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3 Febbraio 2002 ARCHEOLOGIA
La redazione di La Porta del Tempo
Breve esegesi delle fonti bibliche relative all´Arca dell´Alleanza
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tempo di lettura previsto 28 min. circa

Non è facile condurre uno studio sulle fonti bibliche e riuscire a prescindere dalla portata del messaggio religioso. Ma volendo affrontare il tema dell´Arca dell´Alleanza da un punto di vista agnostico, per così dire, ci si propongono immediatamente alcuni interrogativi. Che cosa fosse l´Arca in realtà, se ancora esista, ed in questo caso, dove si trovi. Ci soffermeremo solo sul primo di essi, già di per sé di difficile soluzione e dalle implicazioni notevoli e delicate.

I primi riferimenti all´Arca appartengono al periodo delle "peregrinazioni nel deserto", dopo che il profeta Mosè ebbe liberato i figli d´Israele dalla cattività egiziana, attorno al 1250 a.C. Nel capitolo 25 del libro dell´Esodo leggiamo che fu Dio in persona a rivelare a Mosè le esatte dimensioni della sacra reliquia e i materiali da usare per costruirla. Esodo 25, 10:

"Faranno dunque un´arca di legno di acacia: avrà due cubiti e mezzo di lunghezza, un cubito e mezzo di larghezza, un cubito e mezzo di altezza. La rivestirai d´oro puro: dentro e fuori la rivestirai e le farai intorno un bordo d´oro. Fonderai per essa quattro anelli d´oro e li fisserai ai suoi quattro piedi: due anelli su di un lato e due anelli sull´altro. Farai stanghe di legno di acacia e le rivestirai d´oro. Introdurrai le stanghe negli anelli sui due lati dell´arca per trasportare l´arca con esse. Le stanghe dovranno rimanere negli anelli dell´arca: non verranno tolte di lì. Nell´arca collocherai la Testimonianza che io ti darò...."

Questo è solo una parte delle articolate indicazioni per la costruzione dell´Arca, seguite nel testo da altrettanto precise indicazioni per la costruzione di una tavola di legno per i pani dell´offerta e del candelabro.

L´arca consta di due elementi rilevanti. Il primo è il "propiziatorio" (kapporet), una lastra d´oro lunga 1, 25 metri e larga 75 centimetri, che la ricopriva.

Secondo elemento: i cherubini, che sovrastavano il propiziatorio. Unica raffigurazione permessa nella tenda-santuario, i cherubini erano esseri metà umani e metà animali ed erano già presenti nell´arte sacra orientale come custodi del tempio e del palazzo reale. Ne troviamo esempi nell´iconografia di molti popoli dell´antico oriente.

L´acacia di cui si parla nel testo non è da confondere con la robinia, che in alcune regioni d´Italia è chiamata acacia. L´acacia appartiene alla stessa famiglia della mimosa, ma ha i fiori bianchi. Cresce ancora oggi nella penisola del Sinai dove è l´unica pianta che fornisce un legno lavorabile, leggero e resistente.

Per realizzare il volere di Dio, Mosè, si recò da un artigiano di nome Bezaleel, uomo "riempito dello Spirito di Dio", dotato di (Esodo 31, 3 e ss) :

"saggezza, intelligenza e scienza in ogni genere di lavoro, per concepire progetti e realizzarli in oro, argento e rame, per intagliare le pietre da incastonare, per scolpire il legno e compiere ogni sorta di lavoro".

Belzaleel fece l´Arca come gli era stato ordinato e Mosè vi pose all´interno le due Tavole di pietra ricevute da Dio sul Monte Sinai, vedremo dopo con quali modalità. L´oggetto sacro, pieno del suo contenuto prezioso, fu posto dietro il "velo" nel Sancta Sanctorum del tabernacolo la struttura portatile a forma di tenda che gli Israeliti usavano come luogo di culto durante le peregrinazioni nel deserto: Esodo 40, 20-21

"Presa la Testimonianza, la pose dentro l´arca; mise le stanghe all´Arca e pose il coperchio sull´arca; poi introdusse l´arca nella Dimora, collocò il velo che doveva fare da cortina e lo tese davanti all´arca della Testimonianza, come il Signore aveva ordinato a Mosè."

Da questo momento, cominciarono verificarsi fenomeni di difficile spiegazione.

Nadab e Abihu erano figli di Aronne, il Sommo Sacerdote fratello di Mosè. In quanto membri della casta sacerdotale, avevano libero accesso al tabernacolo, e un giorno vi entrarono portando dei bruciatori per l´incenso: Levitico, 10, 1-2

"Ora Nadab e Abiu, figli di Aronne, presero ciascuno un braciere, vi misero dentro il fuoco e il profumo e offrirono davanti al Signore un fuoco illegittimo, che il Signore non aveva loro ordinato. Ma un fuoco si staccò dal Signore e li divorò e morirono così davanti al Signore." La traduzione dello stesso brano della Bibbia di Gersualemme recita come segue:

"Poi dalla presenza di Yahweh, guizzò fuori una fiamma e li consumò ed essi perirono alla presenza di Yaweh."

