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3 Gennaio 2005 ARCHEOLOGIA
pbs.org
RISCOPRIRE IL MONDO MATERIALE DEI PRIMI CRISTIANI
tempo di lettura previsto 26 min. circa

Un gran numero di scoperte archeologiche ha gettato luce sugli scritti del Nuovo Testamento, ampliando la nostra conoscenza del mondo dal quale emersero; un mondo con il quale sono in dialogo continuo.

Per esempio, abbiamo una famosa iscrizione dell´antica città di Priene (moderna Turchia) che commemora l´Imperatore Augusto e la sua introduzione del nuovo calendario di Roma. Proviene dal periodo immediatamente precedente alla nascita di Gesù.

La Provvidenza... [ha inviato] a noi e ai nostri discendenti un salvatore, che ha posto fine alla guerra e stabilito tutte le cose... E Cesare, nel suo apparire, è andato ben oltre le speranze di tutte le precedenti buone novelle, non solo superando i benefattori che vennero prima di lui, ma anche garantendo, con il suo operato, che nessuno nel mondo futuro lo potrà mai superare, e poiché per il mondo la nascita del dio era l´inizio di queste buone novelle...

Augusto, che aveva portato pace e prosperità ad un mondo pieno di guerra, voleva che il suo regno fosse visto come l´inizio di un´età nuova. Così, la celebrazione di questo messaggio divenne la "buona novella" o "vangelo" dell´impero sui cui aveva regnato. Come ha notato Helmut Koester, è molto probabile che i primi missionari cristiani furono influenzati dalla propaganda imperiale e dal suo uso della parola, dal momento che l´uso cristiano dello stesso termine "vangelo" per il suo messaggio di salvezza, inizia solo qualche decennio dopo il tempo di Augusto.

TRATTO DALLE CENERI, DALLA ROCCIA E DAL SUOLO: LA SCOPERTA DI ANTICHI MANOSCRITTI

Uno degli aspetti più basilari del recupero del mondo materiale dei primi cristiani consiste nella continua ricerca di manoscritti. Nel mondo antico, questi manoscritti giungono in una varietà di forme. Generalmente prodotti nel formato di un rotolo, erano fatti sia di papiro (una pianta) o di pergamena (pelle di animale). Un rotolo era prodotto mediante incollatura o (nel caso della pergamena) unendo insieme fogli separati per formare una lunga striscia e quindi avvolgerla attorno ad un bastoncino.

Ma i rotoli non erano molto comodi all´uso, e per la fine del II secolo dell´era comune, il codice iniziò a rimpiazzare il rotolo, specialmente nella produzione degli scritti della prima chiesa. Inizialmente questi codici furono prodotti piegando fogli di papiro nel mezzo e cucendoli a formare dei libretti. Gradualmente, comunque, i vantaggi della pergamena, come la sua durevolezza ed il fatto che potesse essere scritta su entrambe i lati, condussero alla sua totale sostituzione del papiro. I libri rilegati in cuoio fatti di pergamena rifinita, divennero lo stato della pubblicazione dell´arte da un periodo non precisato nel IV secolo fino all´avvento della carta nel tardo Medio Evo.

Nel corso degli anni, un gran numero di importanti manoscritti, sia rotoli che codici, sono stati recuperati da studiosi ed antiquari. La scoperta è importante per la ricerca sul Nuovo Testamento per un numero di ragioni ed una varietà di modi.

Ad esempio, queste scoperte aiutano gli studiosi a determinare quello che contengono le prime versioni di un´opera data e quali elementi possano essere stati aggiunti in periodi successivi.

Per esempio, uno dei tanti codici su papiro acquisiti dall´antiquario inglese Chester Beatty negli anni ´30, conteneva dieci lettere attribuite all´apostolo Paolo. Del tutto assenti da questo manoscritto particolarmente antico, che si data a circa il 200 d.C., erano le cosiddette Epistole Pastorali (Timoteo 1, 2 e Tito). In questo modo, la scoperta di questo manoscritto ha contribuito a confermare quello che molti studiosi avevano già intuito, e cioè che le Epistole Pastorali non furono scritte dallo stesso Paolo e che la loro attribuzione all´apostolo era uno sviluppo in qualche modo successivo all´interno della chiesa.

