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10 Marzo 2004 STORIA
Rolando Dubini
I Celti, alle radici dell'Europa, e dell'Italia - parte 1
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Dal "La memoria conta veramente - per gli individui, le collettività, le civiltà - solo se tiene insieme l'impronta del passato e il progetto del futuro, se permette di fare senza dimenticare quel che si voleva fare, di diventare senza smettere di essere, di essere senza smettere di diventare".

(Italo Calvino)

L'origine della parola celti
La parola celti ha origine dal greco keltai che gli abitanti di Marsiglia, città fondata dai Focesi, attribuirono ai membri delle limitrogfe e bellicose tribù che popolavano le terre circostanti.
I Greci dunque li chiamavano Keltoi, ed era il nome che avevano sentito pronunciare dai Celti stessi, ma in alte occasioni li chiamavano Galati (gàlatos), mentre i romani, mutuando il nome da quest'ultimo termine, li chiamavano Galli (o, richiamando la parola greca, celtae).
In tal modo veniva designata una popolazione che parlava una ben distinta lingua indoeuropea, e che era caratterizzata da una cultura definita "barbarica" dagli autori classici (grecie romani).
Il termine celti compare per la prima volta negli scritti del geografo greco Ecateo nel 500 a.C.: egli parla di "Nirax, una città celtica" e di "Massalia [Marsiglia], città della Liguria nella terra dei Celti" (Fragmenta Historicorum Graecorum).
Un secolo dopo Erodoto descrive i Celti come coloro che vivono "al di là delle colonne d'Ercole".
Aristotele sapeva che vivevano "oltre la Spagna", che avevano conquistato Roma e che tenevano in grande considerazione la potenza militare.
Ellanico di Mitilene, storico del quinto secoo avanti Cristo, afferma che i Celti erano un popolo giusto e retto.
Di Eforo (350 a.C.) esiste un frammento poetico secondo il quale i Celti seguivano le stesse usanze dei "Greci".
Celebre è l'affermazione di Caio Giulio Cesare nel De Bello Gallico (Liber I - I - La Gallia):
Gallia est omnis divisa in partes tres, quarum unam incolunt Belgae, aliam Aquitani, tertiam qui ipsorum lingua Celtae, nostra Galli appellantur. Hi omnes lingua, institutis, legibus inter se differunt. Gallos
Che, tradotto, suona così:
La Gallia nel suo complesso è divisa in tre parti: una è abitata dai Belgi, una dagli Aquitani, la terza da quelli che nella loro lingua si chiamano Celti, nella nostra Galli.

Chi furono i Celti
I Celti sono da sempre identificati come un popolo misterioso e poco conosciuto, ma in realtà le cose stanno ben diversamente da quello che oramai è solo un vieto luogo comune, sempre più svuotato di significato reale.
In tal senso possiamo lasciare la parola a quello che può essere forse considerato il massimo studioso mondiale della materia, Vinceslas Kruta, direttore di studi di protostoria d'Europa presso l'école Pratique des Hautes études, Sciences Historiques et Philologiques della Sorbona di Parigi
Quando Greci ed Etruschi, nel VI secolo a.C., cominciarono ad interessarsi all'Europa continentale, vi trovarono insediate, dall'Atlantico fino ai territori a nord delle Alpi, delle popolazioni di cui documentano il nome: i Celti, più tardi chiamati anche Galli o Galati.
I Celti erano "numerosi e bellicosi", e "non tardarono a scontrarsi con i loro vicini meridionali: all'inizio del IV secolo a.C., un forte esercito attraversò le Alpi conquistando l'Etruria padana e arrivò fino a Roma, dopo avere sanguinosamente sconfitto le legioni": "quest'avvenimento drammatico marcherà profondamente la tradizione storica romana e accorreranno due secoli di duri combattimenti perché almeno una parte degli invasori abbandoni l'Italia".In pari tempo una seconda ondata migratoria si spinge fino alla conca carpatica e ai territori del Danubio, subito seguita nel 280 a.C. da una spedizione contro la Grecia, "spazzando via ogni resistenza" e arrivando fino a Delfi per stabilirsi finalmente in Asia Minore, su un altopiano che da allora porterà il nome di Galazia. Qui, a diretto contatto col mondo ellenistico, "si formerà l'immagine dei Galli selvaggi e ribelli, illustrata nei monumenti dei sovrani di Pergamo". I Celti diventano così, dopo i Giganti, le Amazzoni e i Persiani, "l'ultima personificazione della Barbarie che minaccia il mondo civile".
Occorre attendere Cesare e la sua conquista delle Gallie "perché gli autori antichi rivolgano di nuovo il loro interesse sui Celti: scoprono allora un mondo già urbanizzato, capace di assimilare rapidamente ed efficacemente gli apporti della civiltà romana".
Scavi e rinvenimenti archeologici, da circa un secolo e mezzo a questa parte, accumulano una massa di informazioni e di materiale che ci permettono "di ridisegnare l'immagine schematica, incompleta e deformata, dei Celti, quale ci è stata tramandata dagli autori e dagli artisti dell'Antichità": "sappiamo così, che l'invasione dell'Italia non fu tanto un avvenimento traumatico, repentino e inatteso, ma che fu preceduta da due secoli di contatti che sembrano pacifici e che contribuirono allo sviluppo economico dell'Etruria padana. Il tramite furono le popolazioni di stirpe celtica della cultura di Golasecca della regione lombardo-piemontese".
L'evoluzione dell'arte celtica indica inoltre "che i contatti diretti dei Celti con l'ambiente greco-etrusco influenzarono profondamente anche la cultura dei popoli transalpini".
L'espansione danubiana "documenta particolarmente bene la capacità dei Celti di integrarsi con gli indigeni e di costituire dei nuovi insiemi etnici compositi di cui le vicende ulteriori dimostrarono la solidità". Non si può dimenticare che al massimo della sua estensione, il mondo celtico si allarga dalle isole britanniche ai Carpazi, dall'Asia Minore alla penisola iberica, comprendendo anche granparte dell'Italia centro-settentrionale
Questo mondo celtico "conosce uno sviluppo economico notevole e vede la nascita, nella prima metà del II secolo a.C., di agglomerati di tipo urbano": "gli abitati, costruiti soprattutto di legno, non lasceranno all'evidenza delle vestigia spettacolari", ma "scavi recenti permettono di cogliere l'importanza e la varietà delle loro attività che coinvolgono tutte le potenzialità della regione, da quelle agrarie a quelle minerarie".
Della cultura materiale celtica abbiamo oggetti, utensili, impianti tecnici, che " illustrano l'abilità degli artigiani celtici, ricordati dagli autori antichi come modelli in taluni campi: l'arte del bottaio, del carradore, del fabbro ferraio, mentre le vestigia vegetali e i resti animali confermano l'abbondanza e la qualità delle produzioni agricole sottolineate dai testi".
A sfavore della ricerca storica ha però agito "il divieto religioso di registrare per iscritto tutto ciò che aveva attinenza con il sacro" e che "ci ha privato di una conoscenza completa dell'universo spirituale dei Celti". E tuttavia "la sua ricchezza e la sua originalità si riflettono tuttavia nelle opere d'arte che rispecchiano una sensibilità molto diversa da quella del mondo greco-romano": "solo il calendario gallico, frutto di lunghi secoli di osservazioni astronomiche e di calcoli sapienti, testimonia in modo eloquente l'alto livello della scienza celtica".
Conclude Kruta sottolineando come "appare evidente oggi che i Celti apportarono un contributo fondamentale alla formazione dell'Europa": "la loro eredità non è percettibile solo nell'ambito delle tecniche artigianali ed agricole, ma nella toponimia, nelle mentalità e nei costumi - alcune feste attuali, come quella del primo novembre, sono ancora quelle del calendario gallico".
E dunque "nel rapporto dialettico tra civiltà romana e fondo celtico si nutrono le radici dell'Europa medioevale e moderna" (Venceslas Kruta, 1991 dalla cartella stampa della mostra I Celti, Palazzo Grassi, Venezia 1991).

