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29 Settembre 2004 MISTERO
Alberto Arecchi
L´impero di Atlantide: dal Mediterraneo al Nuovo Mondo?
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Le iscrizioni libiche identificate dai diffusionisti
Il diffusionismo sostiene che l'uomo s'installò sin da tempi antichi su tutti i continenti e che molteplici furono, sin dall'Antichità, i rapporti mutui tra le culture delle diverse parti del Globo.
Nel corso degli ultimi trent'anni i diffusionisti, con in testa il professor Barry Fell, hanno attribuito a popoli provenienti dal Mediterraneo diverse iscrizioni, ritrovate in Asia, Oceania ed America. Essi ritengono che antichi Egizi, Celti, Fenici, Iberici, Baschi, Libici, fossero arrivati alle coste americane, che avessero anche risalito i fiumi (in particolare il Mississippi con i suoi affluenti) e che mantenessero regolari rapporti commerciali, documentati da influssi culturali e stilistici, ma anche da ritrovamenti di statuette ed iscrizioni, qua e là nel continente americano.
Tra le iscrizioni studiate da Barry Fell spiccano quelle in caratteri ogam (e lingua celtica), ma anche quelle in caratteri e lingua libico-berberi. A tale proposito, appare molto strana la diffusione oltre gli oceani d'una lingua e d'una scrittura, che nella loro patria d'origine sono rimaste sepolte sino a tempi recenti in un mistero quasi assoluto. I ricercatori diffusionisti hanno giustificato tale anomalia con l'attribuzione delle iscrizioni in lingua e caratteri libico-berberi a marinai della Cirenaica, in servizio nelle flotte dei Faraoni d'Egitto.

L'ipotesi di collocazione di Atlantide, secondo gli studi di Arecchi

Come mai - salvo qualche rarissimo caso - non si trovano in tali iscrizioni "egizie", identificate in America, né la scrittura né la lingua ufficiale del regno?
Sembrerebbe - stando all'interpretazione di Barry Fell - che per questi prodotti di "esportazione" gli Egizi preferissero usare la lingua e la scrittura dei vicini popoli libico-berberi... ma l'ipotesi appare un po' troppo "forzata". Anche se gli Egizi avessero fatto ricorso a flotte composte di marinai libici, sembra infatti logico pensare che la lingua in uso sulle navi delle loro flotte (se non l'unica lingua "colta" e scritta, da parte del personale di comando) dovesse essere quella ufficiale, non un "dialetto" nativo, poiché tale la lingua libica doveva essere ritenuta presso il regno dei Faraoni. Le iscrizioni dovrebbero invece presentarsi con la lingua ed i caratteri egiziani, o piuttosto con quelli greci, nei casi attribuiti all'epoca delle dinastie tolemaiche (come potrebbe essere quello del presunto "viaggio di Eratostene").

Barry Fell scrive, nel suo libro America B.C.:
"... Ho scoperto con mia sorpresa che l'ignota lingua libica era di fatto quasi la stessa dell'antico egizio. La principale differenza consisteva nel fatto che i libici usavano un alfabeto derivato da quello dei cartaginesi, mentre gli egizi usavano il sistema molto complicato ed ingombrante dei geroglifici, la maggior parte dei quali acquisisce un valore fonetico fatto di diversi suoni. Un'altra peculiarità era che il libico mostrava un uso molto maggiore di termini derivati dal greco e dalle lingue anatoliche...
La lingua libica, come ho mostrato altrove, è fondamentalmente egiziano combinato con radici anatoliche, introdotte dai Popoli del Mare quando invasero la Libia, mentre la forma scritta della lingua somiglia a quella dei fenici, un alfabeto che usa solo consonanti. Le registrazioni compiute nel 1891 dal Bureau of Ethnology rivelavano che in quell'anno la dr. Matilda Stevenson aveva assistito a tutte le cerimonie solari del solstizio presso i clan zuni, sia d'inverno, sia d'estate, e che aveva raccolto alcuni oggetti di culto. Il suo rapporto include un certo numero di fotografie e di dipinti, in cui sono visibili, sugli altari, ben noti motivi di culti solari di tipo mediterraneo, benché ella non li identificasse come tali...

Una porta di Tozeur (Tunisia), con simboli di tridenti

Queste regole fonetiche sono dello stesso tipo d'una serie che ho dimostrato nel 1973, quando ho collegato la lingua libica a quella della Polinesia. I polinesiani, come gli stessi libici, discendono dai Popoli del Mare anatolici che invasero il Mediterraneo verso il 1400 a.C. e, dopo avere attaccato l'Egitto e subito una serie di sconfitte, che gli Egizi hanno lasciato registrate, possono essersi insediati in Libia. In seguito, i marinai libici furono impiegati dai Faraoni nella flotta egiziana, e più tardi ancora i capi libici presero il controllo dell'Egitto e vi stabilirono dinastie libiche. Allora l'influenza libica si diffuse grandemente, specialmente nella regione indo-pacifica, ove gli egizi cavavano l'oro, come a Sumatra. Durante il periodo tolemaico (dopo che Alessandro Magno conquistò l'Egitto), i marinai libici al servizio dei Faraoni greci esplorarono ampiamente il Pacifico e taluni di loro s'insediarono in qualche parte di quell'Oceano.

Il segno della dea Tanith, tra due tridenti, su una stele punica

Le deduzioni, basate in gran parte su studi linguistici, ci hanno obbligati ad abbandonare la teoria che supponeva che i polinesiani fossero immigrati di incerte origini, provenienti dall'Asia orientale, visto che le più antiche iscrizioni polinesiane sono essenzialmente scritte in libico, sia per l'alfabeto sia per la lingua. Linguisti come il professor Linus Brunner in Europa ed il dr. Reuel Lochore, in Nuova Zelanda, hanno scoperto che questa nuova interpretazione collima con le loro ricerche sulle fonti delle lingue della Malesia e della Polinesia. Ciò spiega anche le parole greche che si ritrovano nelle lingue polinesiane. Come ha sottolineato il professor Brunner, le colonie greche in Libia usavano un dialetto del greco in cui certe consonanti sostituivano quelle del greco attico, ed è proprio questa forma di greco "libico" che si ritrova in Polinesia. Gli elementi anatolici presenti nel polinesiano hanno costituito oggetto dello studio di Lochore, che ritiene siano anch'essi rivelatori dell'origine libica dei polinesiani, perché (così sostiene Fell) sappiamo da antiche iscrizioni egizie che la Libia era stata occupata dai Popoli del Mare anatolici..."
"Se la mia teoria sull'affinità del libico con le lingue polinesiane è valida, come appare sempre più (l'ultimo sostegno è giunto dai linguisti israeliani), penso che l'evidenza equivalente, che ora giunge dai miei studi sulla lingua zuni, acquista spessore quando le analisi vengono esaminate da linguisti (il dizionario etimologico zuni non è ancora stato pubblicato). In questo contesto propongo un nuovo punto di vista sulle origini degli antenati degli shiwi-zuni. Penso che essi siano i discendenti di viaggiatori libici che attraversarono l'Atlantico qualche tempo prima del 500 a.C".
(B. FELL, America B.C.)