Dopo la morte dei due fratelli, il Signore parlò a Mosè dell´accaduto, dicendo: Levitico 16, 1-2

"Parla ad Aronne tuo fratello e digli di non entrare in qualunque tempo nel santuario, oltre il velo, davanti al coperchio che è sull´arca; altrimenti potrebbe morire quando io apparirò nella nuvola sul coperchio"

E nella Versione Autorizzata della Bibbia di Re Giacomo, per lo stesso passo leggiamo:

"...che egli non muoia: perché io apparirò nella nube sopra il trono"

Il trono di Dio, o coperchio, era la lastra d´oro zecchino che serviva come copertura dell´Arca, sulla quale stavano, uno a destra e uno a sinistra, i cherubini. "La nube sopra il trono" doveva dunque posizionarsi tra i due cherubini. Non era sempre presente, ma quando compariva suscitava paura e terrore, e neppure Mosè osava avvicinarsi. Altro fenomeno si manifestava tra i cherubini. Nel libro dei Numeri (7, 89) leggiamo, infatti, che :

"Quando Mosè entrava nella tenda del convegno per parlare con il Signore, udiva la voce che gli parlava dall´alto del coperchio che è sull´arca della testimonianza fra i due cherubini; il Signore gli parlava".

Giunse per gli Israeliti il tempo di abbandonare l´accampamento ai piedi del Monte Sinai. Numeri 10, 33-36:

"Così partirono dal Monte del Signore e fecero tre giornate di cammino; l´arca dell´alleanza del Signore li precedeva durante le tre giornate di cammino, per cercare loro un luogo di sosta. La nube del Signore era sopra di loro durante il giorno da quando erano partiti. Quando l´Arca partiva, Mosè diceva: «Sorgi Signore, e siano dispersi i tuoi nemici e fuggano da te coloro che ti odiano.» Quando si posava diceva: «Torna, Signore, alle miriadi di migliaia di Israele»".

Nel corso del viaggio l´Arca guidava la colonna, portata a spalla dai Kohathiti, una sottotribù dei Leviti alla quale appartenevano anche Mosè e Aronne. Secondo le antiche leggende ebraiche, ed i commentari dei rabbini all´Antico Testamento, non era raro che i portantini venissero uccisi dalle "fiamme di fuoco" emesse dall´Arca, mentre talvolta la stessa si librava dal suolo per alleggerire la loro fatica.

Proprio in forza di queste manifestazioni di potere, gli Israeliti iniziarono a considerarla alla stregua di un´arma invincibile, tale da assicurare loro la vittoria anche quando tutti i pronostici erano avversi. Nella descrizione di una di queste battaglie si racconta che l´Arca emise un suono lamentoso, si levò dal suolo e corse verso i nemici, che presi dal panico si dispersero e furono massacrati. E´ storicamente documentato che, dopo i 40 anni trascorsi nel deserto, gli Israeliti condussero una vittoriosa campagna militare nel corso della quale si impadronirono della Transgiordania, sconfissero i Medianiti ed ebbero ragione di chi tentava di contrastarli. Mancava soltanto la conquista della mitica Terra Promessa. Alla morte di Mosè, suo successore e legatario dei segreti dell´Arca fu Giosuè. Egli stesso doveva sapere che il potere dell´Arca era incontrollabile, ed erano necessarie particolari accortezze nel trattarla. Nel progettare l´avanzata attraverso il Giordano in direzione di Gerico, mandò i suoi ufficiali ad informare il popolo: Giosuè 3, 3-7

"Quando vedrete l´Arca dell´Alleanza del Signore Dio vostro e i sacerdoti leviti che la portano, voi vi muoverete dal vostro passo e la seguirete; ma tra voi ed essa vi sarà la distanza di circa duemila cubiti: non avvicinatevi..."

Dopo l´attraversamento delle acque del Giordano, le cui modalità di svolgimento ricordano molto dappresso l´attraversamento del Mar Rosso in uscita dall´Egitto, si svolse la battaglia di Gerico, i cui esiti sono entrati nell´immaginario collettivo per il modo singolare in cui maturarono. Mentre la popolazione rimaneva lontano, un gruppo di sacerdoti, (sette sacerdoti con sette trombe di corno), cominciarono a girare attorno alle mura della città, suonando, per sei giorni. Solo il settimo giorno fecero sette giri attorno alla città. Giosuè, 6 11-21:

"Alla settima volta, i sacerdoti diedero fiato alle trombe e Giosuè disse al popolo: Lanciate il grido di guerra perché il Signore vi da in potere la città. ... Come il popolo udì il suono della tromba ed ebbe lanciato un grande grido di guerra, le mura della città crollarono..."

