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20 Settembre 2010 SCIENZA
Terra News
MEDITERRANEO A RISCHIO, BRITHISH PETROLIUM SCAVERA' A 500 KM DALLA SICILIA
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tempo di lettura previsto 6 min. circa

British Petroleum, la stessa società colpevole del disastro ambientale nel Golfo del Messico, sta per iniziare le sue ricerche al largo della Libia nel Golfo della Sirte, a 500 chilometri dalle coste siciliane. Oltre ai problemi ecologici e di sicurezza, c'è quello di tutelare il patrimonio archeologico che si cela nelle profondità del mare. Come le vestigia, recentemente scoperte, della città antica sommersa nelle acque libiche della Cirenaica.

Omero raccontò le avventure di Ulisse che navigava in giro per il Mediterraneo inesplorato. Questa epica storia è intitola "L'Odissea" ed è un racconto di fantasia ma sicuramente è stata ispirata da tanti racconti di marinai dell'antichità al ritorno dalle loro esplorazioni lungo le coste dei paesi del Mediterraneo dove oggi sono conservati centinaia di siti archeologici che nel corso dei secoli sono stati, spesso, sommersi dal mare. Il "Mare Nostrum" è stato solcato per millenni dalle imbarcazioni dei popoli che si insediarono sulle sue coste dando vita a fiorenti civiltà e custodisce una miriade di relitti con il loro prezioso carico di merci e di opere d'arte.

Inoltre nei fondali si nascondo tracce di inestimabile valore storico, talvolta anche di città antiche sommerse come ad esempio quella scoperta un anno fa in Libia. Purtroppo tra meno di un mese in questo mare tanto caro a Omero e che, sia sotto il profilo naturalistico sia archeologico, sarebbe un tesoro da preservare, inizieranno le trivellazioni della British Petroleum. Il mare dove si svolsero moltissime battaglie e delle rotte degli antichi Greci e Romani sarà, a breve, il luogo dove avverranno le perforazioni. C'è già chi, tra i più pessimisti, vede allungarsi sulle coste del "Mare Nostrum" l'incubo limaccioso di una nuova marea nera. E quanti invece, come il capo della compagnia petrolifera libica, non si scompongono affatto, perché "uno non smette di volare solo perché ci sono gli incidenti aerei".

Rimane il fatto che la Bp, messa alla gogna negli Stati Uniti per la gigantesca chiazza che infesta dallo scorso aprile le acque del Golfo del Messico, comincerà presto nuove perforazioni e questa volta nel cuore del Mediterraneo, e più precisamente nel Golfo libico della Sirte, a poco più di 500 chilometri dalle coste siciliane. La notizia dovrebbe turbare i nostri sonni, se si è consapevoli di quali possono essere le conseguenze delle perforazioni nel sottosuolo e, nell'ipotesi peggiore, di un eventuale fuoriuscita di petrolio. Anche se la compagnia petrolifera ha assicurato che farà tesoro della nefasta esperienza, sarebbe opportuno tutelare il mare e i beni archeologici che vi giacciono.

I media si sono occupati molto, nelle settimane scorse, dei danni che potrebbe provocare una fuoriuscita di petrolio nel Mediterraneo però è stato un po' messo in secondo piano, fatta eccezione per pochi articoli della stampa anglosassone, il pericolo per quanto riguarda i beni culturali sommersi. Infatti, le trivellazioni e le perforazioni offshore, al largo delle coste libiche, avranno luogo a una profondità di circa 1.700 metri, 200 metri più giù rispetto a quelle della Deepwater Horizon, la piattaforma situata al largo della Louisiana la cui esplosione lo scorso 20 aprile ha scatenato la gigantesca marea nera che inquina il golfo del Messico. Peraltro, come ricordato, meno di un anno fa, è venuta alla luce una città sommersa nelle acque della Cirenaica (Libia). Un gruppo di archeologi e tecnici italiani della Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana guidati da Sebastiano Tusa, hanno effettuato un'entusiasmante scoperta che oltre alla spettacolarità insita nei suoi contorni ambientali, manifesta interesse scientifico di primaria importanza.