Dipinto rupestre da Tabarka (Tunisia)

I ritrovamenti
Dove si trovano le iscrizioni in lingua libico-berbera, studiate dai diffusionisti in America?
Una prima iscrizione fu segnalata al prof. Fell il 13 novembre 1974 dal geografo George F. Carter Sr., professore alla Texas A&M University. Si trattava di un'iscrizione rupestre trascritta da una rivista scientifica in tedesco, pubblicata in Cile, da lui trovata nella sezione "Special Collections" della Biblioteca Milton S. Eisenhower, presso la Johns Hopkins University di Baltimora, negli anni 1950. L'iscrizione era stata trascritta nel 1885 da Karl Stolp, il quale durante una tempesta si era rifugiato in una grotta presso Santiago.

Sul fondo d'un lago essiccato, nel deserto libico: conchiglie ed attrezzi litici degli
antichi abitatori

Carter pensava che l'iscrizione fosse simile a quelle polinesiane. Aveva ragione: quando Fell riuscì a tradurla, nell'iscrizione di Santiago lesse una data: "anno 16 del regno" ed il nome di Maui. Altre iscrizioni in lingua e caratteri libici si trovano in Ecuador (a Cuenca), nella California del sud, nel New Mexico (valle del Mimbres, dove si legge il nome di Rata), nell'Oklahoma (valle del fiume Cimarron), nello Iowa (la molto discussa "stele di Davenport", ritrovata nell'Ottocento), nel New Hampshire, nella Pennsylvania, sino al Quebec. I ritrovamenti sul territorio degli attuali Stati Uniti sono dovuti in gran parte alle ricerche della signora Gloria Farley.
Nel 1975 la Farley spedì a Fell la foto d'un piccolo cippo di confine trovato a Warner, in Oklahoma. La risposta fu piuttosto conturbante: la pietra recherebbe una scritta in caratteri libici numidici, che recita "Questa terra appartiene a Rata".
Nel New Mexico, Fell arriva ad ipotizzare che la cultura della popolazione zuni-shiwi abbia mantenuto nei secoli tradizioni e parole dell'antica cultura libica.


Tavoletta ritrovata a Cuenca, Ecuador. Secondo la traduzione di Clyde Keeler la scritta, in lingua libica, dice "L'elefante (aby) che sostiene la Terra sulle acque e genera i terremoti". L'iscrizione appare simile a quella del mausoleo di Msssinissa a Thougga, in Tunisia (sec. III a.C.). (da S.D. PEET, The Mound Builders, 1892)

Leggiamo ancora il testo di Fell:
"L'arrivo dei libici è un altro degli episodi più misteriosi della storia americana. Abbiamo trovato sulla costa pochissime iscrizioni che parlino del loro arrivo sul continente, e della località in cui possa essere avvenuto. Solo pochi frammenti scritti, di cui si riferiva da alcune località isolate: uno a nord, dal Quebec, uno dalla California, ed altri dalle pareti rocciose lungo i fiumi Arkansas e Cimarron, nel sud del Midwest; e null'altro. Nulla più, sino al 1879, quando l'U.S. Bureau of Ethnology avviò ricerche nel territorio degli Zuni, nel New Mexico.
Certe caratteristiche inusuali delle tribù shiwi e hopi erano già state notate dal professor J. Walter Fewkes (un biologo marino, come Fell) e da James Stevenson. Il continuo lavoro loto e d'altri collaboratori condusse alla pubblicazione d'importanti memorie ed alla preparazione di materiali linguistici e lessicografici sugli zuni. Benché il vocabolario avesse presto mostrato che la lingua zuni non è imparentata con nessun'altra famiglia di lingue amerindie, non sembra che nessuna ricerca avesse puntato a determinare una sua parentela esterna..."
"... Potrei azzardare l'ipotesi che essi arrivassero a bordo di navi della marina egiziana, al comando d'un navigatore libico, durante la XXII Dinastia, detta libica, i cui faraoni erano uomini energici, che favorivano l'esplorazione oltremare. Con loro, probabilmente, venne un sacerdote-astronomo egiziano. Fu egli - o i suoi successori - ad incidere la Stele del Calendario di Davenport".
(B. FELL, America B.C.)

Occorre riconoscere che, se i diffusionisti avessero voluto creare un falso "ad hoc", avrebbero potuto usare una scrittura geroglifica (o meglio greco-alessandrina, con riferimento al periodo dei Tolomei e di Eratostene), senza doversi arrampicare sugli specchi due volte, prima per decifrare un linguaggio come quello libico-berbero (tutto sommato ben poco conosciuto, anche agli studiosi di lingue antiche), e poi per giustificarne l'uso in documenti ufficiali della spedizione. Le medesime considerazioni possono valere per tutte le altre iscrizioni dello stesso tipo che il gruppo dei diffusionisti ritiene di aver ritrovato e tradotto, sia nell'area del Pacifico, sia sul continente americano. Anche in altri casi, ad esempio in graffiti rupestri lungo l'arco alpino, è capitato che i ricercatori abbiano fatto ricorso a letture ed interpretazioni che si rifanno all'uso di un alfabeto e di una lingua di matrice libico-berbera.