Alla morte di Giosuè però le cose cambiarono; l´Arca non era più portata in battaglia, ma custodita nel suo tabernacolo presso un santuario conosciuto come Shiloh. Quasi che il popolo d´Israele dopo tutte le conquiste, avesse maturato una sì grande sicurezza di sé da non averne più necessità. Ma questa convinzione si rivelò presuntuosa e gli Israeliti subirono una grave sconfitta per mano dei Filistei, con la perdita di ben 4000 uomini. Allora gli anziani del popolo ritennero opportuno far tornare l´Arca sul campo di battaglia, ma la nuova lotta ingaggiata contro i Filistei portò ancora una sconfitta e la morte di 30.000 uomini. E, fatto più grave, l´Arca dell´alleanza fu presa.

I Filistei la portarono dal luogo della battaglia, Ebenezer, ad Asdod, nel tempio del loro dio di nome Dagon ("grano"). Ma ecco il primo dei segni: la statua di Dagon fu ritrovata in frantumi sulla soglia del tempio.

Immediatamente dopo: 1Samuele, 5 3-7 "Il Signore fece pesare la sua mano sugli abitanti di Asdod e li devastò colpendo con bubboni Asdod ed il suo territorio. Gli abitanti di Asdod, visto come andavano le cose, dissero «Non rimanga presso di noi l´Arca del Dio d´Israele, perché la sua mano è pesante contro di noi»".

Così, a distanza di sette mesi, la caricarono su un carro nuovo, trainato da due vitelle allattanti, e si avviarono lungo la via per Bet-Semes, per restituirla ai legittimi proprietari. Qui ebbe luogo l´ennesima disgrazia, questa volta non a carico dei Filistei. 1Samuele, 6 13-20:

"Quelli di Bet-Semes stavano mietendo il grano nella vallata; alzati gli occhi, scorsero l´arca e gioirono nel vederla. Il carro, arrivato al campo di Giosuè il betsemita, vi si fermò, là dov´era una grossa pietra. Allora fecero a pezzi il legno del carro e offrirono le vacche in olocausto al Signore...Ma il Signore percosse gli uomini di Bet-Sames perché avevano guardato l´arca del Signore; colpì nel popolo settanta persone su cinquantamila e il popolo fu in lutto perché il Signore aveva inflitto alla loro gente questo grave castigo."

La versione autorizzata della Bibbia di re Giacomo riporta "cinquantamila e settanta uomini", ed è opinione degli studiosi moderni che questa sia la cifra esatta.

Non si sa come questi uomini morirono, il testo biblico non lo spiega. Ma a questo punto, un gruppo di leviti "prese l´Arca del Signore" e la trasportò in un luogo chiamato Kiriath-Jearim, dove essa fu sistemata "nella casa di Abinadab sulla collina". E su tale collina l´Arca rimase isolata e sotto attenta sorveglianza, per i successivi 500 anni. Nessuno la spostò più fino a che Davide non divenne re di Israele. Tra il 1000 ed il 990 a.C.: 2 Samuele 6, 1-3.

"Davide radunò di nuovo tutti gli uomini migliori d´Israele, in numero di trentamila. Poi si alzò e partì con tutta la sua gente da Baala di Giuda, per trasportare di là l´arca di Dio che è designato con il nome, il nome del Signore degli eserciti, che siede su di essa sui cherubini. Posero l´arca di Dio su un carro nuovo e la tolsero dalla casa di Abinadab che era sul colle..." Ma anche in questa occasione non mancarono gli eventi spaventosi: "...Uzza stese la mano verso l´Arca di Dio e vi si appoggiò perché i buoi la facevano piegare. L´ira del Signore si accese su Uzza; Dio lo percosse per la sua colpa ed egli morì sul posto, presso l´arca di Dio."

Dopo gli ultimi eventi, Davide decise di cambiare rotta e si diresse verso casa di Obed-edom il Gittita, ove l´Arca rimase per tre mesi. Trascorso questo periodo fu finalmente condotta in Gerusalemme, scelta come capitale del regno, ove sarebbe stato edificato un tempio per custodire e celebrare degnamente la sacra reliquia. Davide morì prima di riuscirvi, e l´ambizioso progetto della costruzione del tempio fu rimessa, come da volere di Dio, a suo figlio Salomone. I lavori cominciarono nel 966 a.C. e terminarono probabilmente nel 955 a.C. Allora l´Arca vi fu trasportata, e lì rimase avvolta nella profonda oscurità finché scomparve in una data compresa tra il X ed il VI secolo a.C.

