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10 Novembre 2004 MISTERO
Franco Maria Boschetto
Gilgamesh siede e piange
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  Un re-sacerdote vissuto 5.000 anni fa
Il racconto del diluvio universale contenuto nei capitoli 6-9 del testo della Genesi ci è abbastanza noto. Meno noto al grande pubblico è forse il fatto che le tradizioni del diluvio sono molto più antiche del testo biblico, composto nella sua redazione definitiva durante la deportazione a Babilonia, tradizionalmente durata dal 587 al 539 .a.C. In questo articolo vorrei analizzare con voi alcuni racconti del diluvio presenti al di fuori della tradizione biblica; questa ricerca, potete scommetterci, ci porterà praticamente in ogni angolo del mondo, e ci farà scoprire che la narrazione del diluvio non é un ingigantimento mitico delle alluvioni che interessarono in epoca preistorica la Bassa Mesopotamia, ma appartiene invece alle tradizioni orali e scritte di tutti i popoli della terra.
Cominciamo, com'é logico, dal racconto più somigliante alla famosa epopea noachica. Stiamo parlando di alcune tavolette incise con caratteri cuneiformi, risalenti al tempo del re assiro Assurbanipal (668-626 a.C., il Sardanapalo dei greci), riportate alla luce a Kujundshik presso Ninive alla metà del XIX secolo e decifrate dall'inglese George Smith (1840-1876), studioso autodidatta di lingue antiche ed assirologo dilettante. Si tratta del celeberrimo poema di Gilgamesh, che narra le leggendarie imprese dell'omonimo eroe per due terzi dio e per un terzo uomo. Secondo il poema egli fu il quinto patesi (re-sacerdote) della città di Uruk, e questo ci convince del fatto che la vicenda sia molto più antica delle tavolette di Kujundshik. Poiché i luoghi descritti appartengono alla regione del basso corso dei fiumi Tigri ed Eufrate, dove erano stanziati i Sumeri, é quasi certo che questo poema rappresenti un elemento superstite dell'epica di quel popolo di origini ignote (ma di certo né semitico né indoeuropeo), la cui presenza in Caldea é testimoniata fin dal IV millennio a.C. Nei molti secoli durante i quali si sviluppò la loro civiltà, essi probabilmente dovettero rielaborare e fissare per iscritto tutte le leggende più antiche della mezzaluna fertile; perciò, qualunque frammento di interesse per la nostra inchiesta sia rintracciabile nella loro straordinaria mitologia, noi dobbiamo ritenerlo estremamente prezioso. E, come ora vedremo, non é solo qualche astratto riferimento che essi ci hanno lasciato, ma un'intera "scatola delle sorprese"! Come probabilmente già sapete, infatti, l'antichissimo poema decifrato da George Smith narra le vicende di Gilgamesh e del suo inseparabile amico Enkidu, eroi legati da così profonda amicizia da ricordare quella fra Oreste e Pilade nella tradizione greca, o quella fra Eurialo e Niso nell'epica romana. Quando però Enkidu morì di una malattia atroce ed orribile, Gilgamesh si rese conto della caducità della nostra natura umana e decise di diventare immortale. Un'impresa non da poco, voi direte; ma Gilgamesh non era nuovo a "sbruffonate" di questo genere. Così infatti lo descrive l'omonimo poema:
"Colui che tutto vide sino ai margini della Terra, ogni cosa conobbe e tutto studiò, lui, ricco di sapienza e di esperienza, le cose arcane vide, le cose nascoste scoprì, ciò che avvenne prima del diluvio narrò; lui che remoti cammini percorse fino allo sfinimento, ogni sua fatica scolpì poi su una pietra, costruì le mura di Uruk tutt'intorno al sacro tempio..."
Imprese erculee, come si legge. Probabilmente si tratta di un personaggio storico, vissuto tra il 3100 e il 2700 a.C., ma trasfigurato dal mito secondo un ben noto meccanismo psicologico che spiega le doti eccezionali con un'origine divina; così, di lui ci resta solo questo straordinario racconto romanzato.

 Frammento in terracotta del Poema di Gilgamesh, Londra, British Museum

" Come un esercito in guerra "
Tornando al poema, per conquistare la vita immortale il prode Gilgamesh si mise in viaggio fin sull'altra sponda dell'oceano, per incontrare il proprio antenato Ut-napyshti, che dagli dei aveva ottenuto l'immortalità. E qui comincia la parte più interessante del poema: il dono di vivere in eterno gli era stato fatto da un dio amico per essere scampato ad una immane tragedia, nella quale era perito tutto il resto dell'umanità; una tragedia che noi traduciamo proprio con la parola... diluvio!!! L'umanità era stata infatti travolta dalle acque piovute da sopra il cielo, proprio come secoli più tardi ci avrebbe raccontato la Bibbia. Potete immaginare quale fu l'eccitazione di Smith quando si rese conto che quelle poche tavolette d'argilla contenevano il più antico racconto scritto conosciuto del Diluvio Universale!
Ma voglio raccontarvi tutta la storia per esteso. Dovete sapere che, prima di questa catastrofe, Ut-Napyshti era il re di Shuruppak, una città sumerica sul fiume Eufrate nell'attuale Iraq. Non é che i suoi tempi fossero una buia epoca di decadenza, come sostengono invece la tradizione ebraica e quella greca; la vita si svolgeva tranquilla sulla Terra, e l'uomo era capace sia di gesta generose che di nefandezze indegne della sua ragione umana. Le cose, insomma, andavano più o meno come ai nostri giorni. Tuttavia Enlil, dio dell'aria, si stufò della presenza degli uomini perché infastidito dal loro... chiasso! Convocò allora gli altri dei, decise con loro di far perire l'umanità in uno spaventoso diluvio e fece giurare a tutti di non tradirlo, rivelando agli uomini mortali questo segreto. Ora però Ea, il dio della terra, amava moltissimo il suo devoto fedele Ut-napyshti, e decise di salvarlo. Ma come avrebbe potuto avvertirlo, avendo le mani legate dal proprio giuramento?
Fortunatamente, il buon nume ebbe un'idea. Si pose davanti a una parete di canne e, parlando a sé stesso, vuotò il sacco circa la faccenda del diluvio universale. Il fatto é che dietro il muro c'era proprio Ut-napyshti, che sentì tutto. Così, senza rivelare il segreto divino, cominciò a fabbricare una vera e propria arca, che a differenza di quella biblica era di forma cubica ("Siano uguali la sua larghezza e la sua lunghezza", disse testualmente Ea al suo beniamino). In essa avrebbe dovuto trovare rifugio, oltre all'eroe e alla sua famiglia, anche ogni specie di animali, esattamente come nel racconto biblico. La costruzione dell'arca durò sette giorni; poi, quando il dio suo amico gli inviò i segnali convenuti, vi entrò e la sigillò dall'interno.
Per sei giorni e sei notti le acque del diluvio si rovesciarono sulla terra, che venne totalmente sconvolta. Terribile é la descrizione della tempesta, con il giorno che tutto d'un tratto si trasforma nella notte e la marea che infuria "come un esercito in guerra". Il settimo giorno, finalmente, tutto tornò tranquillo e il cubo galleggiante che recava in salvo l'antico eroe si arenò; come narra lo stesso Ut-napyshti al nipote Gilgamesh, "tutti gli uomini erano divenuti fango"! Vale però la pena di leggere il testo originale, in modo da poter confrontare questo racconto dell'uragano cosmico con quello biblico:
"Presi con me tutto quanto avevo, l'intero frutto della mia vita, e lo portai nella barca: la famiglia e tutti i parenti, gli animali dei campi, le bestie del pascolo e le genti da lavoro, imbarcai tutti. (Gen 6,19-21, fonte P; Gen 7,1-4, fonte J)
Salii nella barca e chiusi la porta. (Gen 7,16b)
Quando il nuovo giorno sorse luminoso, una nuvola nera si raggomitolò lontano sull'orizzonte. Il chiarore del giorno si trasformò d'un tratto nella notte, il fratello non vide più il fratello, il popolo del cielo non si poté più riconoscere. (Gen 7, 11b)
Gli dei erano pieni di spavento davanti al diluvio, essi fuggirono e si rifugiarono sulla montagna celeste di Anu; gli dei si accovacciarono come cani contro le mura, e ristettero immobili.(---)
Durante sei giorni e sei notti si gonfiarono la tempesta e il diluvio, l'Uragano regnò sul paese. (Gen 7, 24, fonte P; Gen 7, 12 e 17a, fonte J)
Quando il settimo giorno spuntò, si placò la tempesta, si spianò la marea che aveva infuriato come un esercito in guerra; le onde si fecero tranquille, cessò il vento tempestoso, e i flutti smisero di salire. (Gen 8, 1b-3)
Guardai verso l'acqua: il suo mugghiare si era ammutolito, tutti gli uomini erano divenuti fango! La superficie terrestre era divenuta uniforme come un tetto! (Gen 7, 21-23)
Guardai verso la terra, verso l'orizzonte del mare: lontano, molto lontano, emergeva un'isola. L'imbarcazione arrivò al monte Nisir, presso il monte Nisir arrivò e si fermò come se fosse ancorata. (Gen 8, 4)
Quando spuntò il settimo giorno, liberai una colomba e la mandai lontano, e la mia colomba volò e poi tornò indietro: poiché non aveva trovato un posto dove posarsi, tornò indietro. (Gen 8, 8-12)
Presi una rondine e la lasciai volare, e la mia rondine volò via e poi tornò indietro: poiché non aveva trovato un posto dove posarsi, tornò indietro. (---)
Presi un corvo e lo lasciai volare, e il corvo volò via e vide che lo specchio dell'acqua si abbassava: esso si nutrì, volò intorno, gracchiò e non tornò più indietro. " (Gen 8, 6-7)

