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21 Aprile 2004 MISTERO
Fabio Truppi
Atlantide tra mito e archeologia
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Da quando per la prima volta venne resa nota, oltre duemila anni fa, forse mai nessun'altra storia quanto quella del mito di Atlantide ha affascinato e interessato l'uomo così a lungo.
Pare che la leggenda di questa elevata civiltà insulare, drammaticamente scomparsa per sempre, riesca a colpire l'attenzione e il cuore del lettore anzitutto, probabilmente, per quel senso di malinconica perdita di un mondo meraviglioso ed esemplare, secondo quanto il suo autore ci ha lasciato intendere.
In secondo luogo perché, a partire dai primi grandi viaggi del XV sec. d. C., alcuni hanno smesso di rimanere nella sfera 'fantastica' per lanciarsi finalmente nell'effettivo ritrovamento dell'isola, in qualunque parte del mondo essa si trovi.

Anfora attica a figure rosse: Odisseo e Nausicaa, metà sec. V a.C. ca. Monaco, Antikensammlungen (da: GUIDORIZZI 1996, fig. 5).

Non sorprende dunque il fatto che Atlantide, combattuta tra innumerevoli controversie interpretative, sia stata identificata quasi dappertutto e quasi con ogni grande civiltà del passato, né che su tale mito sia stata scritta una quantità enorme di libri scientifici, fantastici, esoterici.
Questo perché Platone (427 - 347 a. C.), il primo narratore di un mito così longevo, mescola magistralmente in un unico resoconto, trascritto in due Dialoghi, leggenda e realtà, creazione letteraria e conoscenze dell'epoca, concetti filosofici e tradizioni orali.
Poter scindere il 'reale' dal 'letterario' è il lavoro più arduo, specie se si è convinti davvero che un nucleo di verità sia giunto a Platone da fonti egizie e riguardi il declino di quell'antica e prospera civiltà che molti considerano essere Creta, drammaticamente colpita dalla distruttiva eruzione del vulcano di Thera.
Fin da quando Platone fece conoscere agli uomini il mito di Atlantide, la sua vita quotidiana e la sua invidiabile prosperità, questi ne sono rimasti attratti e stupiti e hanno tentato o di minimizzarla, considerandola una specie di fiaba, o di autenticarla localizzandone i resti. Questi due tipi di reazione sono rintracciabili già in chi visse subito dopo la scomparsa di Platone. Aristotele (384 - 322 a. C.), suo discepolo, traccia un parallelo tra il racconto di Atlantide e la descrizione, dataci da Omero, di un muro che i Greci avevano innalzato attorno all'accampamento davanti a Troia e che poi fu abbattuto per intervento divino. Per Aristotele entrambi i racconti sono fantasie poetiche escogitate dagli autori per favorire la scorrevolezza della narrazione. Aristotele procede avanzando l'ipotesi che, come Omero aveva eliminato il muro dopo che questo aveva esaurito il suo scopo, Platone aveva inabissato Atlantide nelle profondità oceaniche per prevenire il critico che gli avrebbe potuto chiedere l'attuale ubicazione dell'isola.

La fine di Atlantide in una ricostruzione pittorica. Maria Rosaria Dragonetti (2003).

"L'uomo che l'ha sognata, l'ha anche fatta scomparire"; quest'ultima fu la sbrigativa e disincantata soluzione del problema di Atlantide secondo Aristotele(1), e ancora oggi molti studiosi la pensano come lui, vedendo magari nella leggendaria Atlantide un racconto inventato da Platone per illustrare una società ideale(2).
Il problema però non si risolse con Aristotele.
Il primo editore del Timeo, Crantore (300 a. C. ca.), andò all'estremo opposto, ritenendo che il racconto platonico dovesse essere, in tutti i suoi punti, autentico, indiscutibile, parola per parola, sotto l'aspetto storico.
Egli arrivò addirittura a far condurre un'indagine in Egitto per controllare l'autenticità delle fonti della narrazione. I sacerdoti avrebbero risposto che il racconto si conservava ancora 'sui pilastri'(3).
Sin da allora i modi di concepire l'Atlantide avrebbero oscillato fra questi due poli.
Nelle carte medievali e successive, per esempio quella di Paolo del Pozzo Toscanelli, pubblicata nel 1475 e utilizzata da Cristoforo Colombo, i mari a occidente dell'Europa e dell'Africa sono costellati di isole grandi e piccole. Tra queste si trova Antillia (donde il nome delle Antille) che quasi certamente tramanda, in forma alterata, il nome dell'Atlantide platonica(4).
L'interesse per Atlantide rinacque, in effetti, con la scoperta delle Americhe, e da quel momento non ha fatto che crescere, trasformandosi in una vera e propria nevrosi(5).
Nel 1492, lo stesso Cristoforo Colombo scoprì che, di là dell'Atlantico, esisteva davvero una terra: e il filosofo e studioso inglese Francis Bacon (Londra, 1561 - Highgate, 1626), facendo propria tale teoria nel suo incompiuto romanzo utopico The New Atlantis (opera postuma del 1627), suggerì che avrebbe potuto trattarsi del continente descritto nel Crizia. A questo romanzo, com'è noto, seguiranno poi nei secoli innumerevoli opere letterarie che includeranno Atlantide nella loro struttura narrativa, in primis, tra i generi letterari, la Fantasy.
Bastino come esempio nomi come Pierre Benoît, Edgar R. Burroughs, Robert E. Howard, Poul Anderson, Marion Z. Bradley, Ursula K. Le Guin, Roger Zelazny, John R. R. Tolkien, David Gemmell, per comprendere quanto Atlantide abbia da sempre ispirato creativamente grandi autori nella stesura compositiva.
Secondo numerosi studiosi, la descrizione che Platone fa di Atlantide, ovvero un'isola ricca e prospera, frequentata da navi provenienti da tutto il mondo, sembra corrispondere mirabilmente all'immagine di Thera, i cui porti accoglievano navi provenienti dai vari lidi del Mediterraneo orientale.
Risale al 1885, ad opera di A. Nicaise, il primo tentativo di identificare Thera con l'Atlantide platonica(6).