Una scoperta persino più importante fu compiuta per caso nel 1934. Mentre esaminava una collezione di papiri non pubblicati, appartenenti alla Biblioteca di Joahn Rylands di Manchester, uno studioso di Oxford ha riconosciuto un frammento contenente alcune righe del Vangelo di Giovanni. I paleografi hanno datato questo frammento alla prima metà del II secolo. E dal momento che il frammento è stato trovato in una piccola città lungo il Fiume Nilo in Egitto, ben distante da dove si ritiene che il Vangelo sia stato composto originariamente, ciò offre una forte evidenza che il Vangelo di Giovanni sia stato completato al massimo per l´inizio del II secolo.

CODEX SINAITICUS

Non tutte le acquisizioni o scoperte di manoscritti sono state semplici come quelle descritte fino ad ora, comunque. La scoperta del Dr. Constantin von Tischendorf di uno dei più importanti manoscritti che testimonia il testo completo del Nuovo Testamento è un caso sui cui soffermarsi.

Nel 1844, Tischendorf, mentre studiava all´Università di Lipsia, s´imbarcò per una ricerca di manoscritti biblici. Il suo viaggio lo condusse al monastero di Santa Caterina sul Monte Sinai. Nel corso del suo soggiorno, notò un tratto di pergamena pronto per essere usato per alimentare il forno del monastero. Dopo avere scorso i fogli accartocciati della pergamena, Tischendorf si accorse che i monaci erano in procinto di bruciare una rara edizione Greca della Bibbia Ebraica (Antico Testamento). Non riuscì a convincere i monaci a consegnargli il manoscritto, ma prima di tornare a casa fu in grado di persuaderli che avrebbero potuto trovare altro genere di materiali per alimentare i loro fuochi.

Tischendorf tornò al monastero nel 1853 nel tentativo infruttuoso di acquistare le porzioni rimanenti del manoscritto che aveva salvato dal fuoco circa dieci anni prima. Ma non fu fino al 1859, quando tornò per una terza visita, questa volta sotto il patronato dello Zar Alessandro II di Russia, che i suoi sforzi furono premiati.

Questa volta i monaci gli accordarono il permesso di esaminare anche un lungo manoscritto che tenevano nascosto in un armadio. Per sua grande meraviglia e delizia, questo manoscritto dell´inizio del IV secolo, che si trovava in condizioni eccellenti, conteneva non solo il Vecchio, ma anche tutto il Nuovo testamento, e due antichi scritti cristiani aggiuntivi. Uno di questi, il Pastore di Hermas, era conosciuto allo studioso solo di nome.

Perfino con il patronato dello Zar di Russia, ad ogni modo, i monaci permisero a Tischendorf di effettuare solo una copia manoscritta del prezioso testo. Non fu fino ai primi decenni del XX secolo che una fotocopia dell´intero manoscritto fu finalmente pubblicata.

Ciononostante, il risultato è valso gli anni di scoperta e negoziazione. Oggi, questo manoscritto, conosciuto come Codex Sinaiticus, è una delle testimonianze testuali chiave sulle quali si basa la corrente versione standardizzata del Nuovo Testamento.

ROTOLI DEL MAR MORTO

Malgrado il recupero dei primi manoscritti delle scritture del Nuovo Testamento sia chiaramente importante, potremmo essere severamente limitati nella nostra comprensione di questi testi se non conoscessimo null´altro del clima religioso nel quale si sono generati. Prima degli anni ´40, gli studiosi dovettero ricostruire quel mondo religioso principalmente sulla base degli stessi testi biblici, supportati da una varietà di opere ebraiche anonime, frequentemente scritte sotto pseudonimi biblici e per lo più composti diversi secoli prima di Cristo.

Ma per via di una casuale scoperta, nel 1947, la nostra conoscenza del mondo giudeo nel quale ebbe iniziò la Cristianità, si è accresciuta drammaticamente. L´importante scoperta fu effettuata da un pastore locale, che cercava una capretta perdutasi tra le colline rocciose, che si elevano lungo le coste occidentali del Mar Morto, poche miglia a sud della moderna Gerico.

Mentre il giovane riposava all´ombra di una fenditura nella roccia, lanciava piccole pietre sulla collina di fronte a lui. Una delle pietre fece un rumore acuto, avendo colpito un pezzo di ceramica. L´uomo si infilò attraverso le rocce per vedere quel che la pietra aveva colpito, e la sua ricerca rivelò una grande quantità di cocci di ceramica, nascosti all´interno di una grotta. Il giorno successivo, ritornando alla grotta con suo cugino, trovò tra i cocci sei grandi giare ancora intatte. Una di esse, conteneva tre rotoli di pergamena di cuoio, avvolte nel lino. Quando si sparse la voce di questa scoperta, altri cercarono e trovarono altri rotoli nella grotta vicina.