Nel regno di Urartu
Come avete di certo capito, a parlare é Ut-Napyshti. Ho segnato accanto ad ogni paragrafo il riferimento al passo corrispondente del racconto biblico; (---) significa che non c'é corrispondente. Questi testi senza corrispettivo ebraico sono due: il terrore degli dei, che fuggono nel regno del dio Anu (cioè nella parte più alta del cielo), e l'esplorazione della rondine. Se la soppressione del primo brano é facile da comprendere, perché contrasta con il monoteismo ebraico e con l'onnipotenza di Jahvé/Elohim, meno giustificata risulta l'eliminazione della rondine. Perché eliminare la rondine e non il corvo? Anche qui é sotteso un simbolismo oggi non più spiegabile.
Al di là delle differenze, la coincidenza di due uccelli su tre e dell'idea di farli partire come esploratori é impressionante, e ci convince circa il fatto che gli autori biblici, indipendentemente dal momento in cui scrissero, dovevano avere ben presente questo testo mesopotamico; il che non stupisce, visto che Canaan era situata al crocevia delle grandi vie carovaniere tra Egitto e Babilonia. Facciamo comunque rilevare che, secondo alcuni esegeti, l'uso degli uccelli come "palloni sonda" si spiegherebbe con il fatto che l'arca non aveva finestre, ma solo porticine sul tetto, per impedire l'ingresso dell'acqua. Guardare fuori sarebbe stato perciò un grosso problema.
L'altro notevole punto di contatto tra poema di Gilgamesh e Genesi é costituita dall'arenarsi dell'arca su un monte. Il vascello di Ut-Napyshti andò a fermarsi sul monte Nisir, situato secondo i testi cuneiformi nell'attuale Kurdistan, tra i fiumi Tigri e Zab, in quella stessa regione montuosa dove é identificabile il biblico Ararat.

L'archeologia moderna, oltre che sulla letteratura sumerica ed assiro-babilonese, ci ha fornito lumi anche sui regni fioriti ai margini della valle del Tigri e dell'Eufrate. Nel periodo della decadenza assira, nella prima parte dell'ultimo millennio avanti Cristo, il declinare di Assur e di Babilonia favorì il sorgere di diversi regni guerriglieri in quelle che erano state le provincie periferiche dell'impero assiro. Fra questi, é da annoverare il regno di Urartu. Ecco quanto ci dice di esso la "Cronologia Universale" edita da Garzanti: il suo fondatore fu Sarduri I (835-825 a.C.), che creò una piccola potenza regionale tra i laghi Van ed Urmia; la sua capitale era Tushpa. Sotto i successori di Sarduri I, Urartu estese il suo dominio fino al fiume Eufrate, ai laghi Urmia ed Erevan e alla città di Aleppo. Sarduri II avanzò oltre il Tigri e l'Eufrate marciando su Assur, ma venne battuto da Tiglat-Pileser III (745-727 a.C.), il re che rifondò la potenza assira. Dal 750 a.C. in poi, inoltre, Urartu se la dovette vedere anche con i Cimmerii, popolazione nomade proveniente dal Caucaso, che compiva rapide scorrerie nei territori della mezzaluna fertile.
Al 714 a.C. risale la vittoria definitiva degli Assiri su Urartu; la rapida ascesa dell'impero di Ninive ne segnò la fine, come la sua decadenza ne aveva segnato lo splendore. A ciò s'aggiunsero, a partire dal 720, le incursioni degli Sciti, provenienti dalla Russia meridionale; dopo il 600, poi, nella regione si stanziarono gli Armeni indoeuropei, mettendo fine a quanto restava del popolo di Urartu, inglobato nel 610 dal regno dei Medi. Ne conservò memoria solo la Bibbia con il suo "Ararat", che diede al paese quell'immortalità che aveva cercato inutilmente con la forza delle armi. Paese florido benché montagnoso, ricco di giacimenti di ferro e di rame, e per questo all'avanguardia nella lavorazione dei metalli e nella forgiatura di spade, ci ha lasciato le tracce di imponenti fortezze. La sua rapida parabola poteva ben aver suggerito ai sacerdoti ebrei in esilio a Babilonia di essere il prototipo dell'umanità che risorge e decade, seguendo il destino di tutte le creazioni del braccio e dell'ingegno umani. La sua collocazione geografica, poi, ne favorì l'identificazione come luogo di approdo dell'arca. Anche il monte Nisir va probabilmente cercato in quel paese, anche se vedremo che ogni popolo ha il suo "Ararat" nazionale: per esempio, i Greci lo ponevano in Grecia. E, del resto, quale scrittore non ambienterebbe il proprio capolavoro nel proprio paese d'origine?