Teste di terracotta ritrovate in Arkansas, con acconciature e scarificazioni di tipo polinesiano (ma Fell suppone un'origine comune, derivata da usanze nord-africane)


Siamo quindi spinti a ritenere che i ricercatori diffusionisti abbiano veramente trovato documenti per loro inspiegabili, poiché - se si trattasse di falsi o di adattamenti interpretativi - sarebbe stato più semplice e logico "crearli" sulla base delle lingue e delle scritture in uso presso gli egizi, e non di un'altra scrittura e di un'altra lingua che, oltre a presentare altrettante - se non maggiori - difficoltà interpretative, comportasse anche il riferimento ad un popolo misterioso, come gli antichi Libici. I diffusionisti hanno ipotizzato il sistematico ricorso, da parte dei Faraoni, a flotte composte di marinai d'una nazione vicina, che non fu mai, nei secoli d'oro della civiltà egizia, in rapporti pacifici con il popolo delle piramidi. Marinai talmente acculturati da usare la propria lingua, ben diversa dall'egiziano, in tutti i loro appunti, e addirittura in documenti ufficiali, qual è "l'atto di possesso" inciso dal navigatore Maui sulle montagne presso Santiago del Cile.
Tutto ciò tende a collegarsi alle ipotesi formulate nel 2001 dal sottoscritto, di "riscoperta" dell'antica Atlantide in una collocazione al centro del Mediterraneo, che doveva corrispondere proprio con un antico regno libico-berbero. La scrittura e la lingua usate in tutte quelle iscrizioni corrisponderebbero quindi a quelle dell'antica Atlantide, senza possibilità di dolo da parte di chi le ha interpretate, poiché i ricercatori che lo fecero non erano minimamente al corrente di tale ipotesi e non lavorarono in vista di essa, né per dimostrarla. Eppure, le uniche circostanze che possano aver permesso la diffusione "planetaria" di una lingua libico-berbera e del suo sistema di scrittura, attraverso rotte marittime transoceaniche, appaiono legate all'esistenza d'un grande impero marinaro, nel periodo in cui Atlantide era signora dei mari (quindi in anni certamente anteriori al 1200 a.C.). Non è invece credibile che marinai libici, arruolati nella marineria egizia, andassero a scrivere "atti di possesso", sulle rocce dell'attuale Cile, nella propria lingua, a nome del Faraone d'Egitto.
Un tale sviluppo condurrebbe ovviamente a riconsiderare globalmente anche la ricostruzione del presunto viaggio di Rata e di Maui, che dovrebbe essersi svolto non nel sec. III a.C., ma almeno un migliaio d'anni prima, quando Atlantide esisteva ancora e deteneva la supremazia delle rotte oceaniche. Ricordiamo infatti che il citato studio, da me sviluppato su Atlantide, del 2001, ipotizza la collocazione storica della tragica fine d'Atlantide verso il 1200 a.C. Gli elementi utilizzati da Fell, per datare le iscrizioni di Sosorra e del Cile, sono l'osservazione di un'eclissi e la numerazione degli anni di regno (presunti come quelli di Tolomeo III, ma non identificati esplicitamente come suoi). Occorrerebbe potersi riferire ad un'altra eclissi (e non ne mancano, nella storia della Terra) e agli anni di regno d'un altro re (ma non sappiamo quale). Inoltre, dato che non siamo in possesso di elementi concreti che colleghino strettamente l'una all'altra iscrizione (se non l'uso dei medesimi caratteri e - probabilmente - d'una lingua medesima o similare), nulla impedisce che le due iscrizioni, e le altre ritrovate, possano essere memorie di viaggi diversi, con datazioni riferite al regno non d'uno, ma di diversi re. Oppure possono forse bastare i nomi propri Rata e Maui, ripetuti a migliaia di chilometri di distanza, a "firmare" i due documenti? Potremmo forse supporre di sì... ma i nomi Rata e Maui o Mawi a quale cultura possono appartenere?

Pettorali (il primo polinesiano ed il secondo ritrovato in America). Fell osserva che la testa di Râ, effigiata alle due estremità del primo, è di derivazione libica

Le ricerche archeologiche nel Sahara libico
La regione oggi conosciuta come Sahara ("il nulla, il vuoto") non è sempre stata un deserto. Vi si sono alternati periodi umidi ed altri secchi. Un tempo era un grande mare... all'epoca dei dinosauri. Poi il cuore dell'Africa si seccò e l'antico mare si sollevò in un grande altipiano. Dodicimila anni fa, al termine dell'ultima grande glaciazione, i monsoni dell'Atlantico portarono piogge sull'antico deserto, che nel millennio successivo riprese a fiorire e si popolò d'animali e di cacciatori. Quei cacciatori hanno lasciato le proprie tracce sulle rocce dei grandi massicci montuosi, che si ergono in zone centrali del Sahara (Adrar tra Mali ed Algeria, Ahaggar e Tassili in Algeria, Air e Ténéré nel Niger, Acacus in Libia, Tibesti ed Ennedi nel Ciad).
La zona era ricca di laghi e in particolare, verso il golfo della Sirte, esisteva un grande bacino d'acqua dolce. Il "secondo mare" sahariano occupava la regione degli Chott tunisini ed il sud di Costantina e il pelo delle sue acque si elevava sino ad oltre 300 m dal livello degli oceani. Il fondo di quel bacino, livello attuale di questi "paesi bassi del Nord Africa", è inferiore al livello del mare. Il fondo dello Chott Melrhir, che misura 3700 km2, si trova a -31 m, quello dello Chott El Djerid, la cui superficie è di oltre 13.000 km2, a -40 m. Questi fondi sono ricoperti da una crosta di sale con la composizione dei sali marini, che sul fondo dello Chott el Djerid raggiunge il metro di spessore. Al di sotto rimangono notevoli sacche di umidità, e poi lo strato impermeabile di un antico fondo argilloso.