Abbiamo finora scorso rapidamente alcune delle più indicative vicende dell´Arca; a ritroso, adesso tenteremo di ricostruire la sua origine e la sua funzione reali.

Uno dei piani del Museo del Cairo è riservato alla mostra permanente dei reperti della tomba del faraone Thutankamon: tale corredo comprende, tra i molti oggetti, scrigni e scatole simili nella forma, alla descrizione dell´Arca data dalla Bibbia, con tanto di paletti di trasporto. Anche le quattro bare che contenevano il sarcofago di Thutankamon presentano istintive analogie: nella forma rettangolare; nella fattura in legno con l´interno rivestito d´oro zecchino; nelle due figure alate, feroci e imperiose, poste a custodia del feretro, e ritenute comunemente rappresentazioni delle dee Nefertiti (Nephtis) e Iside. Ma queste non sono le sole tracce della stretta contiguità culturale tra la tradizione ebraica e quella egizia in relazione all´Arca.

Le pareti istoriate lungo il colonnato che si estende verso est, dal palazzo di Ramses II, a Luxor, recano un racconto inciso nel XIV secolo a.C. per volere di Tutankhamon. Esso rappresenta una raffigurazione simbolica della festa di Apet, ricorrenza dell´anno egizio, che annunciava il culmine della piena del Nilo da cui dipendeva la successiva annata agricola. Sul muro occidentale del colonnato si nota un disegno che sembra voler rappresentare un´Arca, sollevata a spalla mediante aste di trasporto da un gruppo di sacerdoti. Solo che questa volta non si tratta di una cassa, ma di una vera e propria imbarcazione in miniatura, sorretta da portantini, come da contesto biblico. Il legame tra la festa di Apet e l´Arca dell´Alleanza è evidente se si pensa al fatto che gli Egizi usavano portare gli dei in processione all´interno di quelli modellini d´imbarcazioni, sostenute dagli uomini per mezzo di doghe. Durante la festa di Apet, infatti, le "arche" contenevano piccole riproduzioni di pietra delle divinità del pantheon egizio. In parallelo, l´Arca degli Ebrei, conteneva le tavole di pietra, il simbolo del Dio d´Israele.

L´Arca dell´alleanza trova quindi una giustificazione storica se rapportata al suo retroterra egizio. Non si possono dimenticare le vicende biografiche di Mosè e le influenze culturali e religiose che egli subì nel corso del lungo periodo trascorso come figlio del faraone. La nascita di Mosè fu predetta da un sacro scriba egizio dalle straordinarie capacità divinatorie, il quale informò il sovrano che stava per sorgere, tra gli israeliti "un uomo che diventato adulto avrebbe messo in ombra la sovranità degli egizi e che avrebbe sorpassato tutti gli uomini per virtù, assicurandosi una fama eterna". Il re, allarmato da queste previsioni e su consiglio dei saggi, decise di far gettare nel fiume e lasciar morire tutti i bambini maschi ebrei. Come sarebbe accaduto in seguito per Gesù Cristo, nonostante la profezia e gli sforzi del sovrano, Mosè nacque e scampò sia all´ira del faraone sia ai flutti del Nilo, alle cui correnti fu abbandonato dalla sorella in una cesta di papiro e bitume. Fu la figlia del faraone, che faceva il bagno con le sue ancelle, a trovarlo, ed il piccolo Mosè fu allevato nella famiglia reale, "in tutta la sapienza degli egizi". Riporta Filone, filosofo greco contemporaneo di Cristo: "Aritmetica, geometria, la scienza di metro, ritmo e armonia gli furono insegnate dai i più colti tra gli Egizi. Essi lo istruirono inoltre nella filosofia tradotta in simboli che si trova nelle cosiddette iscrizioni sacre...Gli abitanti dei paesi vicini ebbero il compito di insegnargli le lettere assire e la scienza caldea dei corpi celesti." In quanto possibile successore al trono d´Egitto, è presumibile sia stato iniziato alle più profonde conoscenze, comprese la negromanzia, l´astronomia le scienze divinatoria e occulte. Mosè viene descritto dalla Bibbia come "potente nelle parole e negli atti", definizione che non a caso viene attribuita anche a Gesù Cristo.

Ma il destino non prevedeva che diventasse faraone. Irato per il trattamento riservato agli schiavi ebrei, uccise un sorvegliante egizio, fuggì per paura nel deserto di Madian, e qui ebbe il primo dei molti incontri con Dio, che gli comparve sotto forma di roveto ardente. Prima di accettare il ruolo di liberatore del popolo ebreo, come Dio gli comandava, Mosè volle sapere chi fosse lo strano essere che gli si manifestava come fuoco che non consuma. Il Signore non diede una risposta diretta, ma disse "Io sono colui che è". E´ questa un´espressione derivata dalla radice del nome YAHWEH utilizzata nell´antico Testamento, e in seguito imbastardita in Jehovah. Questa non è altro che una formula generica basata sul verbo "essere" ebraico, scritta con le sole quattro lettere della traslitterazione nell´alfabeto latino: YHWH, il tetragramma dei teologi, che non rivela altro che l´effettiva esistenza di Dio.