Poema epico e storia sacra
A questo punto, é necessario sottolineare il fatto che solo lo schema generale del racconto mesopotamico coincide praticamente con quello tramandatoci dalla Bibbia; se scendiamo nei particolari, notiamo più differenze che somiglianze. Anzitutto, Noé porta nell'arca solo i più stretti congiunti, preoccupandosi però di salvare tutti gli animali terrestri; invece, Ut-Napyshti si preoccupa di salvare più che altro le sue proprietà. Quando parla di "genti da lavoro", si riferisce ai propri servi, e gli unici animali salvati sono quelli che egli possiede. Egli non si preoccupa affatto di preservare le specie viventi, quasi che gli dei abbiano organizzato un "diluvio intelligente", in grado di sterminare solo gli esseri umani. Diversa é la durata del diluvio: solo sette dì e sette notti, anziché 40 (non dimentichiamo che sette é un numero molto caro alla simbologia orientale). Diversa é l'entità del diluvio: i monti non appaiono completamente sommersi. Diverso é persino lo stile della narrazione: chiunque di voi può constatare quanto più avventuroso e ricco di immagini colorite risulti questo racconto rispetto ai magri versetti biblici, con "gli uomini trasformati in fango", le acque paragonate ad "eserciti", e gli immortali paragonati addirittura a "cani"! La descrizione é così realistica da assomigliare a quella di un testimone oculare!
Ma, soprattutto, diverso é il fine teologico della narrazione. Infatti, secondo gli autori della Genesi (sia lo Jahvista, che il Sacerdotale, che il Redattore ultimo) il diluvio é un castigo inviato da Dio contro l'umanità, che si é radicalmente allontanata dal Suo progetto di amore. Contemporaneamente, nella Bibbia c'é l'affermazione della totale onnipotenza del Signore, al cui comando le acque vanno e vengono a piacimento, e della sua sconfinata misericordia, che si traduce nella grande Alleanza simboleggiata dall'arcobaleno, così come l'alleanza con Abramo troverà la sua espressione concreta nella circoncisione, e quella con Mosé nell'osservanza della Legge. Dio é insomma un padre severo ma buono, che castiga duramente coloro che lo hanno deluso depravandosi sempre più (si pensi al bestiale grido di guerra di Lamec il Cainita in Gen 4,24, vero "manifesto" dei nemici di Dio!), ma ha a cuore il destino dei pochi giusti e degli animali, incolpevoli perché privi di ragione, al punto di "pentirsi di essersi pentito" della propria opera creatrice, e di assicurare che il tempo sulla terra non si interromperà mai più.
Totalmente differente é la prospettiva dell'ignoto autore dell' epopea di Gilgamesh. Gli dei distruggono l'umanità solo per un capriccio, ed anzi é uno solo di essi che aizza tutti gli altri contro l'uomo, costringendo un altro nume ad una difficile manovra per salvare il proprio protetto. Ut-Napyshti poi é salvato non perché é più giusto degli altri, ma solo perché sta simpatico ad un dio benevolo, che rischia grosso per lui. Durante il diluvio egli é abbandonato a sé stesso, poiché Ea non può fare più nulla per lui, mentre durante il diluvio biblico Dio non si dimentica mai di Noé e dei suoi. Nulla c'é di provvidenziale nel poema assiro, in accordo con la visione scoraggiante che gli abitanti della Mesopotamia avevano degli dei.
Questo ci conferma che, diversamente da quanto pensavano alcuni critici dell'ottocento, il racconto biblico del diluvio NON é affatto una "brutta copia" di un mito meglio raccontato, ma rappresenta, rispetto a quello, un notevole passo avanti nella comprensione del divino da parte dell'uomo. L'operato di Dio non é cieco fato o vano capriccio di una mente distorta, bensì costituisce il realizzarsi nella storia di un progetto d'amore. D'altro canto, dovevamo aspettarci una simile differenza fra il racconto babilonese e quello della Genesi, proprio perché quello appartiene solo ad un poema epico, questa ad una storia sacra, che vuole comunicare prima di tutto un messaggio di speranza e di fiducia in Dio.

 Il Regno di Urartu e i Regni di Lidia e di Frigia

Gli dei buongustai
Dopo questo raffronto, che mi sembrava doveroso compiere, possiamo avviarci a concludere l'avvincente narrazione mesopotamica del diluvio universale. Avendo compreso che le acque si stavano ormai ritirando sotto la superficie terrestre, Ut-napyshti fece uscire tutti dal suo provvidenziale vascello e celebrò un sacrificio, del tutto analogo a quello di Noé in Gen 8,20, raffigurato da Raffaello nelle logge progettate da Bramante per papa Giulio II. Gli dei "fiutarono il buon odore" e "si radunarono come mosche sul sacrificio": anche il nostro Dio in Gen 8,21 annusa la "soave fragranza" del sacrificio di Noé, e ne é talmente contento da stringere alleanza perpetua con lui e con tutti i suoi discendenti: il sacrificio ebraico non era solo una rinuncia, era un modo per far giungere direttamente a Dio la propria offerta, e quindi le parole della Bibbia e dell'epopea di Gilgamesh vogliono solo efficacemente indicare il gradimento dell'offerta da parte dell'Essere Supremo. Così, dopo essere stati vilmente ridotti al rango di CANI, gli dei vengono rivalutati, apparendo perlomeno come dei BUONGUSTAI. Ricordate quanto dicevamo del "Dio portinaio"? Ebbene, in quell'immagine non é certo trascurabile l'influsso della cultura assiro-babilonese. Ma tiriamo avanti.
Naturalmente a questo punto arrivò anche Enlil il quale, vedendo che il suo piano per sterminare gli uomini era fallito, andò su tutte le furie con Ea. Questi replicò rimproverandolo per aver voluto distruggere l'umanità solo a motivo dei suoi capricci, indi prese con sé Ut-napyshti e la moglie per sottrarli alla vendetta del perfido dio dell'aria, li benedisse (esattamente come fece Dio con Noé ed i suoi dopo l'uscita dall'arca!) e li trasportò al di là dell'Oceano, ai confini della Terra, dove li aspettava una vita eterna e felice, simile a quella degli dei. Chi ha letto l'"Odissea" sa che questo é anche il destino degli eroi greci, discendenti dagli dei, per cui erano stati preparati i campi Elisi. Nel canto IV di questo poema il dio marino Proteo predice all'eroe Menelao la vita perpetua in quel giardino di delizie solo per il fatto di essere "genero di Zeus" attraverso la bella Elena, che secondo la leggenda era appunto figlia di Zeus e Leda:

" Ma tu, tu, Menelao, di Giove alunno,
chiuder gli occhi non dei nella nutrice
di cavalli Argo, ché nol vuole il Fato.
Te nell'Elisio campo, ed ai confini
manderan della terra i numi eterni,
là 've risiede Radamanto, e scorre
senza cura o pensiero all'uom la vita.
Neve non mai, non lungo verno o pioggia
regna colà, ma di favonio il dolce
fiato, che sempre l'Oceàno invia,
que' fortunati abitator rinfresca.
Perché ad Elena sposo, e a Giove stesso
genero sei, tal sortirai ventura. "
(l. IV, vv.703-715 nella trad. di I.Pindemonte)

Naturalmente, giunti proprio sul più bello, non voglio lasciarvi con la curiosità di sapere come va a finire il "poema di Gilgamesh"; dopotutto, nessun professore si é mai sognato di parlarne a scuola, come si fa invece (e fino alla nausea!) con l'"Iliade" e la "Divina Commedia". Com'era immaginabile, Gilgamesh riuscì a strappare al suo antenato Ut-Napyshti il segreto per divenire immortale: mangiare una pianta che cresce in fondo al mare. Anche questa era un'impresa colossale, ma l'eroe sumerico riuscì perfino in essa: si tuffò, raggiunse la pianta, la strappò dal fondo, la portò in superficie, dove la mostrò con aria di trionfo al proprio battelliere. A questo punto, Gilgamesh aveva l'immortalità ad un passo; ma, come spesso accade nelle favole, essa gli sfuggì per un pelo. Ecco, difatti, quello che gli accadde durante il viaggio di ritorno:

" Gilgamesh vide un pozzo la cui acqua era fresca: vi discese dentro e si lavò con l'acqua. Un serpente fiutò l'odore della pianta... salì e portò via la pianta...
Allora Gilgamesh si siede e piange, sulla sua guancia scorrono le lacrime... "

Questo testo ricorda molto da vicino il famoso racconto della Genesi, secondo cui l'uomo e la donna persero la propria immortalità beata proprio a causa del serpente, "il più astuto di tutti gli animali della terra che Dio aveva fatto" (3,1): posteriore alla redazione del Pentateuco é infatti l'identificazione di questo serpente con il diavolo. Certo, non é possibile negare che questo passo del poema, così popolare nell'antica Babilonia, abbia influenzato l'autore biblico; ma, come nel caso del diluvio universale, la prospettiva é molto diversa. Infatti questo serpente toglie solo a Gilgamesh la speranza dell'immortalità, mentre quello biblico la toglie a tutti noi. Inoltre, quello prospettato dai Sumeri é un meccanismo quasi automatico: niente pianta, niente vita eterna, quasi fosse solo una medicina portentosa. Invece, nella Bibbia l'"albero della vita" é solo il simbolo dell'immortalità divina, e i due progenitori perdono il diritto a fruire di essa perché Dio li punisce per il loro atto di superbia, cioè per il loro voler essere più che semplici creature, per il voler essere simili a Dio. Lo stigmatizza benissimo Dante nel Paradiso:

"Or, figliuol mio, non il gustar del legno
fu per sé la cagion di tanto esilio,
ma solamente il trapassar del segno."
(canto XXVI, vv. 115-117)
Come si é visto, dunque, il "Poema di Gilgamesh" presenta diversi limiti dal punto di vista dell'interpretazione del divino, rispetto alla rivelazione biblica. Eppure, come ha scritto un commentatore, esso rappresenta la più alta opera poetica dell'antico Vicino Oriente extrabiblico, e la più affine, fra tutte, al sentimento moderno. L'amicizia tra Gilgamesh ed Enkidu, il dolore, il problema della morte, la salvezza, la ricerca dell'immortalità, la profonda vena di pessimismo che lo attraversa sono temi scottanti anche per l'uomo d'oggi, e in esso la mitologia antica é utilizzata per esprimere in modo efficace le inquietudini del mortale d'ogni tempo. Varrebbe perciò la pena di dedicare almeno alcune ore dell'odierno insegnamento scolastico alla lettura almeno parziale di questo scritto che, usando una metafora non certo fuor di luogo, possiamo definire "vecchio come Noé", e che, ispirando al popolo ebraico prigioniero una parte delle sue tradizioni mitologiche e sapienziali, ha finito per rendere sé stesso la profonda radice di tutta la religione, l'arte, la cultura, le tradizioni, il pensiero di tutta la moderna civiltà occidentale.

"Scoperto il diluvio universale - stop"

 Frammento in terracotta del Poema di Gilgamesh, Londra, British Museum
Prima di chiudere questo argomento, e di passare ad altre descrizioni del diluvio universale, voglio qui accennare ad una curiosa scoperta archeologica, avvenuta nel 1929 nell'estremo sud della Mesopotamia, che é diventata il cavallo di battaglia di coloro che sostengono che il racconto del diluvio altro non é che un ingigantimento (una "universalizzazione", direi) del ricordo di una colossale alluvione protostorica. L'autore di questa scoperta é sir Charles Leonard Woolley, archeologo professionista divenuto famoso per aver disseppellito dalle sabbie del Tell al Muqayyar, oggi nell'Iraq meridionale, i resti della biblica Ur dei Caldei. Uomo intelligente e fortunato, egli riuscì a dissotterrare le tombe dei re sumerici, scoprendo una civiltà antica quasi quanto quella egiziana, e forse ancora di più. Durante la sua sesta campagna di scavi presso il Tell al Muqayyar, avvenuta appunto nell'estate del 1929, egli volle accertare se sotto la più profonda (e quindi la più antica) delle tombe reali da lui riportate alla luce, vi fossero tracce di altre inumazioni, o magari di una civiltà ancora più antica. Il suo scopo era quello di sapere quando il primissimo insediamento umano pose le proprie fondamenta sulla terra vergine.
Ebbene, sotto le tombe egli trovò uno strato di cenere di legna bruciata, contenente numerosi frammenti di anfore, vasi, tazze tutte di terracotta. Lo stile della ceramica rimaneva invariato, e pressoché identico a quello dei pezzi ritrovati nelle cripte reali, nonostante questo strato dovesse essere di due o tre secoli più antico di quelle. Durante lunghi secoli, dunque, la tecnica sumerica di produzione della ceramica non aveva subito variazioni di rilievo: doveva perciò aver raggiunto un alto grado di sviluppo già in epoca remotissima.
Dopo giorni e giorni di scavo, finalmente, le vanghe degli operai raggiunsero uno strato dal quale era assente qualunque traccia di civiltà umana. Già dopo un esame superficiale, tuttavia, Woolley riconobbe che quello era uno strato di argilla, quale poteva formarsi solo attraverso i sedimenti lasciati dalle acque, come per esempio un fiume in piena che si ritira. Pensate per esempio alle inondazioni del Nilo, che lasciavano il fertile limo sulla terra d'Egitto!
Dunque, quell'argilla poteva avere un'unica spiegazione: non poteva trattarsi che di sabbia alluvionale. Ma da dove veniva? L'aveva depositata il non lontano Eufrate, durante una delle sue periodiche esondazioni, che però, a differenza di quelle del Nilo, erano sempre distruttive? Allora, intorno al XX sec.a.C., il golfo Persico si addentrava nel continente assai più di oggi, il Tigri e l'Eufrate sfociavano in mare separatamente, ed Ur, oggi 180 chilometri nell'entroterra, sorgeva nei pressi della foce dell'Eufrate, che si poteva tranquillamente ammirare dall'alto della sua famosa Ziqqurat, ancor oggi in piedi. Tuttavia, calcoli più accurati indussero Woolley ad escludere questa probabilità. Egli scrive nel suo diario:

" Vidi che eravamo troppo in alto. Non era pensabile che l'isola sulla quale erano state costruite le prime abitazioni potesse emergere tanto dalla palude. "