La prima celtizzazione (autoctona) del Nord Italia
La prima celtizzazione del nord della penisola italiana viene individuata nel fondamentale testo Celti in Italia di Venceslas Kruta e Valerio M. Manfredi, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1999, già nell'età del Bronzo (che Alexandre Bertrand ancora nella seconda metà dell'800, preferiva chiamare, per Francia e Italia Settentrionale, come "era celtica") e ha trovato sviluppo organico (peraltro preceduto dalla civiltà di Canegrate, che ne anticipa forme e sviluppi) con la Civiltà di Golasecca (iniziata nel XII secolo a.C.), che a ragione viene considerata come una delle prime "civiltà celtiche" dell'intero continente europeo.
Non è perciò strano che proprio nell'area archeologica golasecchiana sia stata rinvenuta la più antica testimonianza di una lingua celtica in Europa: da un corredo funebre del secondo quarto del VI secolo a.C., individuato nei pressi di Castelletto Ticino, rileviamo infatti il famoso genitivo gallico in alfabeto etrusco-capenate - Xosoio - graffito su vaso.
Dal testo emergono poi i continui riferimenti allo scambio culturale, etnico e commerciale con le popolazioni alpine (tra cui i camuni!) e transalpine che vede un intreccio di relazioni fortissimo tra gli antenati di quelli che saranno i futuri popoli del Centro Europa.
L'invasione celtica "storica" o "lateniana" dell'Italia è ricca di vicende storiche e militari che videro il confronto e lo scontro tra i Celti, e le popolazioni mediterranee e latine.
Di questo scontro, durato per secoli, vi sono dettagli di grande interesse, approfonditi nel libro citato, e altri che meritano una evidenza particolare. Vi è ad esempio chi ha sostenuto la tesi che i galli senoni (forse con la collaborazione di altri popoli gallici come boi e insubri, come sembra adombrare Tito Livio, V, 35) che misero a sacco Roma, occupandola e costringendo alla fuga legioni ed esercito di quella che era già una grande potenza regionale, agirono istigati dai tiranni di Sicilia: ma la tesi è piuttosto bizzarra e sicuramente insostenibile se si considerano gli ottimi rapporti che Roma aveva in quel tempo con quei governanti, attestati da Tito Livio, IV, 52, dove dopo uina grave carestia, a fronte dela quale tutti i popoli vicini rifutarono di vendere grano a Roma (avendo subito da essa innumerevoli guerre e sconfite) "furono aiutati con generosità dai Tiranni della Sicilia".
Va sottolineata la notevole capacità di sopravvivenza delle popolazioni celtiche anche in aree molto lontane dalle Alpi, come nel caso della popolazione celtica dei Senoni (stanziati tra i fiumo che Tito Livio indica come Utente e Aesim, tra Ravenna e Ancona), stanziatasi nelle attuali Marche superiori e duramente colpiti dalla politica di sterminio attuata dai Romani.

Un passo "delle Historie Phillippicae di Pompeo Trogo ricorda l'alleanza militare offerta dai Galli, DOPO la conquista di Roma, a Dionisio I il Vecchio, Tiranno di Siracusa. Tutto lascia credere che sia stata conclusa e l'emporio siracusano di Ancona, a diretto contatto con i Senoni, sia stato senza dubbio uno deiprincipali punti di reclutamento di truppe celtiche. Questi mercenari comatterono per Dionisio non solo nel sud della penisola, ma addirittura in Grecia. Senofonte ne menziona nel 367 a.C. a fianco di mercenari iberici, nel corpo di spedizione siracusano impiegato contro i Tebani" (I Celti prima dell'espansione storica, pag. 206, in aa.vv. I Celti, Bompiani, Milano 1991).

Ecco la eloquente testimonianza di uno storico latino abitualmente considerato degno di fede, Pompeo Trogo che parla di una ambasceria dei galli presso Dionigi I intento all'assedio di Reggio (GIUSTINO, Storie filippiche, introd., traduz. e note di L. Santi Amantini, Milano, Rusconi, 1981, Historiarum Philippicarum et totius mundi originum et terrae situs, ex Trogo Pompeio excerptarum libri XLIV a Nino ad Caesarem Augustum, GIUSTINO, Storie filippiche, introd., traduz. e note di L. Santi Amantini, Milano, Rusconi, 1981. Historiarum Philippicarum et totius mundi originum et terrae situs, ex Trogo Pompeio excerptarum libri XLIV a Nino ad Caesarem Augustum, Libro XX, 5):
V. Abbiamo detto che Dionigi il Tiranno, aveva fatto passare la sua armata dalla Sicilia in Italia, dove era venuto per combattere i greci, ...
Durante il corso di quella guerra, i legati dei Galli che mesi prima avevano lasciato Roma in fiamme, vennero a domandare l'amicizia e l'alleanza di Dionigi, facendo appello al fatto che erano "in mezzo ai loro nemici e che sarebbero stati di grande giovamento, sia quando si fosse combattuto in campo aperto, sia assalendo alle spalle i nemici impegnati in battaglia". Questa ambasceria riuscì gradita a Dionigi: così, stabilita l'alleanza e rafforzato, riprese come da capo la guerra.