Per attuare la volontà di Dio, Mosè non esitò ad assumere poteri che dovettero apparire magici ai suoi contemporanei. Le piaghe e le pestilenze, i segni prodigiosi, l´apertura delle acque del Mar Rosso, furono compiute con apparente naturalezza dal profeta ebreo che usava portare in mano un bastone, detto talvolta "Bastone di Dio". Si dice però che alcune di queste opere sarebbero potute essere facilmente eguagliate da qualsiasi mago egizio. Fu paragonato a Thot, e il filosofo giudeo-greco Artapano arrivò ad attribuire al profeta una serie di importanti invenzioni di carattere chiaramente "scientifico". Insomma, una descrizione piuttosto simile a quella che la letteratura egizia attribuisce ad Imhotep, il Costruttore, che vantava i titoli di Saggio Mago, Architetto, Sommo Sacerdote, Astronomo e Dottore; e che fu ideatore e unico genio creativo del complesso di Gioser, dominato dall´immensa piramide a sei livelli alta 60 metri a Saqqara. Cosa accadde nei due ventenni che Mosè trascorse nel deserto di Madian, prima di fare ritorno in Egitto per compiere la sua missione, non è chiarito dal testo biblico, che dedica solo 11 versi a 40 anni di storia: in Esodo 2, 15-25 si racconta della sua fuga solitaria dall´Egitto e dell´incontro con la sua futura sposa Zippora, e si arriva poi subito al già citato episodio dell´incontro con Dio presso il roveto, ai piedi del monte Sinai. Potremmo comunque arguire che nel corso dei venti anni Mosè avesse imparato a conoscere bene la zona arida e montagnosa in cui avrebbe avuto la consegna delle Tavole di Dio.

L´egittologo Ahmed Osman sostiene di avere individuato con precisione i luoghi in cui Mosè dimorò. Si tratta di una località pianeggiante in cima all´arida montagna di Serabit-el-Khadem, nel Sinai centro meridionale. Vi si trovano rovine di obelischi, altari e colonne che probabilmente appartennero ad un tempio egizio. Se ciò fosse vero, è probabile che Mosè vi si trovasse in qualche modo a suo agio, avendo vissuto fino a poco prima negli stessi ambienti. Il sito fu oggetto di attente ricerche all´inizio del secolo da parte di Flinders Petrie, celebre archeologo inglese, il quale portò alla luce i frammenti di alcune tavolette di pietra, incise con uno strano alfabeto pittografico, che successivamente sarebbe stato qualificato come appartenente ad una lingua semitico-caananita legata all´antico ebraico. La stessa località fu anche un importante centro di estrazione e manifattura di rame e turchese dal 1990 a.C. al 1190 d.C.

La consegna delle Tavole della Legge a Mosè, accompagnata dalla "teofania" o manifestazione di Dio all´uomo, è forse uno dei brani di letteratura sacra più celebri al mondo. Esodo 19:

"Al terzo mese dall´uscita dalla terra d´Egitto, i figli di Israele arrivarono al deserto del Sinai...dove si accamparono." E in seguito: "Mosè salì verso Dio, e il Signore lo chiamò dalla montagna".

Il profeta scalò la montagna ed intrattenne una conversazione privata con Yahweh, alla quale nessun altro fu ammesso ad assistere. E tra le altre istruzioni, questa è particolarmente espressiva:

"Tu traccerai dei confini per il popolo, dicendo: badate a non salire sul monte, o a toccarne i confini: chiunque tocca la montagna sarà messo a morte...verrà lapidato o colpito da frecce...non deve restare in vita."

Dopo tre giorni sulla montagna, cominciò la manifestazione di Dio mediante tuoni, lampi, fumo e fuoco, secondo una simbologia cara alla tradizione della Bibbia biblica, ma più in generale alla di tutti i popoli cananei:

"Il terzo giorno, al mattino, ci furono tuoni, lampi, una nube densa sulla montagna e un suono molto potente di tromba...Il monte Sinai era tutto fumante, perché il Signore era sceso su di esso nel fuoco: il suo fumo saliva come il fumo di un forno, e tutto il monte tremava molto."