Il fondo della buca scavata dagli operai, dove cominciava lo strato argilloso, giaceva molti metri al di sopra del livello del fiume; dunque, non poteva trattarsi di materiale sedimentario portato dall'Eufrate. Quell'argilla costituiva un vero mistero. Allora l'impaziente Woolley decise di scavare attraverso quello strato misterioso. Man mano che i secchi di sabbia venivano estratti, con grande sorpresa egli si accorse che lo strato era molto più profondo del previsto; solo dopo quasi tre metri lo strato argilloso ebbe fine, così rapidamente com'era cominciato.
Ma il bello era ancora da scoprire. A questo punto, infatti, l' archeologo inglese ed i suoi colleghi si erano aspettati di trovare terra vergine, senza tracce di civiltà; ed invece ecco nuovi strati di macerie, tra cui ancora molti residui di terracotta. Sotto uno strato argilloso spesso quasi tre metri, si incontravano ancora residui di insediamenti umani!
Ora, però, Woolley osservò che la tecnica di produzione della terracotta era radicalmente mutata, rispetto ai frammenti degli strati soprastanti. Questi ultimi, infatti, erano stati chiaramente prodotti con la ruota del vasaio; quelli trovati sotto l'argilla, invece, erano stati confezionati a mano. Al di sopra, c'erano resti di utensili di rame e altri metalli; al di sotto, per quanto la sabbia fu setacciata, non se ne trovò più traccia. Gli strumenti erano tutti confezionati in pietra. Questo poteva significare una cosa sola: Woolley e soci avevano raggiunto gli strati dell'Età della Pietra!
Quello stesso giorno, Woolley diede notizia al mondo della propria scoperta con un iperbolico telegramma, che potete vedere in questa pagina Web, sovrapposto ad una visione parziale degli scavi di Woolley ad Ur: "SCOPERTO DILUVIO UNIVERSALE"!!!
Effettivamente, nell'argilla rimossa il celebre scienziato aveva scoperto tracce di animali marini, per cui egli pensò ad un improvviso sollevamento del livello del mare, dovuto ad un'eccezionale alluvione, databile - attraverso gli strati di terra tra cui l'argilla era stata rinvenuta - a non più tardi del 4000 a.C. Tale alluvione ricordava così da vicino l'immane diluvio universale della Genesi e del Poema di Gilgamesh, da non poter essere identificata che con esso. Per averne la certezza, Woolley fece scavare un altro pozzo a 300 metri di distanza dal primo, ritrovando di nuovo lo strato argilloso interposto tra strati che recavano entrambi vestigia di vita umana. Più tardi un altro archeologo, Stephen Langdon, riportò alla luce a Kish, presso Babilonia (dove Tigri ed Eufrate si avvicinano a soli 40 chilometri), un altro strato sedimentario di argilla, spesso però solo mezzo metro. Inoltre, le datazioni dei due strati non concordavano, segno che non erano riferibili, evidentemente, allo stesso evento. Ci furono indubbiamente molte catastrofiche alluvioni nella valle dei due fiumi, tali da comportare una distruzione quasi totale degli insediamenti umani, ma nessuna di esse dovette essere talmente terribile da poter giustificare una sua "estrapolazione" fino all'intero orbe terracqueo. Ha ragione chi dice che queste alluvioni erano solo un "fatto locale", ma per chi viveva laggiù 6.000 anni fa la Mesopotamia "era tutto il mondo"; però non si spiega, in questo modo, come mai anche i popoli esterni alla mezzaluna fertile abbiano in qualche modo conservato memoria di una "inondazione universale" che sterminò l'intero genere umano. E se tutti i racconti di catastrofi legate al diluvio, alcuni dei quali saranno l'oggetto del prossimo capitolo, fossero il ricordo di alluvioni locali e circoscritte, poi estese a tutta l'umanità, mediante il medesimo processo che portò alla formazione dell'epopea di Ut-Napyshti nella terra dei Sumeri? E' possibile, ma improbabile. Se tutti gli alunni di una classe sostengono che la maestra non ha dato loro compiti, é più probabile che effettivamente non ne siano stati assegnati loro, piuttosto che ammettere che siano tutti bugiardi. Quando i commentatori del "poema di Gilgamesh" dicono che il racconto del diluvio in esso contenuto rispecchia effettivi fenomeni atmosferici che possono aver avuto luogo nella bassa Mesopotamia, sottintendono che l'autore di tale descrizione deve essere stato un testimone oculare dei desolanti effetti della grande alluvione, che effettivamente ricoprì il suolo di argilla rendendo tutto "uniforme come un tetto"; e noi stessi abbiamo ammesso, in precedenza, che la descrizione é così realistica da sembrare una "istantanea" scattata subito dopo il diluvio. Ma é difficile credere che il Poema di Gilgamesh risalga al 3000 a.C., quando la scrittura non era ancora utilizzata; é più probabile che l'autore del testo, risalente probabilmente al tardo periodo sumerico, si sia ispirato alle tante alluvioni che flagellavano la sua terra per descrivere, ingigantendoli opportunamente, gli effetti di quella che per lui era stata l'alluvione per antonomasia! Ciò ci può spiegare il "realismo" della descrizione fatta a Gilgamesh da Ut-Napyshti, realismo che é quasi del tutto assente dal testo della Genesi, perché gli Ebrei, abituati ad abitare in una terra arida e sitibonda, non avevano mai assistito ad una vera e propria catastrofe alluvionale.
Anche gli studiosi che sostengono l'ipotesi dell' "alluvione ingigantita", perciò, vanno oggi con i piedi di piombo nel considerare tale ipotesi come "comprovata" dalle scoperte di Woolley, Langdon ed altri. Per esempio, Werner Keller (1909-1980), autore del bestseller "La Bibbia aveva ragione" (ancor oggi un classico divulgativo dell'archeologia biblica), definisce il racconto del diluvio "storicamente non accertato", e si chiede: "Forse si riflettono qui tradizioni molto più antiche, che risalgono a millenni prima del diluvio rilevato da Woolley ad Ur, fino all'epoca dello scioglimento delle masse di ghiaccio della glaciazione, quando i mari salirono di circa 200 metri, e si formarono in sostanza gli attuali contorni delle terre e dei mari? Questo fu un evento con conseguenze di portata mondiale, che potrebbe spiegare perché presso tanti popoli si sono conservate tradizioni riguardanti il diluvio". è un' ipotesi più che credibile, non trovate?


Giove e Poseidone contro la terra
Dopo avervi parlato a lungo dei racconti del diluvio messi per iscritto nella Mezzaluna Fertile, vorrei spostarmi con voi nel bacino del Mediterraneo, per intrattenervi con l'avventurosissima narrazione della grande pioggia primordiale che ci ha tramandato la mitologia greco-romana; penso che non lo troverete un racconto noioso, tanto incredibile e fantastico é il mondo degli dei e degli eroi greci, fatti poi propri dalla gente di Roma. Poiché le fonti sono numerosissime e spesso tra di loro contraddittorie, farò riferimento alla più famosa descrizione indoeuropea del diluvio, cioè a quella dovuta al poeta romano Publio Ovidio Nasone (43 a.C.-17 d.C.) e contenuta nelle "Metamorfosi", opera in quindici canti pubblicata nei primi anni dell'Era Volgare.
Secondo il mito fatto proprio anche dai poeti cinquecenteschi dell'"Arcadia", la storia delle origini dell'uomo si può dividere in quattro età: dell'oro, dell'argento, del bronzo e del ferro, ognuna più corrotta delle precedenti, come ogni metallo é più vile di quelli che caratterizzano le ere anteriori, in un crescendo di ingiustizia e di barbarie. All'ultima pone fine appunto il diluvio. Giove infatti, insospettito dal comportamento degli uomini, prende sembianze umane e si reca sulla Terra, dove chiede ospitalità a Licaone, re dell'Arcadia. Questi intuisce che il suo ospite é di natura divina ma, invece di accoglierlo subito con gli onori che egli merita, per sincerarsi se é o no un mortale tenta di assassinarlo nel sonno; poi, resosi conto ché é davvero un dio, per onorarlo uccide un ostaggio e gli imbandisce le sue carni. Giove, inorridito, si vendica facendogli crollare la casa e trasformandolo in un lupo. Tornato sull'Olimpo, raduna il consesso degli dei e spiega loro a qual segno di malvagità siano giunti i mortali. Conclude:

"Occidit una domus, sed non domus una perire
degna fuit; qua terra patet, fera regnat Erinys;
in facinus iurasse putes. Dent ocius omnes
quas meruere pati - sic stat sententia - poenas!"
(libro I, vv. 240-243)

"Una sola casa é caduta, ma non una casa sola fu meritevole di perire; quant'é ampia la terra, vi domina la feroce Erinni; credereste che abbiano fatto giuramento di empietà. é ormai tempo - questa é la mia ferma decisione - che tutti subiscano le pene che hanno meritato."