Malgrado questi primi rotoli giunsero rapidamente nelle mani di commercianti d´arte privati, per essere recuperati solo in seguito, contemporaneamente partì la principale missione di scavo sistematico della grotta. Il progetto fu uno sforzo davvero internazionale, condotto dal Dipartimento delle Antichità Giordano e dalla Scuola Biblica Francese di Gerusalemme, con il sostegno occasionale alla Scuola americana di Studi Orientali di Gerusalemme. Il risultato di questo sforzo congiunto fu il recupero di circa cinque centinaia di rotoli nascosti in undici grotte presso Wadi Qumran.

Alcuni dei rotoli furono trovati in buone condizioni e furono editi e pubblicati rapidamente. Ma sfortunatamente ciò non avvenne per molti altri. Nella grotta quattro, per esempio, delle cinque centinaia di rotoli, una volta conservati lì per sicurezza, quel che rimaneva era solo una grande pila di frammenti letterari. Prima che i contenuti di alcuno di questi rotoli possa essere pubblicato, gli studiosi si trovarono davanti alla complessa missione di mettere insieme un gigantesco, ma davvero fragile, gioco a incastri. L´opera continua ancora oggi, ma per via dell´incredibile difficoltà di ricostruzione, ed essendo i manoscritti per lo più interconnessi, non si è ancora giunti ad una pubblicazione definitiva.

Ciononostante, si conosce ora abbastanza sulla collezione chiamata Rotoli del Mar Morto; ed il suo contenuto può essere suddiviso in tre categorie di base.

Primo, vi sono testi biblici. La scoperta di copie della Bibbia (Antico Testamento) è stata sensazionale, poiché prima di essa, la copia più antica sopravvissuta della Bibbia in Ebraico era datata solo al X secolo. I manoscritti biblici di Qumran sono un migliaio di anni precedenti.

Un secondo gruppo di scritti trovati alle grotte di Qumran consistono in un assortimento di autori giudei, che scrivevano sia anonimamente che sotto pseudonimi di personaggi biblici leggendari, come Enoch e Noè. Benché la maggior parte di queste opere fossero a noi già note da altre fonti, la loro scoperta a Qumran suggerisce che circolassero molto più ampiamente di quanto gli studiosi potessero avere assunto in precedenza.

Il terzo e forse più interessante gruppo di scritti, attengono alla stessa comunità di Qumran. Quando queste scritture vengono considerate in combinazione a quel che gli archeologi hanno appreso dallo scavo del vicino sito, dove la comunità viveva in realtà, emerge una storia interessante.

La storia inizia attorno alla metà del II secolo a.C.

La Rivolta dei Maccabei (168-164 a.C.) si era recentemente conclusa con una miracolosa vittoria per i valori religiosi ebraici tradizionali. Ma una volta al potere, gli stessi capi Maccabei avevano dovuto soccombere all´influenza corrompente della cultura greca. Per peggiorare ancora le cose, nella mente di alcuni ebrei, perfino il culto del Tempio era considerato corrotto, come anche il processo di selezione dei Sommi Sacerdoti, violato per i sordidi interessi del potere politico.

Come quasi ogni studioso può illustrare, questo fu la situazione che spinse un piccolo gruppo di sacerdoti e uomini di legge conservatori (le donne non avevano praticamente parte in questa comunità) a lasciare Gerusalemme e quel che loro consideravano il suo ambiente corrotto. Dopo un lungo vagare, decisero di stabilirsi in una piccola comunità presso il Mar Nero. I primi documenti si riferiscono al fondatore della comunità come ad un sacerdote, conosciuto come il Maestro di Giustizia. A giudicare dai materiali dissotterrati, la comunità occupò il sito più o meno continuativamente per circa duecento anni, fino a che si dovette arrendere ai Romani nel 70 d.C.

Non c´è bisogno di dire che i Rotoli del Mar Morto sono enormemente importanti per gli storici dell´antico giudaismo e della prima cristianità. Basandosi su questi scritti, è evidente che la comunità vide se stessa come il vero Israele di Dio, e ciò implicò duratura inimicizia con tutti coloro che si alleavano all´establishment religioso della Gerusalemme del tempo. Purezza di cuore, irreprensibilità di condotta, e scrupolosa obbedienza alla Legge: questi erano gli alti standard morali per i quali si ritenevano degni della salvezza che - assumevano sarebbe stata esclusivamente loro.