Una nuova fase di clima arido investì anche il Medio Oriente, ottomila anni fa (verso il 6000 a.C.). Gruppi di nuove popolazioni, provenienti da oriente, si stabilirono nel Sahara e probabilmente introdussero modi di vivere più sedentari. La migrazione durò secoli. Circa 7300 anni fa il mondo sahariano era completamente trasformato e dalla caccia si stava passando ad un'economia basata sulla pastorizia. Il clima era migliorato, ma 6400-6300 anni fa subentrò una nuova fase arida. Le popolazioni del Sahara si spostavano, si rimescolavano, si scambiavano conoscenze, usi e costumi. Uomini di pelle chiara vivevano a fianco d'altri di pelle scura. Poco prima del 4000 a.C., la situazione sociale e produttiva era abbastanza stabile. I pastori si erano adattati al nuovo ambiente e la gran civiltà multietnica del Sahara occupava una vasta area, compresa tra gli attuali stati di Niger, Ciad, Libia, Algeria. Verso il 3000 a.C. iniziò una nuova fase arida. Gli ippopotami ed altra fauna palustre cominciarono a scomparire (come si vede dai dipinti rupestri ritrovati). I pastori di bovini (gli antenati degli attuali fulani) emigrarono verso il Sud. Quelli che rimasero intensificarono l'allevamento di specie ovine, più piccole e resistenti, in pascoli meno fertili. Fu il periodo in cui i capi venivano sepolti sotto grandi tumuli di pietre. Ciò indica il nascere d'una precisa organizzazione gerarchica nella società sahariana. Un gruppo di popoli (quelli che i greci chiamarono Atlantòi) scese sino all'ampia pianura costiera del Mediterraneo. Qui nacque una federazione di tribù, organizzata in regni, dedita all'agricoltura ed all'estrazione dei metalli.

Pipe ritrovate nei tumuli intorno a Davenport (da S.D. PEET, The Mound Builders, 1892). In quella in alto, si riconosce un elefante

Più ad est, nella vallata del Nilo, era il momento della nascita della prima dinastia dei faraoni: un altro gruppo di popoli aveva adottato l'agricoltura e poneva le basi d'una cultura che sarebbe durata, tra varie vicissitudini, sino a confluire nel crogiolo della civiltà occidentale.


La datazione della fine d'Atlantide
Platone riferisce nei propri Dialoghi di avere desunto la narrazione relativa ad Atlantide dalle memorie del viaggio compiuto da Solone in Egitto. Si pensa che tale viaggio si sia svolto verso il 570 a.C. Una delle discriminanti di base, quando si prenda in considerazione il racconto platonico, è quella dell'epoca in cui collocare lo splendore di Atlantide e la sua fine. Platone parla rispettivamente di 9000 e di 8000 anni "prima del viaggio di Solone".
Non occorre però dimenticare neppure che Platone riferisce della testimonianza d'una serie di conflitti tra il popolo di Atlantide ed i predecessori degli Ateniesi, alleati con gli antenati della popolazione di Sais.
Per quanto l'ipotesi sia affascinante, sconfina certamente nel campo di un'alta improbabilità assumere "ad occhi chiusi" la data di 8000-9000 anni prima, poiché noi stessi, oggi, non siamo capaci di risalire a fatti di una tale antichità relativa alla nostra epoca. Dovremmo invece presumere che un unico documento, conservato in una lingua ancora leggibile per i sacerdoti del tempio di Sais, fosse stato tramandato da tale antichità sino alla metà del primo millennio a.C.?

Siamo costretti a prendere in considerazione anche il fatto che una memoria di fatti "mediterranei", situati nelle regioni circostanti alla Grecia, non può essere collegata ad "antenati degli Ateniesi" se non in un'epoca posteriore alla metà del secondo millennio a.C., quando giunsero nella regione le grandi migrazioni doriche.
Eudosso di Cnido disse che nel racconto platonico la misura del tempo doveva essere considerata come misurata in mesi e non in anni; Proclo, nel suo commento, aggiunge: "Se fosse vero quanto Eudosso afferma, la somma di tutti quegli anni non darebbe poi un totale straordinario". Manetone, la più alta autorità riconosciuta sulla storia egiziana, sacerdote del tempio d'Eliopoli nel sec. III a.C., aggiunge:

Copia di un'iscrizione bilingue egiziano-libica, trovata nel 1888 presso Eagle Neck (Long Island). Quando, nel 1973, Fell decifrò la lingua libica, si accorse che - sia pur distorta dalla trascrizione compiuta da indigeni, l'iscrizione egiziana diceva: "L'equipaggio d'una nave dell'Alto Egitto fece questa stele per ricordare la propria spedizione", mentre quella in libico poteva essere tradotta: "Questa nave è un'imbarcazione dei domini egiziani" (disegno di D.A. YOUNG, Heye Foundation, New York)

"Credo che l'anno lunare abbia sempre contato trenta giorni, e ciò che oggi chiamiamo 'mese' era detto un tempo 'anno' presso gli Egizi".

Anche Diodoro Siculo rende avvisato il lettore che la misura del tempo può essere in mesi anzi che in anni:

"... poiché quel gran numero d'anni appariva incredibile, alcuni sostengono che in passato... esistesse l'abitudine di comprendere in un anno ogni singola rivoluzione lunare. Di conseguenza... l'anno misurava trenta giorni... Una spiegazione simile è offerta anche a proposito di coloro che si dice regnassero trecento anni. Quello che in quei tempi si chiamava anno era diviso in quattro parti (le fasi lunari), allo stesso modo in cui l'anno si divide in quattro stagioni..."