Tutti gli dei approvano, anche se alcuni sono titubanti, non sapendo più chi offrirà loro i sacrifici, se non ci saranno più uomini sulla Terra. é così che viene decisa la salvezza di un uomo, Deucalione figlio di Prometeo (il Titano famoso per aver rapito il fuoco agli dei) e Pirra figlia di Epimeteo, fratello di Prometeo. A differenza del mito babilonese, dunque, gli dei greci decidono di sterminare l'umanità non perché li infastidisce, ma perché si é corrotta ed é divenuta malvagia, e i sopravvissuti non si salvano contro il parere degli dei. Ci riavviciniamo, così, alla concezione biblica; non é affatto improbabile che tra pagina biblica e mito greco ci siano stati dei contatti, vista la grande diffusione delle comunità ebraiche nel Mediterraneo antico, ma non é il caso di affrontare questo discorso.
Andiamo avanti. La distruzione dell'umanità non avviene tramite il fuoco, ma tramite l'acqua; così Ovidio descrive il perché di questo fatto, con versi divenuti giustamente celeberrimi:

"Iamque erat in totas sparsurus fulmina terras;
sed timuit ne forte sacer tot ab ignibus aether
conciperet flammas longusque ardesceret axis" (253-5)

"Già s'accingeva a spargere le folgori su tutta la Terra, ma temette che l'etere sacro s'infiammasse per così tanto fuoco, e ardesse il lungo asse dei cieli."

E', questo, il mito dell'ecpirosi finale del mondo: tutto é nato dal fuoco e tutto ad esso dovrà ritornare (si pensi ad Eraclito, ma anche alle nostre teorie sul Big Bang e sul Big Crunch!). E così, Giove rinchiude i venti che disperdono le nubi temporalesche, e dà libero sfogo a Noto, famoso vento foriero di tempeste. La dea Iride, messaggera di Giunone, attinge le acque e le riporta ad alimentare le nubi. Ma non basta; come nella Bibbia, il diluvio é provocato sia dalle acque superiori che da quelle inferiori:

"Nec Caelo contenta suo est Iovis ira, sed illum
caeruleus frater iuvat auxiliaribus undis" (274-5)

"Né all'ira di Giove basta il cielo, che é suo, ma a lui viene in aiuto il ceruleo fratello, con le onde come ausiliarii."

L'azzurro fratello é, evidentemente, Poseidone, che ordina ai fiumi di squarciare le proprie fonti, spezzare gli argini ed invadere la Terra. Inoltre, nella mitologia greca, Poseidone é anche dio delle acque inferiori, e quindi dei terremoti, segno probabile di un'antica attribuzione a lui anche del titolo di dio delle profondità, prima che gli Indoeuropei giungessero al mare, quando ancora percorrevano le steppe dell'Asia. Così, egli provoca anche scosse telluriche:

"Ipse tridente suo Terram percussit; at illa
intremuit motuque vias patefecit aquarum." (283-4)

"Egli stesso col suo tridente percosse la terra; essa sussultò e con il proprio moto aprì le strade all'acqua."

Dunque, anche nella leggenda greca il diluvio ha una doppia origine: pioggia e terremoto. Una curiosa coincidenza con il racconto biblico, dunque; eppure Ovidio era solo un poeta erotico, non un vate ispirato da Dio! E che si trattasse di un degnissimo poeta, terzo dopo Omero ed Orazio nel cenacolo dei poeti descritti da Dante in Inf. IV, 88-90, lo dimostra subito dopo, scrivendo:

"Iamque mare et tellus nullum discrimen habebant;
omnia pontus erant; deerant quoque litora ponto." (291-2)

"E ormai mare e terra non avevano più alcun confine; tutto era mare, e al mare mancavano, da ogni parte, le rive."

Non dimentichiamo che, secondo Ovidio, la Terra era sferica, contrariamente a quanto asserito dagli autori dei poemi mesopotamici e della Genesi, per i quali il nostro mondo era piatto. Sono dunque i fiumi, non le piogge, a causare il diluvio; nello spazio, da dove sarebbe venuta tanta acqua?
Dal diluvio, comunque, si salvano solo Deucalione e Pirra, che quando la vendetta di Giove si é consumata sbarcano sul monte Parnaso, il primo ad essere emerso dal diluvio, e subito si recano al sacrario della dea Temi, per sapere come avrebbero potuto, da soli, rigenerare la stirpe umana. Il vaticinio della dea é quanto mai oscuro:

"...Discedite tempio
et velate caput cinctasque resoluite vestes
ossaque post tergum magnae iactate parentis" (391-3)

e cioé: "Uscite dal tempio, velate il capo, scioglete le cinture delle vesti e gettate dietro la schiena le ossa della grande madre." Pirra, fraintendendo l'oracolo, si rifiuta di violare la tomba della propria genitrice, ma il marito intuisce che la grande madre é la terra, le sue ossa sono i sassi, e sono quelli che devono gettarsi dietro la schiena. Così fanno, ed ecco i sassi si trasformano in uomini! Ovidio commenta la miracolosa metamorfosi con il seguente cenno eziologico, volto cioè a spiegare il perché di una realtà per lui presente:

"Inde genus durum sumus experiensque laborum
et documenta damus qua simus origine nati." (414-5)
"Per questo dura stirpe noi siamo, adusi alla fatica, e diamo testimonianza da quale origine siamo nati."