Dopo avere enunciato il Codice delle leggi a base dell´alleanza (Esodo 20-23), il Signore chiamò Mosè perché ricevesse le Tavole della legge:

"Mosè salì sul monte e la nube coprì il monte. La Gloria del Signore dimorò sul monte Sinai e la nube lo coprì per sei giorni: al settimo giorno il Signore chiamò Mosè dal mezzo della nube. A vederla la Gloria del Signore era come fuoco divorante in cima al monte, agli occhi dei figli di Israele. Mosè entrò nel mezzo della nube, salì sul monte e rimase sul monte quaranta giorni e quaranta notti."

Fu in questa occasione che ricevette le indicazioni che abbiamo esaminato in principio, circa la costruzione dell´Arca, e molte altre indicazioni relative ai riti e alle modalità di svolgimento degli stessi. Ma a causa della lunga attesa (ben 40 giorni), gli Israeliti cominciarono a disperare di veder tornare il loro profeta, si costruirono un vitello d´oro, e lo adorarono. Vitello e Toro erano considerati dalle popolazioni dell´Antico Vicino Oriente, simboli di forza e fecondità e associati alla divinità. Al termine dei quaranta giorni, Mosè scese dal monte:

"...aveva nella mano le due tavole della testimonianza, tavole scritte su due lati, da una parte e dall´altra...Quando si avvicinò all´accampamento, vide il vitello e le danze: l´ira di Mosè si accese; egli scagliò dalla mano le tavole e le ruppe ai piedi del monte...."

I commentatori del testo religioso spiegano questa reazione come un segno evidente della rottura dell´alleanza tra il Signore ed il popolo Israele, che aveva peccato di apostasia e idolatria. La punizione di Mosè non si fece attendere: passò a filo di spada ben tremila degli uomini dell´accampamento, poi entrò nel santuario, la tenda del convegno, per consultarsi con il Signore, seguendo una procedura inedita fino ad allora: Esodo, 33, 7-10

"Mosè ad ogni tappa prendeva la tenda e la piantava fuori dell´accampamento, e l´aveva chiamata tenda del convegno. Chiunque voleva consultare il Signore usciva verso la tenda del convegno, che era fuori dall´accampamento...Quando Mosè entrava sulla tenda, la colonna di nube scendeva e stava all´ingresso della tenda, e il Signore parlava a Mosè".

Dopo l´intercessione di Mosè, il pentimento d´Israele, il giudizio ed il perdono di Dio, giunse finalmente l´alba della nuova era: si rinnovava l´alleanza infranta. Si ripeté lo stesso copione, si ritrovano sul testo gli stessi elementi dei capitoli 9-24 dell´Esodo, nell´ordine: preparazione delle tavole e ascesa sul monte - apparizione divina - sigla dell´alleanza - enunciazione della Legge, trasmissione della Legge al popolo. Nuovamente Mosè trascorse quaranta giorni e quaranta notti con il Signore e:

"Quando Mosè scese dal monte Sinai non sapeva che la pelle del suo viso era raggiante, per avere parlato con il Signore. Aronne e tutti i figli di Israele videro Mosè e d ecco la pelle del suo viso era raggiante; ebbero paura di avvicinarsi a lui. Mosè li chiamò e Aronne, con tutti i capi della comunità, andò da lui. Mosè parlò con loro...Quando Mosè ebbe finito di parlare con loro si mise un velo sul volto. Allorché Mosè entrava davanti al Signore per parlare con lui, toglieva il velo fin quando fosse uscito."...

I commenti biblici parlano di trasfigurazione; il volto di Mosè emanava una luce abbagliante, conseguenza dell´essere stato al cospetto di Dio ed avere goduto della luce divina. "Raggio" in ebraico si dice qeren, ma lo stesso vocabolo significa anche "corno" e da qui è derivata una versione latina che parla di una faccia "cornuta" di Mosè, immortalata da artisti come Michelangelo e Chagall.

E´ significativo confrontare i due brani esaminati, che riportano in sequenza la stessa serie di atti compiuti da Mosè per ben due volte, differenti però negli esiti finali. La prima volta, Mosè, indignato per la poca fede del suo popolo, spezza le Tavole della legge. La seconda volta ciò non accade, ma c´è un´altra differenza: il volto di Mosè è raggiante. Non si riesce ad intendere come possa essere interpretata questa luminescenza. Se fosse la luce di Dio, ci si potrebbe chiedere: non aveva forse incontrato Dio anche prima? Non aveva cioè potuto godere della sua luce anche nel corso della prima ascesa sul Sinai? E volendo invece tralasciare per un attimo la versione religiosa dello splendore di Dio, quale spiegazione scientifica potrebbe essere data di un tale fenomeno? Sembrerebbe che la prima coppia di pietre non producesse l´effetto che invece produssero le seconde. Effetto voluto dallo stesso Mosè, che ruppe le prime in quanto non funzionali al suo scopo. In effetti, distruggere un segno così fondamentale del suo incontro con Dio, solo per rabbia, o per punire gli idolatri, parrebbe un po´ eccessivo. Fonti talmudiche e midrasiche sottolineano il fatto che fossero le Tavole ad essere permeate dal fulgore, e le descrivono in questo modo: "fatte di pietra simile allo zaffiro, esse misuravano non più di 6 spanne di lunghezza e altrettante di larghezza, ma erano molto pesanti; benché dure, erano anche flessibili; erano trasparenti."