In contrasto a queste esortazioni alla condotta pia, comunque, le loro scritture sono spesso caratterizzate anche da esortazioni ad "odiare" i nemici. E nella mentalità fortemente settaria dei fedeli di Qumran, questi nemici includevano altri Ebrei, presumibilmente tutti coloro che sostenevano il Tempio di Gerusalemme, e la sua casta sacerdotale.

Oltre ad offrire un contesto storico comparativo ad alcune delle retoriche dei Vangeli del Nuovo Testamento riguardo il Tempio di Gerusalemme e le autorità religiose della città, i documenti di Qumran illustrano anche la diversità all´interno del Giudaismo del periodo. Come Hershel Shanks scrisse nel 1990:

"Abbiamo trovato non solo una consacrazione della legge, ma del messianesimo, dell´apocalitticismo, del misticismo, un´intera gamma di convinzioni... Il ritratto che sta emergendo è che dopo la distruzione del 70 d.C. da parte dei Romani, sia il Giudaismo rabbinico che la Cristianità messianica emersero con le loro radici, in differenti tendenze pre-70 del Giudaismo. In questo senso, si tratta di religioni sorelle."

BIBLIOTECA DI NAG HAMMADI

Se la spettacolare scoperta dei Rotoli del Mar Morto ha messo gli storici in condizione di riesaminare completamente il contesto religioso dal quale emerse la prima tradizione cristiana, questi stessi storici furono indubbiamente arricchiti quando venne alla luce la collezione di Nag Hammadi. E seppure i Rotoli del Mar Morto rivelarono una sorprendente varietà nella prima devozione Giudea, gli scritti di Nag Hammadi illustrano una persino più grande diversità nella speculazione religiosa e nella devozione comunitaria dei primi gruppi Cristiani.

Come per i Rotoli del Mar Morto, la scoperta del tesoro letterario di Nag Hammadi, fu ampiamente accidentale. Parecchie centinaia di miglia a sud del Cairo, dove il Fiume Nilo curva bruscamente ad est, oltre l´antico monastero di Pachomius a Chenoboskion, un gruppo di coloni locali stava scavando il fertile suolo attorno al letto del fiume, per usarlo come fertilizzante per i loro raccolti. Uno dei coloni del deserto, Mohammed Ali, si imbatté in un´ampia giara per la conservazione. Sperando che potesse contenere oro o un ugualmente prezioso tesoro di monete, ruppe la giara. Ne vennero fuori dodici ampli codici rilegati con il cuoio. L´anno era il 1945, due anni prima della scoperta dei Rotoli del Mar Morto.

Mohammed diede uno dei libri a suo cognato Raghib, che lo vendette al Museo del Cairo. Degli altri undici libri, uno fu parzialmente bruciato dalla moglie di Mohammed, ed il resto cadde nelle mani dei mercanti locali. Ci vollero oltre trent´anni perché i codici di Nag Hammadi fossero recuperati, raccolti, e quindi resi disponibili al pubblico. Furono finalmente pubblicati in traduzione inglese nel 1978, grazie allo sforzo senza posa di James M. Robinson dell´Istituto per Antichità e Cristianità della Claremont Graduate School in California.

Sfortunatamente, non sappiamo niente della storia del gruppo che mise insieme questa particolare collezione di scritti. Sappiamo solo quel che siamo stati in grado di apprendere dalle scritture stesse. I dodici codici originali, contenevano ognuno un numero di brevi composizioni o trattati, 22 in tutti. Sono copie copte di scritture che erano originariamente composte in Greco. (Il Copto è una versione dell´antico linguaggio egiziano adattato all´alfabeto greco nel corso del primo periodo Cristiano.) Questi scritti coprono un´ampia varietà di soggetti, e sembrano essere stati composti originariamente da un numero di autori differenti, in tempi differenti, ed in una varietà di collocazioni geografiche.

La raccolta, ora nota come la Biblioteca di Nag Hammadi, è di grande importanza per la comprensione dello sviluppo delle prime comunità cristiane perché presenta le prospettive religiose e sociali dei gruppi di Cristiani che non prevalsero nei conflitti insorti in seguito, nella formazione di una singola chiesa unificata. Le loro differenze con i Cristiani più ortodossi coprono un´ampia gamma di elementi, incluso se la morte di Gesù sulla croce fosse reale o rilevante, e se le donne si trovassero tra i veri discepoli di Gesù, e quindi avessero autorità di insegnare e battezzare.