Analizzando accuratamente le vestigia giacenti a una profondità compresa tra uno e tre metri, ci si è accorti di essere in presenza di una porzione estesa oltre un ettaro di una grande città che alcuni studiosi avevano scoperto grazie ad alcuni resti di strutture murarie nascosti tra le dune sabbiose battute dai venti che contornano le spiagge del capo. Per effetto di un vistoso bradisismo negativo una grande parte di questa grande città estesa in prossimità del capo Ras Etteen si è inabissata e mai nessuno ne aveva individuato le vestigia. Le vestigia individuate al fondo del mare sono pertinenti a una città vissuta in epoca romana imperiale (intorno al II secolo d.C.). La città si trovava in una zona di grande interesse strategico in quanto situata nei pressi del golfo di Bomba (Khalij al Bumbah, un'insenatura del Mar Mediterraneo, lungo la costa della Cirenaica) che ha da sempre costituito un ottimo ricovero per flotte e una zona di approdo sicuro lungo l'infida costa cirenaica battuta da venti e piena di piccoli e grandi isolotti, la cui minima elevazione sul livello del mare ha da sempre costituito un grande pericolo per la navigazione di cabotaggio.

Inoltre la zona ove sorgeva questo centro antico, oggi sommersa, era caratterizzata da insenature e bacini lagunari, ancora oggi esistenti, che costituivano ricoveri portuali naturali. La città doveva, pertanto, essere di grande importanza come tappa obbligata per le rotte che collegavano il continente africano. Questa città antica, come molti altri beni archeologici sommersi, ci fa capire che il mar Mediterraneo è un grande museo diffuso ove le testimonianze dell'uomo del passato convivono e vanno lette senza alterarne il contesto originario di giacitura. Laddove si creano le condizioni per una sicura permanenza dei reperti sul fondo del mare andrebbero istituiti dei parchi così, forse, la tutela è garantita. Bisogna cercare di mantenere intatte le connotazioni date dai millenni di immobilità e dalle sistemazioni date dall'uomo del tempo. Può sembrare un concetto pleonastico ma non lo è: la storia e l'ambiente vanno rispettati. Pertanto, è auspicabile una seria riflessione sul fatto che se la Bp procede alle trivellazioni, potrebbe essere messo a rischio questo gigantesco museo sottomarino. Quello che ancora resiste in fondo al "Mare Nostrum" è parte integrante di un vasto e articolato museo che accorpa valenze naturalistiche, paesaggistiche, antropologiche e storico-archeologiche utili alla comprensione della storia del rapporto tra uomo e mare, oltre che a un sano sviluppo turistico-culturale.

Ogni anno il "Mare Nostrum" è attraversato da circa un milione di tonnellate di petrolio e, secondo alcune stime, centinaia di migliaia di tonnellate già vengono involontariamente disperse in mare da petroliere, raffinerie e oleodotti vari con effetti devastanti sia sull'ambiente che sull'archeologia. Inoltre il problema si fa ancora più complicato se si aggiunge che le piattaforme petrolifere saranno ben visibili dalla terraferma, in alcuni casi persino raggiungibili, con una conseguente compromissione dei siti archeologici e dei porti che sorgono affacciati al Mediterraneo.

La minaccia che incombe su questo gioiello naturalistico e archeologico potrebbe rappresentare un disastro vero e proprio. Preoccupa moltissimo la mancanza di regole e norme, trattati internazionali e convenzioni globali che mettano al riparo quello che giace in questo prezioso mare. E anche la decisione del governo italiano di impedire le perforazioni a meno di 10 miglia dal litorale non basta a tranquillizzare chi ama l'ambiente e l'archeologia.

Occorrerebbe contrastare efficacemente le trivellazioni attraverso un'opera di sensibilizzazione alla tutela del patrimonio culturale anche partendo, perché no, dal concetto che il mare è un unità geografica e culturale che appartiene a tutti noi e non alle compagnie petrolifere. Il Mediterraneo non è un mare qualsiasi. Pur rappresentando solo l'1% della superficie dei mari del mondo, presenta un concentrato di biodiversità, ambienti, paesaggi e beni culturali sommersi introvabile altrove.


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