Per quanto riguarda l'eredità celtica, "il ruolo svolto dall'italia è stato a lungo mal compreso e mal apprezzato. Da un lato dai difensori dell'eredità classica, che volevano vedere nella presenza celtica in Italia un'invasione di barbari incolti e, alla fine, fortunatamente respinta da Roma. Da un altro lato dai celtofili che consideravano questa presenza episodica e marginale, tanto meno significativa per il fatto che i Celti vi apparivano soltanto come una delle componenti di un insieme culturalmente ed etnicamente molto diversificato e mescolato".
Recenti ricerche archeologiche e linguistiche "hanno permesso di riconsiderare la questione e di disegnare un quadro che rivela il posto importantissimo occupato dal popolamento di origine celtica nell'Italia settentrionale, e il ruolo fondamentale che ebbero le intense relazioni tra i Celti d'Italia - a contatto cn Etruschi e Greci - e i loro congeneri transalpini..."..
Alle vestigia archeologiche "si aggiungono le scoperte di diversi testi - purtroppo brevi e poco vari - scritti dai Celti antichi nella loro lingua utilizzando diversi tipi di alfabeti di origine meditterranea. Questi testi, oltre a fornire materia per lo studio delle lingue celtiche antiche, costituiscono una prova irrefutabile dell'estensione delle popolazioni celtofone".
Il mondo dei Celti antichi, "che gli autori greci e latini ci hanno descritto sotto una luce così sfavorevole, si rivela invece più ricco e meno semplice di quanto voleva la tradizione, che attribuiva loro, come merito principale, se non l'unico, quello di aver assimilato i benefici imposti da Roma".
Appare sempre più evidente "che la perdita dell'indipendenza non ha significato uno sconvolgimento immediato e radicale della situazione preesistente: il sistema socio-economico preromano continua infatti a funzionare senza subire modificazioni importanti, e i Romani stessi integrano e sviluppano numerosi elementi già esistenti - santuari, insediamenti, reti viarie, mercati, ecc.".
Gli aggettivi "gallo-romano" (riferito alla Gallia cisalpina e transalpina), "celto-romano" (per le regioni danubiane), o "romano-britannico" esprimono la doppia filiazione di queste facies provinciali e il ruolo che svolse il sostrato celtico nella loro formazione". (in Venceslas Kruta e Valerio M. Manfredi I Celti in Italia , Mondadori, Milano 1999, 2000, pagg. 12-14)

Chiusi, Brenno e il saccheggio celtico di Roma
Da tempo nella pianura padana si erano venute ad insediare popolazioni celtiche provenienti da oltralpe: Salassi, Insubri, Cenomani, Lepontini, Boi e Senoni...per i romani erano tutti "Galli". Si erano, tra l'altro, fuse con le popolazioni celtiche autoctone, dell'area di Golasecca (che avevano radici lontane, nelle genti della cultura protogolasecchiana di Canegrate, e dunque molto prima del 1000 a.C.).
Così, quando intorno al 390 a.C. a Roma giunse la notizia che lassù, nella Pianura Padana, queste popolazioni galliche si stavano muovendo verso sud alla ricerca di nuovi spazi, un brivido di terrore agitò la popolazione dell'Urbe.
Tito Livio, lo storico romano originario di Padova che offre un ampio resonto di questo periodo storico nella sua monumentale opera, pone alla base del rovescio romano una banale storiella d'alcova: a detta dello storico patavino sembra che un certo Arunte, vinaio originario della cittadella etrusca di Chiusi, avendo scoperto una tresca tra sua moglie e il patrizio etrusco Lucumone, e volendo indi vendicarsi dell'affronto subito rivalendosi contro la sua città, chiamasse i Celti offrendo loro del buon vino in cambio del loro aiuto, e allettandoli quindi con la grande disponibilità di beni esistente a Chiusi. Gli abitanti di Chiusi, terrorizzati, chiesero aiuto ai Romani. Questi inviarono un paio di ambasciatori per chiedere ai Celti quale fosse lo scopo reale della loro minacciosa avanzata nel territorio etrusco.
Scrive Tito Livio V, 33:
"Vuole la tradizione che questo popolo, attratto dalla dolcezza dei prodotti e soprattutto del vino, che a quel tempo costituiva per loro un nuovo piacere, abbia attraversato le Alpi e si sia impadronito delle terre precedentemente abitate dagli Etruschi; chi poi avrebbe mandato il vino in Gallia sarebbe stato un tale Arrunte di Chiusi spinto dall'odio per Lucumone che gli aveva sedotto la moglie...
Prosegue Tito Livio, V, 35
Gli abitanti di Chiusi mandarono ambasciatori a Roma per chiedere aiuto al Senato. Quanto ad aiuto non ottennero nulla; furono invece mandati in qualità di legati tre figli di Marco Fabio Ambusto, i quali, in nome del popolo romano, ammonissero i Galli di astenersi da atti di ostilità contro alleati e amici del popolo romano che non li avevano in nessun modo provocati.
Dunque nel 390 a.c. (per alcuni testi nel 387 a.c.), approfittando dell'indebolimento degli etruschi, la tribù dei senoni, al seguito del suo comandante Brenno (ma è dubbio se fosse un nome proprio o un titolo onorifico) , decise di spingersi al sud, alla ricerca di nuovi territori, ma soprattutto di nuovi bottini.
Giunsero a Chiusi e la posero sotto assedio. Gli abitanti della città, chiesero aiuto a Roma, circostanza peraltro piuttosto singolare considerando quanto fossero stati difficili, nel passato, i rapporti tra le due città.
Una delegazione di romani, andò dunque a parlamentare con i "celti", ma la trattativa non ebbe un buon esito e gli ambasciatori romani si schierarono apertamente con gli abitanti clusini.
In tale occasione, l'ambasciatore Quinto Fabio, venuto evidentemente a Chiusi con intenti già di per sé bellicosi, trucidò senza motivo un capo dei Celti. L'affronto generò la collera e la reazione dei "barbari", che, comandati da Brenno, decisero di marciare direttamente su Roma per ottenere giustizia. Racconta lo stesso Livio che l'Urbe fu inondata dal panico.