La geometrica struttura della capitale di Atlantide in una ricostruzione tridimensionale. Illustrazione di Antonio Truppi (2003).

Convinti che un avvenimento così devastante come l'esplosione del vulcano di Thera dovesse aver lasciato tracce nella memoria e nell'anima dei Greci, molti autori, come Spyridon Marinatos, il primo scavatore di Akrotiri, hanno ritenuto di poter collegare il mito di Atlantide col ricordo della civiltà protostorica di Thera.
è accaduto forse che, nel narrare questa storia, il grande filosofo ateniese abbia intenzionalmente rivolto la propria attenzione a varie tradizioni orali che si riferivano alla catastrofe e si erano tramandate nel mondo egeo per secoli e secoli.
Marinatos ammise che vi fosse nel mito di Atlantide un nucleo di verità. Secondo lui, i sacerdoti egizi che prospettarono a Solone la storia e la fine di Atlantide, si riferivano indirettamente all'eruzione di Thera della tarda età del Bronzo.
Così, la vasta e definitiva distruzione della potente flotta minoica, provocata da violenti maremoti, si ripercosse in una brusca cessazione dei contatti tra il mondo minoico e l'Egitto. Inoltre la notizia dell'inghiottimento in mare di un'intera isola dovette di sicuro raggiungere molto velocemente l'Egitto. Dunque, secondo Marinatos, non fu difficile che gli Egizi confondessero Creta con Thera, immaginando che la civiltà sommersa non fosse altro che quella della grande isola (Creta) con cui essi avevano improvvisamente perso i contatti(7).
La teoria di Marinatos ispirò il professor A. Galanopoulos dell'Istituto Ateniese di Sismologia a tentare su basi geologiche un'identificazione di Atlantide non solo con Creta, ma con Thera stessa.
A parere di Galanopoulos, le due regioni che costituivano l'Atlantide - l'antica metropoli e la città reale - corrispondevano rispettivamente a Thera e a Creta.
L'attuale sistemazione circolare delle isole di Thera, Therasia e Aspronisi rappresenta secondo Galanopoulos le vestigia di uno degli anelli di terra, alternantisi con i canali circolari, che circondavano l'acropoli di Atlantide. L'attuale caldera consisterebbe in parte nel vecchio canale, e l'acropoli dovrebbe essersi trovata sul cono centrale che sprofondò dopo l'eruzione della tarda età del Bronzo(8).
Galanopoulos ebbe un consistente seguito di studiosi i quali condividevano la sua teoria di identificazione dell'Atlantide, l'isola maggiore, con la Creta minoica.
Più recentemente John V. Luce, professore di discipline classiche al Trinity College di Dublino, e Nikolas Platon, scavatore del palazzo di Zakros a Creta, hanno rafforzato l'ipotesi cretese dell'Atlantide ma hanno dovuto correggere le varie discrepanze tra la loro teoria e alcuni elementi descrittivi di Platone(9).
Una di queste è l'aver posto Atlantide nell'Atlantico e non nel Mediterraneo. L'irlandese Luce, in particolare, inizia col porre all'attenzione un elemento indubbiamente fuorviante: il nome stesso di Atlantide. Asserisce, infatti, che esso sia la più ingannatrice delle guide. Atlantide, in effetti, non deriva da Atlantico.
Sotto il profilo linguistico i due nomi appartengono a una stessa famiglia, ed entrambi derivano da Atlante, il titano che reggeva il cielo sulle spalle. In greco sono aggettivi di Atlante e significano rispettivamente '(isola) di Atlante' e '(mare) di Atlante'.

Parte dell'affresco della "Flotta" nella West House, Akrotiri, isola di Thera (da: MARINATOS 1984, fig. 22, p. 40).