Primi dell´emergere dei testi di Nag Hammadi, la visione espressa da questi primi testi Cristiani come il Vangelo di Maria, l´Apocrifo (insegnamento segreto) di Giovanni, ed il Dialogo del Salvatore erano conosciuti solo da descrizioni distorte trovate negli scritti dei suoi oppositori. Poiché questi opponenti erano famosi capi di movimenti antagonisti come Ireneo, Ippolito e Tertulliano, non ci deve sorprendere che i loro scritti non siano stati preservati dalla Chiesa.

Grazie alla scoperta della Biblioteca di Nag Hammadi, i moderni cristiani hanno un quadro molto più completo del loro albero genealogico spirituale.

Il retaggio comune che unisce gli scritti disparati della raccolta di Nag Hammadi, è un enfasi sul segreto, sulla conoscenza salvifica (gnosis), sull´opportunità di estraniarsi dall´umana società in generale ed astrarsi dalla corruzione del mondo materiale.

ALTRI MESSAGGI INCISI NEL MARMO o DIPINTI SULLA ROCCIA

In antichità, le iscrizioni incise nel marmo o nella pietra erano i mezzi più efficaci con cui i documenti del governo potevano essere resi noti ad un ampio pubblico. Nei fatti, le iscrizioni servivano come sistemi di documentazione per circa ogni fase della vita civica. Qualsiasi cosa, dai decreti imperiali, alla documentazione dei titolari dei pubblici uffici, al riconoscimento pubblico dei generosi benefattori civici, all´onore per gli atleti, tutto era reso noto mediante l´esposizione di iscrizioni incise professionalmente in luoghi di grande traffico.

Per via della natura virtualmente indistruttibile delle iscrizioni, molte di esse sono sopravvissute nei secoli a venire. Già per il tardo XIX secolo molte di esse erano state trovate e registrate dagli studiosi ed esploratori interessati, in particolare coloro che viaggiavano attraverso la moderna Grecia, Turchia e Siria. Direttamente o indirettamente, molte di queste iscrizioni hanno gettato nuova luce sulla nostra comprensione del mondo nel quale fu scritto il Nuovo Testamento, e hanno talvolta aiutato a rispondere alle domande poste dagli stessi scritti.

ISCRIZIONE DI GALLIO.

Nel 1905, uno studente di dottorato a Parigi tentava di districarsi tra una mole di iscrizioni che erano state recuperate nella città greca di Delfi. Accadde di notare che quattro frammenti separati, se uniti insieme, formavano il nucleo di una lettera imperiale. La lettera si rivelò essere un riscritto dell´Imperatore Claudio (41-54 d.C.) ad un uomo di Gallio, il proconsole della provincia di Achea nella Grecia centro-meridionale. Dal momento che l´iscrizione fissa il periodo della carica di Gallio all´anno 52, e dal momento che il Libro degli Atti menziona il proconsole per nome, in connessione con il soggiorno di Paolo a Corinto, molti studiosi del Nuovo Testamento ora usano questa iscrizione per datare una fase importante del viaggio missionario di Paolo.

L´ESISTENZA DEI TIMORATI DI DIO

Ma le iscrizioni non hanno bisogno di riferirsi a reali elementi nel Nuovo Testamento per offrire informazioni utili agli storici del mondo del Nuovo Testamento. Infatti, le iscrizioni che gettano luce su termini non familiari o strutture sociali menzionate solo incidentalmente dagli autori del Nuovo Testamento, possono essere di valore ancora maggiore per gli storici.

Per esempio, nel parlare delle visite missionarie di Paolo alle sinagoghe locali, nelle città di provincia, gli Atti ripetutamente implicano l´esistenza di un gruppo di pii gentili che regolarmente attendevano i servizi della sinagoga ed erano conosciuti come "Timorati di Dio" (Atti 13:16, 26; 16:14; 17:4, 17; 18:7). Fino a poco tempo fa, questi riferimenti sono stati una sorta di enigma, perché, malgrado il termine "Timorati di Dio" apparisse in un numero di iscrizioni riferite ad un individuo particolare, non vi era una ferma evidenza di gruppi di "Timorati di Dio".

Questo scenario è mutato drammaticamente con una nuova scoperta casuale nel 1976. Quando un gruppo di archeologi della New York University stava scavando un´area confinante l´antica città di Aphrodisias nella Turchia centro meridionale, scoprì due iscrizioni giudee di generosi benefattori. Una di queste, datata all´inizio del III secolo, elenca un gruppo di donatori, tutti con nomi Giudei, ai quali fu aggiunta la frase "e tutti coloro che sono Timorati di Dio". A seguire questa frase, si legge un´altra lunga lista di donatori, tutti con nomi gentili.