Scrive Tito Livio:
Dal canto loro, i Galli, quando seppero del provocatorio onore fatto ai violatori del diritto delle genti e del nessun conto che si era avuto della loro ambasceria, furenti di ira, che quella gente non sa dominare, tosto levarono il campo e con rapida marcia si incamminarono........ Tutto, davanti e all'intorno, era ormai occupato dai nemici, e quella gente per istinto portata a inutili schiamazzi faceva rintronare orrendamente la regione di canti selvaggi e di urli strani (V, 37).
Tanto non solo la fortuna, ma anche l'abilità tattica stava dalla parte dei barbari (V, 38)

La notizia mise in agitazione il Senato, che fece un ricorso alla leva generale "tumultus", per cercare di fermare l'invasione gallica, ponendo uno sbarramento sul corso dell'Alia, un piccolo affluente del Tevere. Venne nominato in fretta dittatore M. FURIO CAMILLO (forse, sulla sua figura essitono molti dubbi).
Ma l'esercito romano, venne rapidamente sbaragliato ed i soldati scapparono, forse impauriti dall'aspetto insolito e particolarmente feroce dei loro avversari.

Stando agli storici antichi, questi guerrieri alti, biondi e incredibilmente forti avevano il costume di lottare in modo furioso, nudi, quasi fossero posseduti da una furia soprannaturale, una forza magica, o meglio divina, che li possedeva, e terrorizzavano i nemici urlando, picchiando le spade con gli scudi, suonando trombe da guerra che emettevano suoni terrificanti, e cantando canti selvaggi.
Fu sull'Allia dunque, un fiumiciattolo a undici miglia dalla città, che i tribuni militari romani approntarono alla meglio e in fretta le difese. Fu costruito un terrapieno che doveva servire come luogo di avvistamento e come base per le riserve, alla sinistra del quale erano schierate le truppe. Se si fosse riusciti ad attirare i Celti, li si sarebbe potuti accerchiare facilmente e averne ragione in breve tempo. Ma Brenno, anziché attaccare il grosso dell'esercito, si gettò coi suoi sull'altura, investendo le riserve lì appostate e costringendole ad unirsi al resto delle truppe schierate sulla riva dell'Allia. I legionari iniziarono a fuggire senza nemmeno combattere; molti annegarono nel tentativo di attraversare il Tevere, ma i più furono raggiunti dal furore dei "barbari". Solo i soldati dell'ala più esterna riuscirono a salvarsi, ritirandosi in parte a Veio, e in parte battendo a rotta di collo verso Roma.
Era il 18 luglio del 387 a.C. (o 390 a.C. secondo altre fonti), data che da quel momento in poi verrà tradizionalmente ritenuta nefasta nel calendario romano. Il Dies Alliensis, , il giorno della battaglia sul fiume Allia, fu segnato sul calendario come giorno nefasto per antonomasia e avrebbe accompagnato i Romani antichi per tutto il corso della loro storia
Molti di loro si rifugiarono a Veio oppure a Cere dove si unirono ad una parte della popolazione romana, che presa dal panico, aveva già abbandonato la città.
Brenno e i suoi tuttavia non seppero sfruttare la vittoria: invece di incalzare i Romani in città e annientarli, si dedicarono secondo il loro costume a celebrare la vittoria tra canti e banchetti. A Roma arrivarono solo tre giorni dopo, e la trovarono immersa in un silenzio spettrale. Tutti gli abitanti della città si erano trincerati sul Campidoglio; erano rimasti solo alcuni dei vecchi patrizi che, non essendo in grado di affrontare la battaglia, avevano deciso di morire dignitosamente seduti sui loro scranni, avvolti nelle loro toghe più preziose

I galli non trovarono dunque la benchè minima resistenza ed in poco tempo raggiunsero le mura di Roma, che trovarono completamente sguarnite.
Nel corso dell'assedio, nella città si sviluppò un grande incendio che bruciò gran parte delle abitazioni, che allora erano in legno con tetti di paglia.
I galli penetrarono facilmente nella città, poichè i difensori avevano persino dimenticato di chiuderne le porte, e, non trovando alcuna opposizione, si dedicarono al saccheggio.
I romani avevano in buona parte abbandonato la città, altri si erano chiusi in casa e altri ancorai si erano rifugiati nella rocca del Campidoglio, che per le sue caratteristiche era difficilmente espugnabile. Lì vi avevano portato il "fuoco sacro", sotto la custodia delle "vestali", e le immagini dei loro dei.
Solo i senatori erano rimasti al loro posto, nella Curia, dove vennero tutti uccisi, secondo Tito Livio.
Narra Livio che i Celti, aggirandosi nella città e trovandola vuota, avvistando questi strani figùri, li scambiarono per delle statue e ne ebbero timore. Uno dei guerrieri per verificare se fossero vivi, tirò ad uno di essi la barba: questo reagì colpendolo alla testa con un bastone, scatenando la reazione dei Celti. I patrizi furono massacrati tutti. Brenno decise poi di attaccare la rocca del Campidoglio.
Tito Livio (V, 47) narra:
In Roma, provveduto, poi, nel modo migliore che la situazione permetteva, a tutto quello che poteva servire alla difesa della rocca, gli anziani ritornarono alle loro case ad attendere l'arrivo dei nemici, fermamente decisi a morire. Quelli di essi che avevano coperto cariche curuli, volendo morire con i segni distintivi della loro pristina dignità, delle magistrature esercitate e dei loro meriti, rivestirono la sontuosissima toga usata da chi reggeva il carro degli dei e da chi riportava il trionfo e si assisero sulle sedie eburnee nel centro della casa. E narrano anche alcuni che, ripetendo una formula recitata dal pontefice massimo Marco Folio, si siano offerti vittime per la patria e per i Romani Quiriti. I Galli o che la pausa della notte avesse affievolito il desiderio di combattere, o perché non avevano ancora conosciuto le incertezze di una battaglia, e nemmeno ora dovevano ricorrere a violenti assalti per conquistare la città, senza furore, senza entusiasmo, fecero il loro ingresso in Roma il giorno seguente da porta Collina, tutta aperta, e giunsero al Foro, volgendo gli sguardi dai templi degli dei alla rocca che, sola, pareva minacciasse guerra. Poi, lasciato un piccolo presidio per non correre il pericolo di un attacco dalla rocca e dal Campidoglio mentre erano dispersi qua e là, si divisero per predare nelle vie completamente deserte: gli uni raggruppati fanno irruzione nelle case vicine, gli altri corrono a quelle più lontane, credendole più ricche di preda, perché intatte; poi, di nuovo, presi da paura per la stessa solitudine, nel timore di essere sorpresi così isolati dai nemici, tornano a riunirsi nel Foro e nelle sue adiacenze: e lì, trovando chiuse le case del popolo, aperti invece gli atri di quelle signorili, rimangono più titubanti ad entrare in queste che in quelle, perché nei vestiboli aperti intravedevano, con un senso di rispetto religioso, uomini seduti che parevano altrettante divinità non solo per l'abbigliamento e per l'aspetto più che umani, ma anche per la maestà che spirava dai loro volti severi. E si dice che, mentre rimanevano estatici a riguardarli come fossero statue, un Gallo si fece coraggio ad accarezzare la barba di uno di essi, che allora tutti portavano lunga, Marco Papirio, che lo colpì sul capo con lo scettro d'avorio: di qui l'ira del gallo e l'inizio della strage, estesa poi a tutti gli altri seduti sui loro seggi. Massacrati i capi, non venne risparmiato più nessuno; le case furono saccheggiate e, quando furono spogliate di tutto, incendiate.