Nati dai sassi
Questa é nuova: di solito si salvano un uomo e una donna per poter rigenerare l'umanità, qui invece l'umanità rinasce quasi per generazione spontanea! Ricordo che, quando studiavo questo poema nel corso della prima classe liceale, mi dicevo spesso: "Che bisogno c'era di salvare un uomo e una donna dal diluvio? Non era sufficiente che gli dei stessi ordinassero alle pietre di ridiventare esseri umani?" Oggi so che un tale espediente é perfettamente in linea con l'argomento del poema, che é per l'appunto quello di raccontare le "metamorfosi", cioè i cambiamenti di forma, dal caos che si trasforma nell'universo ordinato, a Giulio Cesare trasformato in stella. E' una di quelle che in termine tecnico si chiamano "inserzioni": come a volte in un tessuto più antico si trovano delle toppe più recenti, così capita che nel substrato di una tradizione s'insinuino racconti elaborati in epoche diverse, vere e proprie "finestre" su momenti intermedi della compilazione del racconto. Probabilmente, la catastrofe che generò la tradizione del diluvio universale, qualunque essa sia stata, dovette provocare una tale strage tra i nostri antenati da far pensare ad alcuni che fosse necessario un intervento diretto degli dei per salvare l'umanità dall'estinzione: un intervento "miracoloso", simile a quello prospettato dal mito greco-romano, narrato da Ovidio con tanta maestria.
Prima di chiudere questo argomento, volevo informarvi che il racconto di Ovidio non é isolato all'interno della mitologia indoeuropea. Mi limiterò a citarvi brevemente due casi. Tornando per un momento solo nella Mezzaluna Fertile, devo segnalarvi (per ragioni di completezza) che un ulteriore racconto del diluvio é contenuto nel poema babilonese "Atrahasis", risalente al 1635 a.C. circa, ma é del tutto analogo a quello di Ghilgamesh, e non vale perciò la pena di insistere su un testo che sicuramente trae ispirazione da quello da noi già analizzato. L'altro racconto notevole é contenuto nell'Edda, il grande poema epico scandinavo scritto nell'XI secolo dal bardo islandese Snorri Sturluson. Anch'esso descrive un diluvio di gigantesche proporzioni, che fece sprofondare la terra nell'Oceano. Sia nell'"Edda" che nelle "Metamorfosi" é il mare stesso che inghiotte la terra! Come nel mito platonico dell'Atlantide...
Spostiamoci in India: qui il protagonista dell'epopea del diluvio si chiama Manu. Secondo la leggenda, un giorno egli vide un pesciolino nell'acqua con cui doveva lavarsi le mani. Il pesce affiorò e gli chiese di salvarlo; egli, in cambio, avrebbe salvato lui. Gli svelò così che un tremendo diluvio avrebbe travolto tutti gli esseri viventi. Si trattava in realtà del dio Visnù in persona, nella sua avatar (personificazione) di Matsya il pesce, che tra l'altro recuperò le scritture sacre rubate al dio Brahma dal demone Hayagriva, approfittando della confusione del diluvio.
Matsya, che cresceva di dimensioni man mano che dava istruzioni a Manu, salvò effettivamente Manu ed i suoi, accompagnando la sua arca fin sopra il massiccio dell'Himalaya, mentre tutt'attorno si udivano le grida disperate degli animali e degli uomini che annegavano. Poi, il diluvio finì e Manu attraccò; ma egli, che aveva salvato coppie di animali e tutti i libri sacri, non aveva pensato a preservare una compagna per sé stesso. Così egli era solo e triste. Ci pensò Matsya, che "materializzò" una donna bellissima vista in sogno da Manu. Dal suo amore per il patriarca indiano sarebbero nati gli Indù. Dite quel che volete, ma a me sembrano più poetici i sogni dei sassi!
Per completare il quadro delle leggende del Continente Antico, osserviamo che anche in Cina sono fiorite leggende circa una grande isola sommersa dal mare, da cui si salvò solo il suo pio re con la sua famiglia, stabilendosi lungo il Fiume Giallo. é dopo questo grande diluvio che comincerebbe la storia cinese, poiché proprio quel re, al principio del III millennio a.C., avrebbe dato vita al più antico celeste impero e al popolo che lo abitava. E' comunque possibile obiettare che anche quella terra ha conosciuto le tremende inondazioni dei suoi grandi fiumi Giallo ed Azzurro, e si tratta certo di una spiegazione assai convincente.

 Ulisse e le Sirene, pittura vascolare

L'Oceano sulle coste della Campania
Finora abbiamo descritto e confrontato tra di loro le narrazioni del diluvio nate nel Continente Antico, cioè al di qua dell'Oceano che avrebbe visto l'annientamento dell'Atlantide di Platone; ed abbiamo constatato l'incredibile convergenza di particolari esistente tra di loro. Naturalmente potreste essere condotti a pensare che le narrazioni dell'antico Vicino Oriente, del bacino del Mediterraneo e della Cina siano tanto simili tra di loro a causa dell'interscambio culturale che certamente é avvenuto lungo le grandi vie carovaniere, che sappiamo aver congiunto l'Egitto addirittura con la Cina fin dal III millennio a.C.!
Voglio mostrarvi quanto sia sensata quest'obiezione, riferendovi un fatto stupefacente, collegato al mito greco di cui vi ho parlato diffusamente in quel che precede. Come certamente ricorderete, Deucalione era figlio di Prometeo e Pirra di Epimeteo, fratelli carnali (al verso 351 del I libro delle "Metamorfosi", Deucalione chiama la moglie "soror", cioé cugina) perché figli entrambi del titano Giapeto, figlio a sua volta di Urano e Gea, i primi due dei; così dicono varie tradizioni, tra cui quella autorevole di Esiodo. Ora, il nome Giapeto non può non venire subito ricollegato a Jafet! Questi nella Bibbia era il padre di tutti gli indoeuropei, e quindi anche dei Greci, tutti discesi da lui, come da Giapeto nel mito greco. Jafet era figlio dei due patriarchi sopravvissuti al diluvio, cioé Noé e sua moglie, come Giapeto lo era dei primi due dei nati dal Caos. E, tra i figli di Jafet, la cosiddetta "tavola delle genti" di Gen 10 cita Elisa, nome dato dai Semiti alla penisola greca, esattamente come tra i figli dei sassi lanciati dietro le spalle da Deucalione e Pirra la tradizione post-ovidiana vuole che ci fosse anche Elleno, progenitore dei Greci. Solo coincidenze? é davvero poco credibile che il nome Giapeto sia il risultato della grecizzazione della voce semitica Jafet, com'é evidente che Elisa sia la forma semitica di Ellenia?
Se la pensate ancora così, farò un utile inciso per proporvi un' altra perla: il problema dell'Oceano in Omero. All'inizio del canto XI dell'Odissea, il protagonista Ulisse fa vela verso il misterioso paese dei Cimmerii, perennemente avvolto dalle tenebre, dove il mondo dei viventi e l'oltretomba si toccherebbero: una sorta di "pozzo di San Patrizio" ante litteram, dunque. Ecco come si conclude il pericolosissimo viaggio:

"...Spento il giorno, e d'ombra
ricoperte le vie, dell'OCEANO
toccò la nave i gelidi confini,
là 've la gente dé Cimmerii alberga,
cui nebbia e buio sempiterno involve."
(libro XI, vv.15-19, trad. di I.Pindemonte)

Dunque la porta degli Inferi si sarebbe trovata al di là del fiume Oceano, oltre le colonne d'Ercole. Ma é credibile che, seppure con l'aiuto di Circe, Ulisse le attraversi con tanta facilità? E così, qualcuno ha cercato una spiegazione diversa. Victor Berard, grande studioso dei poemi omerici, si é sforzato di assegnare un sito reale a tutti i luoghi omerici, ed ha proposto di identificare la terra dei Cimmerii con l'attuale lago d'Averno, presso Cuma, da cui anche Enea incomincia la discesa all' Ade. Il nome del lago deriverebbe dal greco "senza lucerna", e ciò sarebbe in accordo con la tenebrosità perpetua di quel paese sconosciuto; ma non é il solo fatto che depone a favore di tale identificazione. Infatti, per i Fenici prima e per i Greci poi, quello fu un luogo di fiorenti commerci, tanto che i Romani chiamavano il vicino tratto di mare "golfo Lucrino", da lucrum (guadagno): golfo della ricchezza, dunque. La traduzione letterale in fenicio di queste due parole é Kok-Ewan, che i Greci potevano benissimo leggere Okeanos: Oceano, appunto. L'"Oceano" citato dai versi precedenti ha allora in comune col mitico fiume che circonda le terre solo una casuale omonimia.
Vedete, amici, Greci e Semiti vissero a lungo gomito a gomito nel bacino Mediterraneo, a volte disputandosi in armi il controllo dei traffici attraverso di esso; non é credibile che tra di essi non ci siano stati scambi culturali, oltre che economici. Si potenziavano così le somiglianze tra popoli in origine molto diversi tra di loro, anche etnicamente, e non si commerciavano solo vasi e stoffe tinte di porpora, ma anche credenze e tradizioni.
Per concludere: se davvero Berard ha ragione, se davvero Kok-Ewan era l'Oceano citato da Omero... non abbiamo motivi per negare che anche Jafet e Giapeto siano più o meno la stessa persona!