Sfortunatamente, la parte iniziale dell´iscrizione è andata distrutta, così non possiamo sapere esattamente per quale tipo di generosa donazione questi popoli fossero stati ricordati. Ciononostante, gli studiosi hanno prove che un grande numero di gentili era attivamente coinvolto nell´adorazione e nella vita comunitaria delle sinagoghe, malgrado non si convertì mai pienamente al Giudaismo. Inoltre, gli Atti sono probabilmente corretti quando suggeriscono che questo gruppo potrebbe essere stato recettivo specialmente del messaggio portato dai primi missionari cristiani.

ARTE IMPERIALE: IL MEZZO ED IL MESSAGGIO

Ma non tutte le informazioni rilevanti del mondo antico sono registrate nelle iscrizioni.

A causa dei livelli minimi di alfabetizzazione, l´immagine visiva era un mezzo molto più efficace per la comunicazione popolare. Un esempio importante di arte romana, specificamente creata per inviare messaggi politici ai cittadini di Roma e agli abitanti dell´impero, fu l´erezione e la decorazione dei massicci archi trionfali. Questi archi erano eretti a spese del governo in varie località attraverso l´impero, ma specialmente a Roma stessa.

Ancora oggi nella città di Roma, si vede l´arco di marmo, magnificamente inciso, che fu eretto per celebrare la vittoria dell´imperatore Tito sui Giudei nel 70 d.C. Il monumento, che fu completato poco dopo la morte di Tito, nell´81, illustra e celebra la vittoria di Roma su Gerusalemme, e, per implicazione, il favore espresso dal leader romano alla dea Victoria.

Nel Libro 7 della Guerra Giudea, lo storico giudeo Giuseppe descrive in grande dettaglio la sontuosa parata di vittoria tenutasi in Roma immediatamente dopo la guerra. Uno stretto paragone tra le scene incise sull´arco e la descrizione letteraria di Giuseppe, rivela che una parte significativa della decorazione incisa sull´arco di Tito è una narrazione visuale della parata. Per esempio, un pannello ritrae parte di una processione nella quale rovine del Tempio di Gerusalemme sono poste su un carro. Gli oggetti mostrati sono oggetti di culto, come la tavola per l´offerta, o, riprodotto con intricati dettagli, un candelabro a sette bracci, o menorah.

Come ci si potrebbe forse aspettare, altri pannelli si concentrano sulla figura di Tito. Una scena ritrae il suo ruolo nella processione trionfale, su di un carro magnificamente decorato, trainato da quattro cavalli. La dea Victoria in persona lo cinge di una corona dorata. Ma la scena cui è accordata più grande importanza, registra un evento che ebbe luogo 11 anni dopo. L´imperatore morto è ritratto come portato al cielo sulle ali di un´aquila. Visto come un messaggio visuale unificato, pertanto, l´arco celebra Tito come l´eroe della guerra giudea, che divenne in seguito un dio per via del suo straordinario servizio nel mantenere la pace nell´Impero.

La fortunata sopravvivenza dell´Arco di Tito aggiunge una dimensione importante alla nostra comprensione dello svolgimento della guerra Giudea e quel che significò per i vari partecipanti. L´evento, che fu considerato dagli Ebrei palestinesi una tragedia incredibile, e da alcuni dei primi Cristiani il castigo divino contro il popolo di peccatori, era considerato da molti pagani come il mandato divino di Roma a governare il mondo su incarico degli dei.

In termini generali, gli imperatori romani avevano ricche risorse economiche, con le quali promuovere i messaggi politici e religiosi dei loro regni mediante l´arte monumentale. Ma avevano anche il piuttosto semplice ma estremamente efficace mezzo del conio imperiale. Grazie alla circolazione della moneta, potevano infatti raggiungere una consistente porzione della popolazione, nella sua vita di tutti i giorni, come accade, oggigiorno, a mezzo della pubblicità televisiva.

"Date a Cesare quello che è di Cesare" dice Gesù, come riportato nei Vangeli (Marco 12:17; Matteo 22:21; Luca 20:25). Queste parole sono pronunciate quando uno dei Farisei produce una moneta con il ritratto della testa dell´imperatore su una delle due facce. Quel che Gesù vuol dire, è che non importa quanto potente possa essere l´imperatore nel suo regno politico, la sua influenza non si estenderà comunque al regno spirituale.