I galli, dopo aver saccheggiato e distrutto parte della città (ma non tutta, come nota con meraviglia Tito Livio, forse abituato a leggere il ben diverso trattamento che i romani riservavano alle città sconfitte), decisero allora di attaccare il Campidoglio, e qui si realizzò, secondo la tradizione, il primo degli episodi leggendari (probabilmente inventati di sana pianta in epoca posteriore) con i quali i romani cercavano probabilmente di compensare la forte umiliazione subita.
Secondo questa leggenda (che gli storici giudicano inventata di sana pianta da annalisti romani compiacenti con le sorti magnifiche e progressive dell'urbe eterna), i galli di Brenno avevano scoperto un cunicolo sotterraneo che arrivava all'interno della rocca capitolina e durante una notte lo utilizzarono per espugnare l'ultimo baluardo difensivo di Roma. Ma il tentativo di intrusione, fu sventato dalle oche sacre a Giunone, che spaventate cominciarono a starnazzare, svegliando il comandante della guarnigione, l'ex console Marco Manlio, il quale si oppose con decisione ai primi invasori, respingendoli.
In virtù di questo episodio, Marco Manlio, venne chiamato Capitolino.
Intanto i galli cominciavano a subire le prime sconfitte: un loro campo, venne distrutto da un esercito composto da cittadini di Ardea e guidato da Furio Camillo, il comandante romano che, dopo aver conquistato Veio, era stato esiliato a causa delle sue posizioni eccessivamente antiplebee.
Brenno cominciava ad essere stanco di Roma, quello che c'era da razziare, l'aveva già razziato, il Campidoglio si dimostrava inespugnabile, e gli episodi di resistenza aumentavano.
Così propose ai magistrati romani di riscattare la città: gli invasori galli avrebbero abbandonato Roma in cambio di mille libbre d'oro.
I Celti avevano bruciato tutto e non avevano più rifornimenti. Brenno pretese una somma d'oro esorbitante, che solo a fatica poteva essere reperita. Mentre l'oro veniva pesato, i Romani iniziarono a mettere in giro la voce che i Celti stessero usando pesi falsi per imbrogliarli.
Alle proteste dei magistrati, Brenno, con arroganza e determinazione sovrana, rispose gettando la sua spada sulla bilancia, pretendendo in questo modo un'ulteriore quantità di oro, e contemporaneamente urlando in un latino stentato: "Vae Victis" (guai ai vinti).
Tito Livio (V, 48) narra:
...mancando il nutrimento - i servizi di guardia si susseguivano, e il corpo indebolito quasi cedeva sotto il peso delle armi -, fu presa la decisione di arrendersi o di riscattarsi, quali che si fossero le condizioni, tanto più che i Galli davano aperta assicurazione che avrebbero tolto l'assedio dietro un compenso non eccessivo. Il senato tenne seduta e affidò ai tribuni militari l'incarico di trattare. Quinto Sulpicio e Brenno, capo dei Galli, vennero ad un abboccamento e si accordarono per un riscatto di mille libbre d'oro: a tanto si comprava il popolo che tra breve avrebbe avuto il dominio del mondo. Il patto, di per se stesso umiliantissimo, fu per di più aggravato da un'indegna prepotenza: i Galli apportarono pesi alterati, e poiché il tribuno non li voleva accettare, il Gallo insolente vi aggiunse la propria spada, e fu udita allora quella parola intollerabile per un Romano: " Guai ai vinti".

E qui accade, secondo una tradizione assai tarda e fin troppo fantasiosa, il secondo episodio leggendario: mentre i romani chiedevano tempo per procurarsi l'oro che mancava, Camillo (che secondo alcuni studiosi era già deceduto da tempo) raggiunse Roma con un nuovo esercito e trovandosi di fronte Brenno gli mostrò la sua spada e gli urlò in faccia:
"Non auro, sed ferro, recuperanda est patria" (non con l'oro, ma con il ferro, si riscatta la patria).
Le circostanze della presunta riscossa romana (che pare essere una invenzione posteriore per gratificare la coscienza di color che domineranno poi il mondo occidentale) vengono così delineate da Tito Livio (V, 44):
(parla Camillo) "...Codeste che ci corrono addosso alla rinfusa sono genti a cui natura diede un gran corpo e facili entusiasmi più che non fermezza d'animo; perciò nella lotta si avvantaggiano più del terrore che non della forza....Sazi di cibo e di vino ingordamente trangugiati, al sopraggiungere della notte si sdraiano a dormire dove e come capita, lungo i corsi d'acqua, senza provvedere a difese, senza sentinelle, senza corpi di guardia, ora poi resi anche più incauti del solito dai successi...."
Fu così che (racconta la versione poco attendibile di Tito Livio) l'esercito romano si scagliò contro l'invasore, costringendolo alla fuga. Furio Camillo (che forse era già deceduto da tempo) seguì i galli per un tratto, sconfiggendoli a più riprese, per poi tornare a Roma, dove ricevette un grande trionfo.
Fu proprio lui ad avviare la rifondazione della città: Roma era stata ferita gravemente, ma non era ancora morta e dopo pochi anni avrebbe ripreso il suo processo di grande espansione.
In realtà Camillo (se si vuol seguire Tito Livio) fu nominato dittatore e cercò di rimettere insieme i cocci di quello che era rimasto, pregando i suoi concittadini di non abbandonare la devastata Roma per l'ancora intatta e da poco conquistata Veio
Tuttavia L'intervento di Camillo e la sua vittoria sui Galli non sono mai esistiti nei termini riportati fantasiosamente da Tito Livio.
Camillo non è neanche nominato da Polibio (che è un autore ben più antico, di Livio, e quindi più vicino agli eventi) ed Aristotele, che scrisse appena cinquant'anni dopo la vicenda, attribuisce al salvatore di Roma il nome di "Lucio".
Il prenome di Camillo era "Marco" e Lucio probabilmente è Lucio Albinio, che portò in salvo i tesori sacri dell'Urbe a Cere.
Inoltre, della presunta vittoria romana non ne sapevano nulla gli storici prima del II secolo; dunque la vicenda fu sicuramente inventata per salvare la reputazione di Roma, in quel periodo in piena espansione.
Scrive infatti Polibio, I; 6: "i Galli conquistata Roma con la forza, la occupavano tutta, eccetto il Campidoglio. Allora i Romani, dopo aver patteggiato la cessazione delle ostilità a condizioni favorevoli ai galli ..."