Le obiezioni rivolte a tale interpretazione riguardano soprattutto il fatto che le attuali conoscenze del calendario egizio rivelino in generale un calendario solare. Il calendario basato sui cicli lunari non era però ignoto a nessuno dei popoli dell'area mediterraneo e medio orientale. Mi sembrano molto superiori i salti logici connessi con l'intepretazione "8-9000 anni" di quelli presenti nella lettura "8-9000 mesi" (lettura offerta non solo da Diodoro Siculo, ma usata anche spesso per interpretare le "disumane" età dei Patriarchi biblici).
Qualora si accetti che la misura del tempo riferita nel racconto platonico su Atlantide (ossia 9000 anni trascorsi dall'apogeo del mitico regno e 8000 dalla sua distruzione) non sia in anni solari ma in mesi (lunari), dobbiamo valutare il fatto che un anno solare comprende 12 mesi lunari e 11/12 giorni (cfr. l'attuale calendario musulmano). In tal caso, 9000 mesi lunari equivalgono a poco più di 725 anni solari. Il racconto di Platone collocherebbe dunque la grande espansione di conquista di Atlantide, e la sua guerra contro gli antenati degli Ateniesi, verso il 1295-96 a.C., mentre la terribile catastrofe che pose fine a quel regno sarebbe avvenuta mille mesi (circa 80 anni) dopo, ossia intorno al 1215 a.C.
Se invece ci basassimo sull'anno egizio, che secondo Erodoto comprendeva 360 giorni e 12 mesi di 30 giorni ciascuno, 9000 mesi corrisponderebbero a 750 anni e condurrebbero al 1320 a.C., e 1000 mesi dopo corrisponderebbero all'anno 1237 a.C. Il periodo della catastrofica fine di Atlantide sarebbe così, ragionevolmente, da collocarsi nel periodo 1240-1210 a.C.
Un autore che si firma con lo pseudonimo "Michele di Grecia" pone in relazione tutta la vicenda con una serie di conflitti che - secondo la mitologia greca delle origini - ebbero luogo tra gli antichi Ateniesi ed i Cretesi. Gli eroi di quella guerra, secondo il racconto fatto a Solone dal sacerdote di Sais, sarebbero stati Cecrope, Erecteo, Erictonio, Erisictone, tutti anteriori a Teseo. Michele di Grecia ricostruisce il mito di quei re primigeni.
Cecrope (p. 140) fu il primo a nominare Zeus quale dio supremo e ad abolire i sacrifici di sangue, sia umani, sia di animali. Si iniziò a bruciare sugli altari i pelanos, tipici pasticci confezionati dai Greci. Egli proveniva dalla città egiziana di Sais. Sotto il suo regno ebbe luogo la disputa tra Atena e Poseidone per il controllo sulla città di Atene, disputa che può coprire proprio una contesa relativa al predominio sulla città dei Cretesi (Atlanti), devoti al culto eponimo di Poseidone. "Poseidone fu il primo a venire in Attica... e dopo di lui arrivò Atena" e in una tribù della regione del lago Tritonide si raccontava che Atena, figlia di Poseidone, litigò col padre e si fece adottare da Zeus. Apollodoro e Diodoro Siculo concordano sull'attribuire tali avvenimenti al periodo in cui regnò Cecrope . Sant'Agostino ricorda anche che il ruolo delle donne nella società diminuì d'importanza: "Esse non furono più ammesse al suffragio e i neonati non ricevettero più il nome dalla madre". Usanze matriarcali, che si ritrovano - ad esempio - sia nelle società berbere, sia nell'antica Creta e nell'isola di Malta, col culto della Grande Madre. Ad esempio, Diodoro Siculo riferisce che i Cretesi avevano elevato in Sicilia un tempio alle loro madri, "portandosele da Creta, ove si onorano le Dee". Cecrope dovette subire una terribile invasione. "Secondo Filocoro, quando questo Paese fu devastato dai Carii provenienti dal mare e dai Beoti che venivano da terra... Cecrope installò la sua gente in dodici città..." Ora, sappiamo che Caria e Beozia erano due "province" cretesi.

La Pietra di confine di Warner, con la scritta "Questa terra appartiene a Rata (da G. FARLEY, In Plain Sight, Chelsea, Michigan, 1994)

Erictonio istituì le feste panatenee, in onore di Atena, ma il suo successore figlio, Pandione, era probabilmente un cretese. Il figlio di Pandione, Lico, è tramandato come il fondatore del regno di Licia. Nota: ritroviamo i Lici tra i Popoli del Mare che tentarono d'invadere l'Egitto poco prima del 1200 a.C. Apollodoro ricorda che sotto il regno di Pandione "Demetra e Dioniso vennero in Attica". La prima era certamente una divinità originaria di Creta. è vero che alcuni autori pongono tale adozione di nuovi dei sotto il regno di Erecteo. Anche sotto il regno di Pandione, troviamo menzione di guerre:

"La guerra t'impediva di compiere i tuoi doveri. Battaglioni di barbari avevano attraversato il mare e gettato il terrore tra le tue mura".

Uno dei successori, Erecteo, dovette subire l'attacco di un "devoto di Poseidone": Eumolto, re di Eleusi. Gli Ateniesi, per difendersi, dovettero ricorrere all'aiuto di truppe mercenarie. Secondo Apollodoro, la fortuna aiutò gli Ateniesi, ma Poseidone, adirato, distrusse la casa di Erecteo, che si trovava sull'Acropoli, e l'uccise con tutta la sua famiglia.
Manetone, nella sua nomenclatura dei re d'Egitto, afferma che il primo dei "re pastori", per lui un fenicio,

"era Saites, che regnò per diciannove anni e diede il proprio nome alla provincia di Sais".

"Il primo dei conquistatori avrebbe dunque ribattezzato col proprio nome una città, di fondazione più antica. Essa sarebbe stata 'fondata' una seconda volta. L'ipotesi potrebbe spiegare perché il sacerdote di Neith sostenga che Sais è più recente d'Atene. Sais sarebbe stata la capitale d'un principato d'occupazione del Delta... Sais città degli Hyksos... dei Cretesi...".

Secondo l'ipotesi cui erano giunti ricercatori francesi e tedeschi nel corso degli anni 1920-1940, e da me riprese e sviluppate, il popolo d'Atlantide si era installato nella cerniera fra tre mari: il "secondo mare" sahariano, con acque dolci, il Mediterraneo occidentale, collegato agli oceani, e quello orientale, che in quell'epoca era un mare chiuso, con un livello nettamente inferiore agli altri. Atlantide viveva d'agricoltura e di navigazione; costruì un grande impero marittimo, del quale l'antica Creta e tante altre comunità del Mediterraneo non erano che "colonie". In America, oggi, si scoprono altre colonie, che usavano la stessa antica lingua libica delle iscrizioni che si trovano nel Nord Africa.