Al di là del grande Oceano
Dunque, per quanto si é detto nel paragrafo precedente, i punti di contatto tra racconto biblico e narrazione esiodea di per sé non giustificano la loro origine comune da un evento remoto, di qualunque natura esso possa essere. Ma ci sorgono seri dubbi non appena constatiamo che anche al di là dell'Atlantico si sono conservate leggende analoghe! Allo scopo, cominciamo con gli Aztechi. Anch'essi sostenevano di aver avuto un proprio Noé, un certo Cocox, che si sarebbe salvato su di una zattera costruita in legno di cipresso. Tra l'altro essi raccontavano che, per sincerarsi se il diluvio era finito oppure no, Cocox lasciò andare dalla sua barca un avvoltoio, che non tornò più avendo trovato carogne da divorare, proprio come il corvo di Noé in Gen 8,6. Lasciò uscire successivamente altri uccelli messaggeri, ma solo il colibrì ritornò con un ramo verde nel becco, a segnalargli che il diluvio era finito, ed egli poté attraccare sulla montagna di Colhuacan, l'Ararat azteco. E' possibile che queste coincidenze con il noto racconto mesopotamico siano solamente casuali? C.W.Ceram nel suo bestseller archeologico "Civiltà Sepolte" ritiene di sì, però tutto dipende dalla prospettiva sotto la quale si guarda la storia umana. Se si studiano le singole civiltà come momenti separati dell'evoluzione umana, senza cercare di riportarle ad una comune radice preistorica o protostorica, ogni ipotesi di questo tipo appare inutile, ed anzi infondata, mancando di solide prove. Se invece si va a scavare ciò che può essere accaduto nel remoto passato dell'umanità, le cose ci appaiono sotto una luce del tutto diversa.

Passiamo ai Maya Quiché: é noto che essi avevano scritto, usando i loro geroglifici, una cronaca intitolata Popul Vuh, che fu distrutta dai conquistadores e poi ricostruita grazie ai ricordi che ne rimanevano. In quest'opera, autentico Mahabharata d'oltre oceano, si narra come il dio Hurakan ("Cuore del Cielo") sommerse l'intero mondo sotto una terribile alluvione di ondate marine e di resina nera piovuta dal cielo. Come sono gli dei babilonesi a scatenare il diluvio da cui si salverà solo Ut-Napyshti, così qui é da un dio infastidito che parte l'iniziativa dello sterminio dell'umanità intera. La "resina nera" può forse essere un ricordo della pioggia di polveri e lapilli seguita ad un evento catastrofico di natura tettonica o meteoritica che spazzò via qualche lembo di terra in un passato ormai senza ricordo.
Anche le tradizioni di molti popoli del Nordamerica attestano il ricordo di un immane diluvio in tempi preistorici. Le tribù dei Grandi Laghi, a detta di svariati esploratori, erano convinte che il loro antenato, il padre di tutte le tribù, abitasse "verso il sole nascente": in pieno Oceano, dunque. Forse nell'Atlantide di Platone? Se non fosse assurdo, quasi quasi sarei tentato di crederci... Ad ogni modo, essendo stato preavvisato in sogno di una pioggia terribile che avrebbe sommerso la terra, egli costruì una zattera e si mise in salvo con tutta la propria famiglia e tutti i suoi animali, andando alla deriva sulle acque per mesi. Gli animali allora erano dotati di parola ma, avendo dubitato del loro salvatore, la persero non appena egli li sbarcò sani e salvi nella nuova terra emersa dalle acque.
Particolarmente avventurosa risulta poi la leggenda cilena di Tamandere, il quale, quando si accorse che stava per cominciare il diluvio, invece di salire con gli altri su di un monte, che fu poi sommerso interamente, restò nella piana e s'arrampicò con la moglie su di un'enorme palma. Le acque la sradicarono, trasformandola in una barca naturale, sulla quale i due si misero cavalcioni ed assistettero alla scomparsa di qualunque terra, sopravvivendo grazie ai frutti ed al lattice della palma. Gli dei fermarono le acque quando già toccavano il cielo, e Tamandere scese a terra quando il volo di un uccello celeste gli ebbe segnalato che le acque stavano calando. Ritornano i due soliti elementi comuni a tutte queste leggende: il vascello di salvataggio e gli uccelli esploratori. Anche nella volta della Cappella Sistina Michelangelo ha raffigurato i Giganti nell'atto di cercare scampo sui luoghi più elevati, magari gli alberi, e non certo sull'arca; inoltre Tito Casini ne "Il Libro delle Origini", deliziosa rilettura in prosa dell'intera Genesi, raffigura gli uomini prediluviani che, visto il crescere delle acque, accorrono verso i monti, ritenendoli certamente più sicuri della biblica nave. é invece quest'ultima, come tutti sappiamo, a librarsi indenne sulle acque distruggitrici quando ormai i più alti monti sono stati ricoperti dai flutti! Certamente, se chiederete a persone diverse di sviluppare per iscritto un medesimo canovaccio, si troveranno molti punti in comune tra le narrazioni risultanti; ma se i punti di comune sono tanti e tali, é possibile che siamo sulle tracce di un evento catastrofico avvenuto all'aurora di tutte le civiltà della Terra!
Voglio però mostrarvi anche la proverbiale eccezione che conferma la regola. Va infatti controcorrente una tradizione Inca, la quale racconta che l'unico uomo a scampare al diluvio riuscì ad accorgersi per tempo della tragedia, essendosi reso conto che i suoi greggi di lama continuavano a fissare il cielo con tristezza, e fuggì con tutta la sua famiglia su di un monte altissimo la cui cima, contrariamente a quanto attestano le altre tradizioni, restò emersa. A quanto pare, secondo gli Inca, il diluvio durò sessanta giorni e sessanta notti, venti in più di quanti dice la Genesi; ma ogni popolo ha i suoi numeri sacri.
Prima di concludere voglio illustrarvi una cosmogonia, cioè un racconto sulle origini del mondo, che apparentemente non ha nulla in comune con le tradizioni ora riassunte, ma che rivela di essere stata costruita sul loro stesso impianto mitografico. Gli indigeni di Nauru, piccolissima isola della Micronesia, sostengono che il mondo venne creato da un ragno terrificante, grande come il mondo, il quale, trovata un giorno un'ostrica, la aprì ed estrasse da essa il Sole, la Luna e tutti gli altri esseri. Ma l'ostrica non viene forse dal mare? Tutto dunque emerse dal mare, nascendo quasi per gemmazione, come le perle dall'ostrica; e ad estrarre il tutto dal niente fu un ragno nero, cioè qualcosa di pericoloso, o quanto meno qualcosa che fa sempre ribrezzo a tutti, anche se non lo si vede, anche se se ne sente parlare e basta. Questo ragno é piombato sull'ostrica, l'ha aperta e... ne é fuoriuscito il mondo come oggi lo conosciamo, civiltà umane comprese. L'aracnide cosmico é dunque il simbolo di qualcosa di spaventoso e di misterioso che, pur distruggendo tutto, ha "riaperto" il mondo alla vita. é allora facile riconoscere anche qui la stessa matrice delle storie precedenti. Voi che ne dite?

Sitografia essenziale
- http://www.mobily.com/porzy/gil/giu.htm
- http://www.geocities.com/elidoro/floodpage.html
- http://gilgameshessays.com/
- http://www.thelatinlibrary.com/ovid/ovid.met.shtml
- http://www.antikitera.net/articoli.asp?numart=1
- http://www.ips.it/scuola/concorso_99/acque/il.htm


di Franco Maria Boschetto
franco.boschetto@tin.it
www.fmboschetto.it


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