Anche se da quel momento e per quasi mezzo secolo, Roma, dovette fare fronte a molti conflitti nei quali i suoi tradizionali avversari, volsci, equi, etruschi e latini, tentarono di approfittare del suo particolare momento di debolezza. Anche i galli provarono ancora a saccheggiarla, durante le loro tipiche scorribande, ma stavolta senza successo.
Marco Manlio Capitolino, paradossalmente, passato dalla parte della plebe, venne "proditoriamente" accusato di tradimento daipatrizi e gettato dalla rupe Tarpea (che pure aveva coraggiosamente difeso).
Gli venne imputatata sopratutto l'attività di difesa intransigente dei diritti della plebe, oppressa dallo strapotere dei patrizi,e pagò con la vita il suo atteggiamento politicamente rivoluzionario..

La fondazione (mitica) di Medhelan(ion) e la storia della Milano celtica
La fondazione mitologica di Medhelan-Mediolanion (o Mediolanion secondo V.Kruta) può collocarsi attorno al 600-590 a.C.
Mediolanium, (Milano), è la forma latinizzata del celtico continentale antico Medhelanion o Medhelan, ossia "santuario".
La notizia è riportata sotto forma di mito da Tito Livio, Storia di Roma dalla fondazione, V, 33-35, che fornisce come termine di raffronto cronologico il regno di Tarquinio Prisco (616-579 a.C.) e la fondazione di Marsiglia da parte dei coloni focesi (600 a.C. ca.). Il leggendario fondatore è Belloveso, della tribù dei Biturigi, nipote del grande re transalpino Ambigato.
Secondo una antica tradizione milanese, Belloveso vide un animale sacro, una scrofa semilanuta, animale sacro alla Dea celtica Belisama (ancora oggi presente in via Mercanti, con un antichissimo bassorilievo successivamente incorporato nel Palazzo della Ragione del 1200), e da questa apparizione, da questo segno degli Dei, venne indotto a fondare il centro sacro di Medhelan.
Vi è un'altra leggenda che è interessante riportare.
Il tutto inizia con la marcia di Belloveso, proveniente dalla Francia, che giunge in quella che viene definita "Gallia Cisalpina" nei dintorni del Seveso. Il Seveso viene indicato come piccolo fiume che attraversa una zona degli Insubres, stirpe affine alla gente di Belloveso. Secondo il calendario celtico era il giorno del capodanno celtico (il "giorno di Samhain") e, riporto come c'è scritto " in quell'istante Antares, la stella più brillante della costellazione dello Scorpione, sorgeva insieme al sole.".

Non si sa a cosa fosse dovuta la sosta, forse ad un fatto straordinario, ma in ogni caso Belloveso ed i suoi si fermarono presso il fiume quando all'improvviso scoppiò un furioso temporale con grandi fulimini e tuoni che così raccontato mi ricorda certi temporali davvero terrificanti che ho visto solo qui in pianura padana. Ma, tornando al racconto, tra fulmini e tuoni cade anche una violenta folgore che scaricò tutta la sua potenza nel bosco provocando un'incendio così devastante che la pioggia non riuscì a salvare le piante dal rogo dal quale, il giorno seguente, risultarono salve solo due grosse querce che benchè quasi distrutte si ergevano ritte in mezzo ai tizzoni ancora ardenti e la cenere.

Il sole illuminando le due piante ne tracciò sul terreno l'ombra tanto che sembrava tracciasse in realtà un percorso. Così doveva apparire ai Celti che probabilmente ritennero tale fatto un dono degli dei e considerando quella somma di segni come di buon auspicio spianarono il terreno arso e lo ripulirono dai resti dei tronchi carbonizzati recintandolo. Tale area venne considerata sacra, un santuario all'aperto, e fu chiamata Medhelanon (luogo centro di perfezione) . Lo stesso nome fu dato al villaggio che nacque appena poco distante dopodichè nell'area bruciata rinacquero arbusti, piante, erbe e fiori (La Leggenda è tratta da "Il Mondo dei Celti nelle leggende Milanesi" di Giorgio Fumagalli. Saggio inedito.).

I Galli stavano cercando un posto dove stanziarsi (all'epoca la pianura padana era un'enorme luogo di foreste e paludi) e avrebbero considerato sacrilega l'idea di distruggere gli alberi della foresta che per i Celti è sacra. Il fatto che gli Dei avessero provveduto a procurare loro un spiazzo attraverso l'incendio evitò loro di compiere un sacrilegio e quindi venne considerato un dono degli Dei stessi che posero fine al loro errabondare, secondo unmodo di pensare peraltro comune ai diversi popoli di origine indoeuropea dell'epoca..