In questa ed altre scene narrative, i vangeli del Nuovo Testamento riflettono un´intensa consapevolezza che il messaggio della buona novella riguardante Gesù deve competere con un mondo in cui altri messaggi, molto differenti, circolano facilmente attraverso tutti i livelli della vita quotidiana. Le monete imperiali non solo ritraggono il volto dell´imperatore ma spesso reclamizzano le sue imprese. Due dei messaggi più comuni che le monete romane enfatizzavano erano infatti le loro vittorie, che mantenevano la pace dell´impero, e le generose opere d´intervento pubblico che miglioravano le condizioni di vita dei loro sudditi.

ARTE POPOLARE RELIGIOSA: LA LEALTÀ AL GOVERNO INCISA NELLA PIETRA

Un altro modo nel quale i resti materiali possono accrescere la nostra comprensione del mondo in cui si diffuse il messaggio dei primi Cristiani, è dare voce ad altri messaggi di speranza e salvezza che sembrano essere stati rivolti agli abitanti ordinari del mondo Greco-romano. La situazione nella città di provincia di Filippi è un esempio indicativo.

Secondo il Libro degli Atti, Paolo iniziò il suo principale viaggio di missione a Filippi (Atti 16:11-40). In più, abbiamo la sua lettera ai Filippesi nella quale indica una speciale affezione per la comunità cristiana del luogo.

Però, se dovesse dipendere solo dai dettagli di questi e dai successivi scritti Cristiani, avremmo saputo davvero poco circa quali aspetti del messaggio cristiano potrebbero essere riferiti per ai pii pagani di questo piccolo centro agricolo. Grazie alla sopravvivenza di alcune evidenze materiali piuttosto insolite, però, sappiamo qualcosa circa il sentimento religioso delle persone comuni in questa particolare parte del mondo, in questo particolare momento.

Situata nel nord-est della Grecia, Filippi era una colonia romana annidata lungo la Via Egnatia, l´arteria principale che conduce da Roma alla Costa Egea. Perfino oggi, i visitatori al sito possono vedere i resti del suo foro, con una fontana un tempo splendida, la biblioteca, gli uffici civici ed i suoi templi monumentali che onoravano la divinità patrona della città e della famiglia imperiale.

Oltre il foro a sud si trovava un centro commerciale, e, oltre esso, i campi fertili della piana di Datos. Ma sul lato settentrionale della grande via romana si profila una ripida formazione rocciosa che conduce ai più alti rilievi delle Montagne di Pangaion. Sparsi su questa solitaria striscia di rocce, vi è una profusione incredibilmente ricca di rappresentazioni religiose rozzamente incise, graffiti e testimonianze vive della pietà delle persone comuni.

Queste incisioni sulla roccia sono il prodotto di artisti locali di scarsa abilità, senza dubbio commissionati da persone con risorse finanziarie limitate. La maggior parte di esse sembra essere stata commissionata come atto di pietà e gratitudine per alcuni doni di protezione, guarigione, o salvezza che il dio o la dea è accreditata di aver realizzato, esaudendo le suppliche rivoltegli.

Fino ad ora sono stati identificati 187 rilievi, che formano una sorta di esteso santuario all´aria aperta. La dea Diana (la controparte della dea Greca Artemide), nel suo ruolo di cacciatrice è rappresentata in modo prominente. Infatti, vi sono oltre 90 rappresentazioni distinte, che la ritraggono nelle varie pose di caccia.

Questo non ci deve sorprendere, considerato che ci si trovava in un´area essenzialmente rurale.

Questa prova di attenzione popolare per i rischi e le opere dei cacciatori è ulteriormente enfatizzata dalla presenza, tra le stesse rocce, di un santuario rozzamente inciso a Silvanus, il dio romano delle foreste e boschi.

Malgrado queste divinità silvestri e la caccia dominassero il paesaggio roccioso della città di Filippi, vi è comunque rappresentata una varietà di altre divinità, inclusa la dea madre, originaria della Frigia, Cibele, e la dea Egiziana Iside. Seppure egiziana di origini, Iside divenne estremamente popolare nell´impero romano come dea compassionevole che poteva curare, proteggere, e probabilmente garantire ai suoi adoratori una vita migliore, dopo la morte.

Più in alto sulle montagne, Iside aveva il suo proprio tempio ed un piccolo santuario. Ma è anche onorata tra le incisioni rupestri. In una delle poche iscrizioni che accompagnano un rilievo, Iside è onorata come Regina dei Cieli, un titolo ripetuto di frequente per questa divinità. Altre offerte votive trovate nelle vicinanze, attestano la sua misericordia ed i suoi poteri di guarigione.