La stele di Davenport

La stele di Davenport
Nel 1874 il reverendo M. Gass, con due studenti, trovò all'interno d'un piccolo tumulo sepolcrale, presso Davenport, Iowa, due scheletri d'adulti ed un terzo d'un bambino. Nei pressi c'era una tavoletta incisa, con segni strani ed allora incomprensibili. La pietra è oggi conosciuta come la Stele del Calendario di Davenport. A quel tempo, suscitò grande interesse. Più tardi fu dimenticata, perché studiosi di Harvard e della Smithsonian Institution avevano dichiarato che si trattava d'un falso.
Secondo l'interpretazione di Barry Fell, intorno alla scena incisa al centro della stele vi sono iscrizioni in tre lingue, egiziano, iberico punico e libico, ciascuna nel proprio alfabeto o carattere geroglifico. In realtà non si capirebbe il motivo della triplice scrittura, se si supponesse valida l'ipotesi - fatta dall'autore e dai suoi colleghi - che il libico fosse usato in sostituzione della lingua ufficiale egiziana. I testi iberico e libico, scritti su fasce incise che circondano la figura, sono come delle didascalie, e riferiscono entrambi che la pietra offre il segreto per regolare il calendario. Il resto è scritto in geroglifici ieratici egiziani, il suo contenuto è riportato letteralmente nelle figure e può essere così reso in lingua corrente:

"Si attacchi uno specchio ad un pilastro, in modo che quando il sole sorge nel giorno di capodanno esso rifletta la luce sulla pietra detta 'l'osservatorio'. Il capodanno cade quando il sole è in congiunzione con la costellazione zodiacale dell'Ariete. Nella Casa dell'Ariete il rapporto tra la notte ed il giorno si rovescia. In quel tempo (equinozio di primavera) cade la festa del nuovo anno, con il suo rito religioso".

La tavoletta rappresenta la celebrazione egiziana dell'anno nuovo, la mattina dell'equinozio di marzo. La festa consiste nell'erezione cerimoniale tramite funi, tirate da fedeli, d'una particolare Colonna dell'Anno Nuovo, chiamata Djed, fatta di steli di canne e sormontata da quattro o cinque anelli. Essa rappresenta la spina dorsale d'Osiride.

Il retro della stele di Davenport, con scene di caccia

A sinistra si vede uno specchio; dietro si legge in geroglifici: "specchio degli egizi" e sullo specchio, sempre in geroglifici, è scritto "metallo riflettente". A destra è il sole nascente, con la scritta Râ (dio del sole). Nel cielo del mattino, in alto, si vedono le stelle. Come si vede nella didascalia dell'illustrazione, la stele dello Iowa conferma ciò che già sappiamo da una tomba di Tebe, sulla cerimonia della colonna Djed nel giorno del capodanno. Il testo egiziano della stele di Davenport prosegue dicendo che si tratta dell'opera dello Wnty (osservatore di stelle), un sacerdote d'Osiride delle regioni libiche.
La stele è di manifattura locale, americana, e Fell suppone che fosse stata realizzata forse da un astronomo libico o iberico, che copiava un modello più antico proveniente dall'Egitto o meglio dalla Libia, portato sin qui probabilmente da una nave libica. Il sacerdote d'Osiride può aver prodotto la stele, in origine, come un modo per regolare il calendario in terre molto lontane. La data non può essere anteriore all'800 a.C. ("perché non conosciamo iscrizioni iberiche o libiche anteriori a quella data", annota Fell). Il testo egiziano, come detto sopra, può essere una semplice copia americana di qualche originale. L'originale poteva anche risalire al 1400 a.C., a giudicare dallo stile di scrittura.

La caricatura d'un "costruttore di tumuli" dello Iowa, bassorilievo su calcare (da McKUSICK, 1991)

Fell azzarda l'ipotesi che i coloni arrivassero a bordo di navi della marina egiziana, al comando d'un navigatore libico, durante la XXII Dinastia, detta "libica", i cui faraoni erano uomini energici, che favorivano l'esplorazione oltremare. Con loro, probabilmente, venne un sacerdote-astronomo egiziano. Sarebbe stato egli - o qualcuno dei suoi successori - ad incidere la Stele del Calendario di Davenport.
Probabilmente intorno a quel tempo giunsero altri sacerdoti-astronomi egiziani, che accompagnavano altre spedizioni, come quella a Long Island, New York, ed i viaggiatori libici che raggiunsero il Quebec, ove lasciarono l'iscrizione che è stata ritrovata negli anni '70 dal professor Thomas Lee della Laval University.

Le grotte d'Anubis
Abbiamo già detto che Gloria Farley, oggi ottantasettenne, è stata per molti anni la principale corrispondente di Barry Fell, e gli ha fornito ampio materiale di scoperte effettuate nelle zone del New Mexico, dell'Oklahoma e degli altri Stati Uniti centrali.
Nel 1968, un giornale dell'Oklahoma pubblicò una notizia su una misteriosa grotta coperta di segni e figure. Dieci anni dopo, in un giorno di giugno del 1978, il gruppo di ricerca della Farley, guidato da un allevatore locale, andò a vedere un petroglifo d'un bufalo con le costole in evidenza, che si pensava raffigurasse un animale durante una carestia. Non sapevano ancora che si trattava d'un carattere distintivo dell'arte celtica. In quella zona, trovarono cinque grotte, che la Farley numera da sud a nord. La prima grotta che scoprirono era quella indicata col numero due. Tre pareti di questa grotta erano letteralmente ricoperte di scritte e petroglifi. La figura più rilevante era un'immagine canina con orecchie a punta e folta coda, che indossa una corona e reca sulla schiena una specie di frusta col lungo manico, simile al flagello regale dell'antico Egitto.
La corona è composta di due lunghi segni incurvati, come parentesi, ai lati delle orecchie, quasi congiunti alla cima. Il pastorale uncinato ed il flagello appaiono di solito incrociati sul petto del Faraone e del dio Osiride, come simboli d'autorità.
Inoltre, la Farley segnalò la presenza nella grotta sia di caratteri ogam, sia di scritte numidiche, una combinazione che si era trovata in altri due siti di quella zona con caratteristiche riferibili alla presenza degli Egizi.
Sulla parete, in alto a sinistra, c'era una figura antropomorfica con una corona raggiata, in piedi sopra un cubo, ovviamente un Dio Sole. A sinistra era una finestra rotonda, intagliata nella pietra, forse un'apertura naturale rimodellata. Essa dava accesso alla grotta numero tre, insieme ad un piccolo foro al di sopra di essa.
Nella grotta numero tre il gruppo ricopiò un'iscrizione ogam lunga un po' più d'un metro, incisa in modo molto chiaro sul muro di fondo. Quell'iscrizione si rivelò la chiave d'interpretazione per l'intero sito. L'iscrizione sarebbe diventata famosa come "l'iscrizione dei sei mesi". Fell stabilì che i sei segni verticali sopra la riga dell'iscrizione rappresentavano il numero 6. Poteva così ricondurre l'iscrizione alla lingua gaelica. D'accordo coi colleghi, pubblicò una traduzione che era: "Il sole è per sei mesi a nord, per altri sei a sud, per un periodo dello stesso numero di mesi". Questa fu perciò chiamata "l'iscrizione dei sei mesi", perché afferma che il sole sta per sei mesi a nord e per sei mesi a sud.