Alcuni autori hanno azzardato una lettura meta-scientifica di questo passaggio, che può essere in questo modo brevemente riassunta: qualche speciale energia era nota a Mosè fin dai tempi della sua permanenza nella casa del faraone; egli ne aveva fatto uso e aveva tentato di catalizzarla nel corso dei 40 anni nel deserto di Madian, e degli 80 giorni sul Sinai (40 infruttuosi e i successivi 40 fruttuosi). Il fulgore sul suo volto era conseguenza dell´energia liberatasi nel corso di una qualche reazione alchemica o di altra combustione con conseguente emissione di gas e radiazioni; nient´altro che una forma gravissima di ustione. Il "fuoco divorante", il fumo e le fiamme, e la "nube", interpretati dal testo biblico come manifestazione e prova della presenza di Dio, non sarebbero altro che un prodotto secondario accedente al medesimo processo chimico. Si tratta di pure speculazioni senza alcun riscontro testuale, ma è innegabile vi sia qualcosa di poco logico, di contraddittorio e di poco credibile nel racconto dell´Esodo, pur rammentando che la Bibbia è un testo religioso senza alcuna velleità di rigorosità scientifica.

La deposizione delle Tavole all´interno dell´Arca segna un momento di stacco rispetto alla tradizione precedente, ed un mutato atteggiamento da parte di Mosè nei confronti del suo popolo. Se prima, infatti, si mostrava attento alle necessità ed anche ai piccoli bisogni, e si preoccupava di colmarli facendo ricorso a piccoli espedienti, come staccare un pezzo di roccia del deserto e fare sgorgare da essa acqua fresca (Esodo 17, 6-7), o estrarre acqua potabile da un pozzo stagnante (Esodo 15, 25) o ancora distribuire cibo sotto forma di manna e quaglie (Esodo, 16, 4-36), in seguito sembra quasi che usasse l´Arca come arma contro chiunque volesse mettere in discussione quella che oggi definiremmo la sua leadership. Una volta arrivò addirittura ad usarla contro sua sorella Miriam, che aveva osato mettere in discussione la legittimazione della sua autorità:

"La nube si allontanò dalla tenda, ed ecco Miriam era diventata lebbrosa, bianca come la neve. Aronne si voltò verso Miriam, ed ecco, era lebbrosa." (Numeri 12, 10 ss)

Miriam fu riammessa dopo sette giorni d´isolamento. La Bibbia parla di lebbra, ma possiamo ritenere si trattasse di piaghe o bubboni (come quelli sul volto degli abitanti di Asdod, vedi retro) o altra forma di lesione cutanea, simile ad una contaminazione per esposizione a sostanze chimiche. Un po´ com´era accaduto a Mosè.

Miriam non fu l´unica ad incorrere nelle sue ire. Altri contestatori furono puniti con severità anche maggiore. Numeri 16:

"...Core...con Datan e Abiram...presero altra gente e insorsero contro Mosè con duecentocinquanta uomini tra i figli di Israele, che erano capi della comunità, membri del consiglio e uomini ragguardevoli. Si radunarono presso Mosè e Aronne e dissero loro: «Questo è troppo: se tutta la comunità è santa e il Signore è in mezzo ad essa, perché vi innalzate sull´assemblea del Signore?» Mosè si adirò enormemente nel sentire queste parole, e propose una prova a coloro che mettevano in dubbio la sua autorità: «Tu e tutta la tua gente starete domani davanti al Signore: vi sarà anche Aronne. Ognuno prenda il proprio incensiere, mettetevi sopra l´incenso e presentatelo al Signore...» Gli uomini accettarono, e si presentarono dinnanzi alla tenda del convegno, e la punizione non tardò a presentarsi: «...il suolo che era sotto di loro sprofondò; la terra aprì la sua bocca e inghiottì loro, le loro tende e tutti i componenti della famiglia di Core con tutte le loro sostanze. Essi scesero vivi nello sceol con tutto quello che possedevano; la terra li ricoprì e scomparvero dal mezzo dell´assemblea...Un fuoco uscì dalla presenza del Signore e divorò i duecentocinquanta uomini che presentavano l´incenso.»

Da questo momento l´ autorità di Mosè non fu più messa in discussione, anzi, qualsiasi successivo episodio d´insubordinazione si placava presto da sé. L´Arca in questo modo, veniva sempre più a configurarsi come uno strumento di potere, come forza aggregatrice al servizio di Mosè per garantirsi la fedeltà degli Israeliti.