Le origini di Milano tra storia e archeologia
Scrive Ermanno Arslan:
Gli "scavi hanno ... rivelato .. il più ampio contesto della cultura 'golasecchiana padana', in cui si inserisce l'esperienza protourbana milanese" (nella zona dell'attuale Policlinico un primo grosso insediamento)..
Il mondo indigeno si organizza in grandi ambiti territoriali, conmarcate differenze culturali e realtà protourbane centrali, che gravitano in parte verso le valli alpine a causa delle ricchezze minerarie: le valli del Ticino, la Valsasssina, la Valcamonica.
I centri noti propongono con poche eccezioni la rete delle città dei secoli successivi: Brescia, Bergamo, Milano. L'antica Como (Comum Vetus) si svilupperà sulla sponda del lago in età romana: dai documenti epigrafici risulta che in essa era usata la lingua celtica.
Queste città erano vaste quasi quanto quelle romane.
Il centro golasecchiano di Milano ... si estendeva per decine di ettari. .. circa la struttura urbanistica di questi insediamenti .. l'esempio di Comum Vetus indica una occupazione a piccoli nuclei sparsi, con spazi liberi all'interno del perimetro urbano...
..le istituzioni ... dovevano essere evolute ... tanto da permettere il controllo di ampi territori e di fronteggiare gli Etruschi ai confini meridionali.
Notevole doveva essere lo sviluppo economico, nel quale forse giocava un certo ruolo anche la moneta.
Questi insediamenti protourbani della tarda cultura di Golasecca, e con essi Milano, non scompaiono con l'irruzione dei nuovi gruppi celtici all'inzio del IV secolo, con la presenza di materiali (fibule, ceramica anche dipinta) di origine celtica (cultrua di La Tene).
(Ma) ...le cttà ... erano divenute sedi di culti comunitari dei clan insediati nelle campagne, o erano soltanto il luogo destinato a riunioni politiche o militariperiodiche, assssemblee o concili. Ciò potrebbe spiegare la ridotta realtà demografica" (Archeo, aprile 1988, pag. 19).

Scrive L'archeologo bolognese Daniele Vitali di Bologna, ne I Celti, Bompiani 1991, pag. 234, a cura di Sabatino Moscati:
"Le diverse popolazioni celtiche, che nel IV e III secolo a.C. abitarono la vasta regione denominata Insubrium, si configurano come le eredi dirette delle precedenti comunità di Golasecca.
La ricostruzione di Livio che sinteticamente narra dell'arrivo di Belloveso con "Biturgi, Arverni, Senoni, Edui, Ambarri, Carnuti, Aulerci" (Livio, V, 34) nell'Italia occidentale, dove la regione era chiamata da tempo immemorabile Insubrium (come un pagus degli Edui, fino ad allora celti transalpini) esprime bene la coscienza di una stratigrafia del popolamento di lunga data, parallela a quella delle regioni a sud del Po abitate da Etruschi, Umbri, e Liguri. Il buon auspicio portò alla fondazione di Mediolanum.
Gli scavi urbani di Milano mostrano sorprendentemente l'antichità del centro cela il ruolo di perno politico degli Insubri"

Cronologia della Milano celtico-insubre.
Intorno al 390 a.C. i Galli Senoni di Brenno passano dirigendosi verso sud (ove sconfissero poi i romani sul fiume Allia, e saccheggiarono Roma, occupandola per sei mesi). La leggenda narra la "rifondazione" di Mediolanum (Milano) col nome di Alba, con lo sviluppo di un insediamento non più solo sacro, ma anche civile.
Nel 385 a.C. gli Insubri (i celti che avevano come loro capitale Milano) si alleano con Velletri, Tivoli e con Dionigi di Siracusa contro Roma.
Nel 225 a.C. una coalizione di Galli (Insubri, Boi, Taurisci e i Gesati transalpini) viene sconfitta a Talamone dai Romani guidati dal console Emilio Papo.
Polibio riporta che in occasione di questa guerra gli Insubri trassero le loro insegne, dette inamovibili, da un tempio dedicato alla loro dea (equiparata dai Romani a Minerva-Atena, ovvero la luminosa e bianca dea celtica Belisama). Secondo la tradizione milanese il tempio era ubicato sul luogo ove successivamente venne edificata la basilica di S. Tecla in piazza Duomo: Tuttavia la ricerca archeologica ha evidenziato la presenza di un fossato difensivo intorno a un edificio in via Moneta datato IV sec. a.C.: questo fa pensare ad un importante luogo sacro, rimasto fortificato fino alla seconda metà del II sec. a.C., che secondo alcuni sarebbe proprio il Tempio di Belisama.

Nel l 223 a.C. vi fu dapprima una pace separata fra i Romani e i Galli Anari del Parmense, dopo di che il console Caio Flaminio attraversò il Parmigiano per portare guerra ai Celti Insubri fondatori di Milano. I Romani entrarono nel territorio degli Insubri presso la confluenza dell'Adda col Po, si allearono coi Cenomani e iniziano a devastare i villaggi della pianura. Gli Insubri scesero in campo con 50.000 uomini, ma, dopo una prima vittoria, vengono sconfitti al fiume Klousios dal console Flaminio.

Nel 222 a.C., in primavera, i Romani invadono nuovamente il territorio degli Insubri ed assediano Acherra, alla confluenza fra Adda e Serio. Gli insubri invadono il territorio degli Anari, sotto controllo romano, e assediano Casteggio, Clastidium, sulla riva del Po.
Il console Marcello riesce infine a sbaragliare l'armata celtica per poi riunirsi al collega Cornelio Scipione e riprendere l'assedio ad Acherra-Acerrae. Gli Insubri, coadiuvati dai Gesati della valle del Rodano guidati dal re Virdomaro (o Britomarto), si apprestano a respingere l'attacco romano. I consoli Gneo Cornelio Scipione e M. Claudio Marcello avanzano verso l'Adda e assediano Acerrae (Pizzighettone) per entrare nel territorio insubre. Eliminato con un'improvvisa diversione l'esercito dei Gesati (a seguito dell'uccisione del loro Re, in duello, da parte di Claudio Marcello, che consacrerà le terze spoglie opime al Tempio di Giove Feretrio, in Roma, dove la lapide dei fasti trionfali ne registrano il trionfo come avvenuto su galli insubri e germani (la più antica menzione di questo popolo), la guerra o si sposta a Milano, che viene occupata dai Romani - secondo alcuni storici guidati da Scipione, per la leggenda locale dal console Marcello. Per l aprima volta i romani entrano a Milano.
Nel 218 a.C. dal territorio dei Galli vengono dedotte le colonie latine di Piacenza (Placentia ) e Cremona, con 6.000 coloni l'una.
L'arrivo dell'esercito di Annibale, che dopo aver attraversato le Alpi giunge nella pianura padana, spinge alla rivolta Boi e Insubri, che riescono così a liberarsi del dominio romano. Gli Insubri, insieme ad altri celti cisalpini, si arruolano nell'esercito di Annibale.