Il disegno della grande parete col disegno d'Anubis e le raffigurazioni solari, scoperta in Oklahoma dal gruppo di Gloria Farley. In basso a destra, si vedono anche l'elefante e l'ippopotamo (da G. FARLEY, In Plain Sight, 1994)

La Farley identificò la figura di sciacallo col flagello sulla schiena con Anubis, termine greco che indica il dio egizio Anpu, identificato con Hermes, colui che accompagna le anime. Anubis apriva ai morti le strade dell'altro mondo. Egli è generalmente raffigurato come uno sciacallo nero dalla folta coda, oppure un uomo dalla pelle nera con la testa di sciacallo. Lo sciacallo è solitamente in posizione sdraiata, accosciato con la testa levata.

Foto e disegno della figura dello sciacallo Anubis, nell'omonima grotta (da G. FARLEY, In Plain Sight, 1994)

L'Anubis dell'Oklahoma è molto simile ad un'immagine dipinta su un papiro del Nuovo Regno, databile al periodo 1580-1090 a.C., ed oggi conservato presso la Biblioteca Nazionale di Parigi. Esso appare in un quadro che raffigura il corso del sole e cammina al di sotto del trono cubico di Râ-Harakte. Tale forma di Dio solare raffigura un uomo dalla testa di falco, sovrastata dal disco solare e dall'ureo, il serpente sacro. Anubis appare molto magro, con le orecchie ritte e con un flagello sulla schiena. La connessione tra Anubis ed il Dio Sole doveva essere molto importante per scoprire la vera destinazione delle grotte d'Anubis.
Inoltre, nella stessa parete appariva la figura d'un dio solare, coronato, appoggiato su una specie di cubo. Oltre ai raggi della corona del Dio Sole, vi erano altri due simboli solari. Alla sinistra del Dio Sole (per chi guarda) appariva un arco raggiante, che fu poi chiamato "sole nascente" o "primo sole". L'immagine raggiante, intorno alla testa del Dio Sole, fu detta "secondo sole". Tra il Dio Sole ed Anubis c'era un ampio semicerchio con molti raggi, chiamato più tardi "sole al tramonto" o "terzo sole".
Nella prima visita, il gruppo aveva visto due fori profondi, come occhi, nella parte bassa della parete. In seguito ci si accorse che essi erano gli occhi d'una figura d'elefante, incisa in linee leggere sotto altri segni verticali sovrapposti, come se si trovasse dietro delle sbarre, con le grandi orecchie, la tromba pendente, le gambe sottili, la pancia rigonfia, e la corta coda. La dimensione delle orecchie indicava che si trattava d'un elefante africano. L'immagine era fallica, come la figura d'Anubis. Un ippopotamo, in piedi dietro l'elefante, non fu subito riconosciuto.
Nel 1982, Bill McGlone, segretario della sezione occidentale della Società Epigrafica., si unì al gruppo della Farley per esaminare le grotte al momento dell'equinozio. Al momento del tramonto, nell'equinozio d'autunno, scoprirono una serie di effetti d'ombra che si verificavano soltanto in quel particolare momento, due volte l'anno.
"Mentre l'ombra di un "puntatore" di roccia si spostava, certe parti della parete erano alternativamente illuminate o ritornavano nell'ombra. Il primo simbolo ad essere illuminato fu quello del Sole Nascente, a sinistra del Dio Sole. Poi fu illuminato lo stesso Dio Sole, quindi il suo corpo, dai piedi al collo, cadde nell'ombra, mentre il sole vero scendeva nel cielo d'occidente. Quando l'ultima immagine del sole toccò: la lontana mesa occidentale, la testa del Dio Sole era in luce. Allo stesso momento fu illuminato il grande Sole al tramonto. L'ombra dell'indicatore era intanto diventata spuntata e arrotondata e si spostava in alto, verso destra, verso il piccolo Sole Verticale a raggi.

Gloria Farley, la ricercatrice ottantasettenne che ha scoperto molti graffiti ed iscrizioni nel cuore dell'America