Negli ultimi giorni della sua vita, il liberatore dalla schiavitù d´Egitto lasciò una sorta di istruzione finale al suo popolo, circa il modo in cui la legge doveva essere rispettata e fatta rispettare. Unito agli anziani di Israele proclamò ancora una volta il codice deuteronomio, che doveva essere iscritto su stele ed esposto sul monte Ebal, al centro della Terra Promessa, dicendo : Deuteronomio. 27, 6

"Edificherai là anche un altare al Signore tuo Dio, un altare di pietre sulle quali non hai fatto passare alcuno strumento di ferro". E infatti in Giosuè 8, 30 leggiamo: "In quell´occasione Giosuè costruì un altare al Signore Dio di Israele, sul monte Ebal, secondo quanto aveva ordinato Mosè, servo del Signore, agli Israeliti, come è scritto nel libro della legge di Mosè, un altare di pietre intatte, non toccate da ferro...".

Quest´ultimo dettaglio può essere messo in correlazione con altre notizie tramandateci in relazione alla costruzione del Tempio di Salomone, dove l´Arca trovò la sua ultima dimora prima di sparire per sempre. Secondo le leggende ebraiche, Mosè donò ai costruttori un antico strumento, chiamato Shamir, che poteva tagliare anche il più duro dei materiali senza alcuna frizione, senza l´emanazione di calore, né di alcun rumore. Lo Shamir, secondo la tradizione, doveva essere custodito avvolto in un panno di lana, e chiuso in una scatola di piombo, piena di farina di orzo; avrebbe infatti distrutto qualsiasi contenitore di metallo facendolo esplodere in mille pezzi. Si racconta che lo stesso Mosè adoperò lo Shamir nel deserto per incidere le pietre intatte del pettorale dell´Alto Sacerdote (vedere la descrizione dettagliatissima in Esodo, 28).

Salomone, nella costruzione del tempio si attenne alle direttive impartite da Mosè, infatti:

"Per la sua costruzione si usarono pietre lavorate e intere; durante i lavori nel tempio non si udì rumore di martelli, di piccone o di altro arnese di ferro." (1 Re, 6)

Il tempio fu pensato per custodire in eterno l´Arca dell´Alleanza, il suggello tangibile del patto tra il popolo di Israele e Dio. Al termine, concluso il grande lavoro edilizio ed artigianale, giunse il giorno dell´inaugurazione: l´Arca in solenne processione venne trasferita nel Tempio appena costruito, collocata nel Sancta Sanctorum, e posta all´interno dell´aula sacra. L´unico ornamento consentito nella cella erano due cherubini di legno d´ulivo, interamente ricoperti d´oro, con un´apertura alare di circa 5 metri (1Re 6, 23) che Salomone aveva fatto costruire quali guardiani dell´Arca.

"Nell´arca non c´era nulla", precisa il narratore biblico in 1Re 8, 9 "se non le due tavole di pietra che Mosè vi aveva deposto sull´Oreb". La precisazione potrebbe forse giustificarsi in quanto in Esodo 16, 33 Mosè aveva ordinato ad Aronne di mettere un vaso di manna nella Testimonianza, ovvero nell´arca; ed in Numeri 17, 25 Mosè aveva similmente chiesto a suo fratello Aronne, di porvi il suo bastone.

"Quando i sacerdoti stavano uscendo dal santuario, una nube riempì il tempio e i sacerdoti non poterono rimanervi per compiere le loro funzioni a causa della nube, perché la gloria del Signore riempiva il suo tempio".

L´autore biblico può affermare che ai suoi tempi essa si trovava ancora come l´avevano collocata al tempo di Salomone, (Re 8, 8) "Lì sono rimaste fino ad oggi".

Ma con la distruzione del tempio per mano dei Babilonesi, nel 586 a.C. l´Arca andò perduta. Ecco come la Bibbia descrive il disastro:

"In quel tempo gli ufficiali di Nabucodonosor, re di Babilonia, salirono contro Gerusalemme, e la città venne assediata. ...Poi asportò di là tutti i tesori dal tempio del Signore e i tesori del palazzo reale; frantumò tutti gli oggetti d´oro che Salomone, re d´Israele aveva fabbricato per il regno del Signore, secondo quello che il Signore aveva detto."

Alcuni autori argomentano che la sacra reliquia dovesse già essere altrove, e che quando, dopo l´esilio in Babilonia, il tempio fu ricostruito, la cella più interna del santuario rimase vuota. Quando nel 63 a.C. Pompeo entrò da vincitore in Gerusalemme, volle curiosare nella parte più interna del tempio, e non vi trovò "alcuna immagine della divinità", ma solo un "sacro vuoto" come riporta, non senza ironia, lo storico Tacito.


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