Quel che tutte le divinità celebrate in questa formazione rocciosa desolata hanno in comune, è che estendono la loro protezione alle persone comuni e alle occupazioni e preoccupazioni della loro vita quotidiana.

Paolo sembra avere compreso questa necessità dei Filippesi. E nella sua lettera, è ben attento ad indirizzare le loro suppliche incoraggiando la preghiera e re-indirizzando le loro suppliche al Dio di fede cristiana: "Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti" (Filippesi 4:6).

SCENE DALLE CATACOMBE: L´ARTE POPOLARE DEI PRIMI CRISTIANI

L´estensiva e quasi curiosa esplorazione delle catacombe dei primi cristiani ha rivelato un ricco, ed ampiamente nascosto mondo dell´arte e dell´immaginario dei primi Cristiani. Come Margaret Miles saggiamente sottolinea, ci si reca alle catacombe per informazioni dettagliate circa le immagini che i primi Cristiani associavano alla loro fede.

Seppure per alcuni Cristiani siano stati oggetto di pellegrinaggio religioso dal momento della loro creazione, non fu fino al XV secolo che gli studiosi iniziarono a visitare le catacombe romane nello spirito di indagine storica. Nel 1475 il fondatore dell´Accademia di Roma scrive di aver scoperto pareti coperte da pitture di scene bibliche nel corso di una visita alla catacomba di San Callisto, situata sulla Via Appia.

Nel tardo XVI secolo, scavi in un´area della periferia nord della città condussero ad un altro importante sito sepolcrale sotterraneo. Prima della fine di quel secolo, la prima di diverse catacombe giudee era stata scoperta a Roma. E la scoperta di nuove catacombe continua fino al momento presente.

Come riuscì ad esprimersi il sentimento religioso popolare dei Cristiani del III e del IV secolo, sulle pitture murali che circondavano queste tombe cristiane?

Primo, figure umane, generalmente rappresentazioni dei defunti, sono dipinte in modo altamente stilizzato. Tipicamente, si vedono con le braccia levate e grandi occhi anch´essi sollevati in una tipica attitudine della prima preghiera cristiana. In aggiunta a questi pii dipinti dei defunti, le prime tombe cristiane sono anche frequentemente decorate con simboli religiosi come croci e pesci.

Un terzo soggetto tipico ritratto nella prima arte cristiana è una ricca varietà di scene dalle storie bibliche. Qui un certo sviluppo può essere riscontrato nel tipo di soggetti biblici ritratti nell´arte del IV secolo, se paragonati ad i soggetti più spesso ritratti nei siti sepolcrali del III secolo.

Nel III secolo, le scene bibliche sono invariabilmente prelevate dall´Antico Testamento. Probabilmente per via delle persecuzioni che iniziarono nella metà del III secolo e nelle quali morì un gran numero di cristiani, gli artisti del III secolo favoriscono in particolare le storie di liberazione divina, come la fuga di Lot da Sodoma, la lotta di Sansone contro il Leone, e le molte storie ispirate alla figura di Mosè.

Perché l´apparente reticenza degli artisti cristiani del III secolo riguardo a temi specificamente del Nuovo Testamento? Alcuni interpreti hanno suggerito che fosse perché, perfino nel III secolo, il Nuovo Testamento non aveva ancora raggiunto il pieno status di scrittura, ed i libri raccolti nella versione Greca del Vecchio Testamento rimanevano ancora la Bibbia ufficiale delle chiese Cristiane.

Altri suggeriscono una risposta più pratica: i cristiani del III secolo potrebbero avere temuto la profanazione delle tombe dei loro amati, se fossero state contrassegnate da simboli cristiani in modo così specifico.

Qualunque fosse la ragione, con l´arrivo della Pace della Chiesa all´inizio del IV secolo, l´arte delle catacombe si arricchì dell´aggiunta di un numero di scene specificamente bibliche, incluse illustrazioni dei miracoli di guarigione narrati dai vangeli e da raffigurazioni dell´Ultima Cena.

Ma la maggior parte dei soggetti più comunemente ritratti era Cristo stesso nel ruolo del Buon Pastore. E questo fenomeno offre drammatiche evidenze che nella mente popolare Cristo fosse giunto ad assumere il ruolo di protettore divino, nutritore e salvatore nello stesso modo in cui i predecessori pagani dei cristiani del IV secolo avevano venerato le divinità protettrici, guaritrici e salvatrici di Eracle, Asclepio, Artemide, Mitra e specialmente Iside.

Alla fine, le virtù di molti sono state trovate risiedere nell´Uno.