Nell'istante del tramonto giunse il momento cul-minante e accaddero simultaneamente tre cose. L'ombra del pomo puntatore toccò esattamente la curva del Sole Verticale; la testa del Dio Sole, con la corona raggiata, entrò nell'ombra; e l'intera figura d'Anubis, coda inclusa, fu illuminata. Un secondo dopo, quando il sole era sceso al di sotto dell'orizzonte della mesa, l'intera parete era in ombra. Lo spettacolo era terminato, per altri sei mesi. è necessario sottolineare che gli allineamenti sopra descritti avvengono soltanto al tramonto più prossimo all'ora effettiva dell'equinozio. Il giorno prima o il giorno dopo, l'indicatore non si sposta esattamente da un vertice all'altro del cubo, i simboli solari non cadono in luce o in ombra in modo significativo, e il puntatore non indica esattamente le linee del Sole Verticale" .
All'equinozio accade qualcosa, non solo nella seconda ma anche nella terza grotta, dove altri giochi di luce e d'ombra accadono simultaneamente.
Le seguenti sono le traduzioni offerte da Barry Fell al gruppo del progetto delle grotte d'Anubis nel 1983, prima della visita all'equinozio di primavera .
Secondo Fell, nella prima grotta appaiono le seguenti iscrizioni in caratteri ogam:
"Prima riga G-S-C-T e un'altra riga R-T, precedeva una riga più complessa B-UI-IA-L IA-N-B H-UI-D-L, in antico gaelico "Gesachgt, un incanto magico, un ratto, per la buona sorte", "Buail Inpu h-uideal, che si legge: possa Anubis impugnare il flagello".
Se è corretto, ciò costituirebbe la prova che la figura canina sia proprio Anubis, il cui antico nome era Inpu o Anpu. Fell spiegava che l'autore dell'iscrizione dell'Oklahoma doveva avere contatti con gente che parlava l'egiziano, poiché il nome è trascritto in caratteri ogam in modo da riprodurre molto da vicino le pronunce egiziane.
Un'altra iscrizione ogam nella prima grotta, che non riguarda un gruppo di croci, sovrapposto ma che non sembra far parte dell'iscrizione, secondo Fell, si legge "T-L-M B-G UI-G" ossia "Ata a lam bag uilg", che significherebbe "e possa il suo braccio essere di ostacolo al male". Sembra trattarsi d'un altro riferimento all'uso del flagello come frusta di autorità.
Fell ritornò quindi alla parete d'Anubis della seconda grotta, per tradurre due iscrizioni: una in ogam e l'altra in scrittura numidica, usata dagli antichi Libici. Le lettere ogam "F-S", che esprimono la parola "fios", sono sovrapposte al Sole Nascente all'estrema sinistra della parete. La successiva parola ogam, "C-R-N-C", è formata dalle dita e dalla corona del Dio Sole e si legge "Carnaich". Le successive parole ogam si trovano sotto il Sole al tramonto e all'interno della forma del Sole Verticale. Esse sono "B-G-L UI-R D-G-IA G-D": "Baaghal uiru daigea gead" Il tutto, letto insieme, significa: "Istruzioni per il Druido. Col tempo limpido l'ombra dello spuntone di roccia eclissa la fiamma al tramonto. L'ombra arriverà vicino alle fauci della figura del dio sciacallo". Si tratta proprio di ciò che accade sulla parete d'Anubis ad ogni equinozio!
La scritta numidica, letta da destra verso sinistra, comincia con le gambe del Dio Sole e continua a sinistra. Una parte sta all'interno del cubo. Una seconda riga si trova a destra del cubo. Le lettere sono "T L-L D-Y-N B-L Y-F-T-N" e formano le parole "Ata Laila dayan Bel, yafida nantans", che si traducono: "Celebrate al tramonto i riti di Bel, riuniti in adorazione in quel momento".
Ciò identifica il Dio Solare come il celtico Bel e non con l'egizio Râ. Tuttavia, le loro identità erano strettamente collegate nell'antico vicino Oriente. Per Gloria Farley ed il suo gruppo, è chiaro che le grotte erano un luogo di riti sacri e di adorazione per gli antichi che vi incisero scritte e figure.
Il tema dell'adorazione di Bel è ulteriormente sviluppato nella quarta grotta. Quattro righe, tra le molte iscrizioni ogam di questa grotta, sono state trascritte da Fell come "G-R-N-G B-L M-N-C M-EA D UI-M-L-OI-EA-B B-L": "Grian aig Bel Mionach umih ele Lio-Meadh eabh aig Bel", che significa "Il sole appartiene a Bel. Questa caverna nei giorni d'equinozio serve a cantare le preghiere di Bel".
Un componente del gruppo della Farley trovò una sedia in pietra naturale, o trono, in un angolo di questa grotta: un luogo ideale per il sacerdote di Bel per sedersi con lo sguardo rivolto verso occidente e cantare le preghiere a Bel, mentre il sole tramonta, nel giorno dell'equinozio.


Un dibattito vivo
Da trent'anni ormai l'America s'interroga sulle proprie origini. Sono sempre meno coloro che credono - per usare parole di Barry Fell - che "un giorno, tra lo squillare delle trombe e lo sventolio delle bandiere... Cristoforo Colombo sbarcò e iniziò la storia del Nuovo Mondo... Per gli americani, la storia comincia col frastuono di cimbali, all'apparire di uomini grandi e famosi, tanto noti e documentati, che qualcuno potrebbe anche pensare di trovare a Washington, negli archivi nazionali, i loro certificati di nascita o le loro tessere della sicurezza sociale" .
Il dibattito però è molto acceso e molti accusano di falso i "documenti" che altri si sforzano di portare come prove d'un passato remoto del continente. Certo, i falsi non sono mancati. Altrettanto certamente, molti elementi delle tesi diffusionistiche alimentano seri dubbi sullo "sviluppo separato" del continente americano, quale ancora oggi è sostenuto nelle ipotesi ufficialmente accreditate.

I due alfabeti libico-berberi: numidico e tifinagh (dei Tuaregh) (da B. FELL, Alphabetic Lybian Mason's Marks on Mochica Adobe Bricks, in Epigraphic Society Occasional Papers, vol. 20, 1991, p. 226)

Tra questi elementi intriganti, abbiamo ritenuto valesse la pena di porre un accento particolare su quelle tracce di cultura libico-berbera che hanno giocato una parte molto importante nella vita di Fell (primo a decifrare l'antica lingua libica, accolto come un trionfatore all'Università di Tripoli). Il professor Fell, tuttavia, non arrivò mai a collegare tali elementi a quella cultura che noi identifichiamo col nome d'Atlantide. In questa direzione vanno oggi i nostri studi, alla ricerca di tracce che riteniamo debbano risalire ad anni compresi tra il 3000 ed il 1200 a.C., lasciate da un autonomo impero marinaro che vedeva gli antenati dei popoli libico-berberi (dei Numidi, dei Tuaregh, dei popoli autoctoni dell'Ifriqiah maghrebina) lanciati alla conquista degli oceani. Cominciamo ad intuire un'Atlantide "al contrario", che potrebbe aver toccato molti mari del mondo, ma partendo da un fuoco di diffusione posto al centro del Mediterraneo, all'epoca della grande civiltà megalitica.
La fine improvvisa di quel fuoco di diffusione, la tragica scomparsa del cuore di quella realtà (federazione di popoli, impero marittimo) che Platone ha tramandato col nome di Atlantide, sembra ancora una volta il punto nodale per riallacciare i fili della Storia scomparsa... ma non nella direzione - che tante volte è stata proposta - di una diffusione di cultura attraverso l'Atlantico da occidente verso oriente. S'intravvede la possibilità che il "popolo del bronzo" si lanciasse per gli Oceani partendo dal cuore del Mediterraneo...
In questa direzione, contiamo di ritrovare presto nuovi elementi, nuove tracce idonee a ricomporre un mosaico reso confuso dal tempo trascorso e dalla grande catastrofe che causò la fine dell'impero d'Atlantide.



di Alberto Arecchi
liutprand@iol.it
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