Se, dunque, ci si serve del nome di Atlantide come di un indizio della sua collocazione, è necessario considerare quale fosse l'ubicazione originaria del mitico Atlante, un tempo ben addentro il Mediterraneo prima che il graduale ampliamento delle conoscenze geografiche dei Greci lo spingesse a ovest fino a porlo sulla catena dell'Alto Atlante in Marocco.
Platone, a quanto pare, doveva conoscere tutte le isole all'interno del Mediterraneo, ma le riteneva troppo piccole per essere in grado di organizzare un'invasione delle proporzioni richieste. Di conseguenza l'Atlantide, isola capitale dell'impero marittimo, dovette essere ingrandita a un punto tale da non trovare più spazio all'interno dello Stretto, per cui si ritenne necessario porla fuori nell'oceano, oltre le Colonne d'Ercole(10).
Da qui l'utilizzo ideale di un evento catastrofico realmente accaduto, rimanipolato e influenzato dall'epica omerica, nei modi ben illustrati nel terzo e, conclusivamente, nel quarto capitolo del saggio Atlantide tra mito e archeologia, edito dall'Editore Bardi di Roma.
Platone, naturalmente, era consapevole della natura ambigua e affascinante del racconto e del potere fortemente suggestivo che esso poteva esercitare nella mente umana, così lo impiega consapevolmente attraverso l'uso del dialogo e di un'allegoria basata su un mito reale: Atlantide.
Sicuramente però né lui stesso né i suoi lettori, avrebbero mai immaginato che con Atlantide ci si sarebbe trovati di fronte ad uno dei casi letterari più discussi della storia, nonché al Mistero archeologico per eccellenza.
Con Atlantide tra mito e archeologia si presenta un lavoro "titanico", per la ricerca bibliografica occorsa e per l'esaustiva sintesi operata, in cui si vede riadattata a saggio archeologico-letterario quella che originariamente è nata come Tesi di Laurea in Archeologia, e che pertanto si sviluppa di per sé come un'opera assolutamente documentata e attendibile.

Atlantide. Ricostruzione grafica digitale. Dalla Bryce3D Gallery (http://home.earthlink.net/~greyson2/Bryce-Art1.htm)

Ripercorrendo dunque la storia del mitico continente nella sua completezza e cronologia, fino alle ultime importanti teorie esposte, il tema ATLANTIDE è affrontato partendo necessariamente dal contesto storico in cui prese forma, analizzando poi tutte le ipotesi più convincenti avanzate circa la reale o meno ubicazione dell'isola perduta, con una approfondita esposizione nel terzo capitolo dei dati scientifici e archeologici riguardanti il nesso con Creta e Thera, per poi concludere illustrando una teoria personale con la quale tento di offrire una plausibile spiegazione alla formazione del mito stesso.
Nell'ultimo capitolo infatti, per la prima volta, ho operato una diretta comparazione testuale che focalizza, a mio avviso in modo rivelatorio, il mito di Atlantide in un chiaro contesto storico, filosofico, letterario, mitologico e soprattutto epico, nelle sue sorprendenti analogie con alcuni Canti dell'Odissea di Omero, da cui emergono le radici della sua probabile genesi filosofico-letteraria.
Sarà semplicemente l'ennesima ipotesi su Atlantide? E magari quella definitiva? A queste domande, inevitabilmente incombenti su ogni saggio che tratta un argomento così complesso e controverso, non può essere facile rispondere.
Ciò che ho ritenuto con convizione di fare è di offrire, in ultima analisi, un nuovo terreno di confronto su un argomento a cui nessuno riesce davvero a mettere la parola 'Fine'.
Nonostante anni di ricerche e congetture, pur con l'impressione di accostarsi sempre più alla verità, sembra comunque che non si riesca mai a cogliere appieno quel che si cela dietro tale inafferrabile mito, e paradossalmente è proprio questo che ha contribuito per molti a rendere Atlantide stessa simbolo ideale della 'ricerca', costantemente in bilico tra mito e realtà.


Note:
(1) La scettica opinione del discepolo di Platone è deducibile da due passi di Strabone, (II, 102 e XIII, 598). Cfr. PROCLO in Timeo 61a (Diehl I, p. 197).br> (2) Cfr. A. C. AMBESI, Atlantide: il continente perduto, Milano 1994, pp. 9-15.
(3) PROCLO, in Timeo 24a-b (Diehl I, p. 76).
(4) Cfr. L´Enciclopedia dei Misteri, a cura di A. CASTELLI, Milano 1993, p. 25.
(5) Cfr. L. SPRAGUE DE CAMP, Il mito di Atlantide e i continenti scomparsi, Roma 1998 (1970), p. 36.
(6) Cfr. C. G. DOUMAS, The Wall-Paintings of Thera, Athens 1992, p. 150.
(7) Ibid., p. 151.
(8) Ibid., pp. 151-152.
(9) Ibid., p. 153.
(10) Cfr. J. V. LUCE, La fine di Atlantide Nuove luci su un´antica leggenda, Roma 1997 (1969), p. 34.

di Fabio Truppi
fabian-@libero.it


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