una dieta più varia, che includeva erbe e carici.
Forse l’aspetto più significativo è che la ricerca suggerisce che A. deyiremeda potrebbe essere più strettamente imparentato con una specie ancora più antica, Australopithecus anamensis, che con la specie di Lucy. A. anamensis visse più di 4 milioni di anni fa nell’Africa orientale ed è stato a lungo considerato un possibile antenato di A. afarensis. Tuttavia, se la nuova interpretazione è corretta, A. anamensis potrebbe in realtà collocarsi più vicino alla base dell’albero genealogico umano, dando origine a molteplici rami successivi, tra cui sia la linea di discendenza di Lucy che altre. Questo scenario mina la visione tradizionale di A. afarensis come unico tronco ancestrale da cui sono discesi tutti gli esseri umani successivi.
La scoperta si aggiunge alle crescenti prove che l’Africa orientale, tra 3,5 e 3,3 milioni di anni fa, ospitava molteplici specie di ominidi, ciascuna delle quali occupava nicchie ecologiche distinte. Piuttosto che una semplice progressione lineare verso gli esseri umani moderni, l’evoluzione umana assomiglia sempre più a una fitta “macchia” evolutiva in cui molte specie diverse sperimentarono diete, comportamenti e strategie locomotorie diverse. Alcune, come la specie di Lucy, erano più terrestri e consumavano cibi diversi. Altre, come A. deyiremeda, rimasero più strettamente legate agli habitat forestali e agli stili di vita arboricoli.
Non tutti i ricercatori concordano sul significato di queste scoperte per lo status di Lucy nell’evoluzione umana. Alcuni scienziati sostengono che A. afarensis rappresenti ancora la prova più convincente per essere un antenato del genere Homo, evidenziandone la distribuzione geografica, le caratteristiche anatomiche e la posizione cronologica. Altri sostengono che la natura frammentaria della documentazione fossile non consentirà mai di dare una risposta definitiva alle domande sull’ascendenza diretta. Ciò che rimane indiscutibile, tuttavia, è che Lucy non era sola nel suo mondo.
La nuova ricerca evidenzia quanto ancora ci sia da scoprire sulle nostre origini. Ogni ritrovamento fossile aggiunge un tassello a un puzzle sempre più intricato, che mette in discussione narrazioni semplici e richiede agli scienziati di riconsiderare ipotesi consolidate. Il percorso dalle antiche scimmie agli esseri umani moderni non è stato lineare, ma piuttosto un’intricata rete di esperimenti evolutivi, alcuni riusciti e altri che alla fine hanno portato all’estinzione.
Con il proseguimento delle ricerche sul campo in Etiopia e altrove, i ricercatori si aspettano di scoprire nuove sorprese. La storia dell’evoluzione umana, lungi dall’essere risolta, continua a essere scritta con ogni nuovo fossile che emerge dagli antichi paesaggi africani. Lucy potrebbe non essere stata la nostra antenata diretta, ma la sua eredità permane a ricordarci sia quanto siamo progrediti nella comprensione del nostro passato, sia quanto abbiamo ancora da imparare.
Di Gary Manners