La battaglia del Lago Trasimeno del 21 giugno del 218 a.C.vide lo schieramento cartaginese, con gli alleati, i celti cisalpini, travolgere le legioni romane, che subirono una disastrosa sconfitta. L'evento emblematiche che segno il destino della battaglia fu l'uccisione del console Gaio Flaminio da parte di un nobile insubre, il cavaliere Ducarios, la cui vicenda, invero eroica (visto il gran numero di romani che difendeva il proprio console), è tramandata con una certa ricchezza di dettaglia da Tito Livio.
Ma appunto cinque anni dopo Flaminio incontrò la morte in battaglia per mano di un cavaliere insubre, Ducarios.

 Esempio di moneta celtica (C) Institute of Archaeology, Oxford.

Tito Livio, Storia di Roma, Libro XXII, 6
"Si combatté per quasi tre ore e dovunque ferocemente; tuttavia, la battaglia fu più violenta e minacciosa attorno al console (Gaio Flaminio).
Lo seguiva il fiore dei soldati, mentre egli stesso era attivo nel soccorrere i suoi in qualunque punto li scorgesse oppressi ed in grave disagio.
I nemici si scagliavano con grande violenza contro di lui, che si distingueva per l'armatura, mentre i suoi concittadini lo proteggevano, finché un cavaliere insubre, che si chiamava Ducario, riconoscendo il console anche dal volto, rivolto a quelli della sua gente urlò:
"Eccolo, è proprio costui che fece strage delle nostre legioni e saccheggiò i nostri campi e la nostra città! Io consacrerò questa vittima come un'offerta ai Mani dei concittadini indegnamente uccisi".
Cacciati gli sproni nel ventre del cavallo, si gettò impetuosamente in mezzo alla foltissima schiera dei nemici ed abbattuto prima lo scudiero che si era lanciato incontro a lui che avanzava minaccioso, trafisse il console con l'asta; i triari, opponendo gli scudi, tennero lontano l'assalitore che bramava di spogliarne il corpo.
Cominciò allora la fuga di gran parte dell'esercito ed ormai né il lago né i monti si opponevano più allo sgomento; i Romani tentavano di fuggire come ciechi per ogni luogo su per dirupi e precipizi, mentre le armi e gli uomini precipitavano gli uni sugli altri".

Molti altri, cui non si apre alcuna via di scampo, avanzano sui primi bassifondi paludosi, immergendosi in acqua fino a dove possono rimanesere fuori con la testa o le spalle.
Ci furono alcuni che resi temerari dalla paura, cercarono la fuga a nuoto, ma poichè non avevano alcuna speranza di superare quella enorme distanza, venivano inghiottiti dai gorghi , quando mancavano le forze, oppure, stancatisi inutilmente, riguadagnavano con enorme fatica i bassifondi, e lì venivano uccisi dove capitava dai nemici entrati in acqua.

Cartaginesi e celto-liguri guidati dal fratello di Annibale si scontrano non lontano da Milano con i romani guidati da P. Quintilio Varo e M. Cornelio Cetego, venendone sconfitto.
La seconda guerra punica si concluse nel 202 a Zama, nel retroterra tunisino, con la vittoria romana. Restava quindi da riconquistare la Cisalpina, refrattaria a ritornare sotto il dominio romano
Nel 200 a.C. i Celti, tra cui gli Insubri, oltre a Boi e Liguri, guidati dal cartaginese Amilcare, che era rimasto in Cisalpina dalla seconda guerra punica, attaccarono Piacenza colonia romana distruggendola; la battaglia definitiva ebbe luogo a Cremona, con 35.000 Celti uccisi e catturati, dai romani guidati dal pretore L. Furio Purpurione..

Nel 197 a.C. Romani e Insubri, dopo che questi ultimi sono stati sconfitti sul terreno militare (con l'uccisione del generale cartaginese Amilcare che li guidava), sottoscrivono un foedus aequum , col quale la capitale insubre rimane autonoma, ma perde il predominio sui Celti della Padania e s'impegna a fornire aiuti militari.
Molti centri che avevano seguito gli Insubri si arresero ai Romani. Il trionfo del console C. Cornelio Cetego comprendeva, oltre agli Insubri e ai Cenomani prigionieri, anche un corteo di coloni cremonesi e piacentini liberati.
Nel 196 a.C. il console M. Claudio Marcello, figlio del vincitore di Clastidium, Casteggio, portò l'attacco in territorio insubre, dirigendosi verso Como, dove gli Insubri avevano posto il loro quartier generale. Como, già dopo pochi giorni, si arrese ai Romani con 28 castella.
Nel 194 a.C. gli irriducibili Boi incitarono alla ribellione gli Insubri, ma nel 195 a.C.furono battuti vicino a Mediolanum dal proconsole Lucio Valerio Flacco. Fu la fine della confederazione celtica: gli Insubri e i Cenomani abbandonano i Boi e strinsero un foedus con Roma, che permise loro di mantenere una certa autonomia.
Nel 191 a.C. vengono definiti nuovi accordi, ricordati in un'orazione di Cicerone ( Pro Balbo 14, 32), nei quali è presente la clausola che gli Insubri non potranno ricevere la cittadinanza romana per non turbare l'ordine sociale celtico.
Storie di Polibio: nel libro II si trova la descrizione entusiastica delle condizioni economiche di Milano e dell'Insubria. A Milano vi sono grandiosi edifici nell'area intorno al Cordusio, di probabile uso pubblico.
L'area insubre non subì alcuna perdita di territorio e venne accuratamente evitata dalla rete viaria romana. Nessuna strada romana l'attraversava: la via Postumia, creata nel 148 a.C. per scopi militari, che univa Genova ad Aquileia, rimase ai margini del territorio insubre. E la stessa conservazione del tipo di popolamento preromano, sparso, per vicos (villaggi), esclude un intervento teso a modificare le strutture territoriali.

Gli Insubri s'impegnarono a fornire contingenti di cavalleria all'esercito romano (auxilia Gallica), rinunciando però ad accampare diritti sulla cittadinanza romana.

La Transpadania subì un lento processo di romanizzazione, che non si affermò nel modo violento con qui si sviluppò nelle Marche, contro i Senoni, e in Emilia, contro i Boi, ma fu piuttosto "una lenta penetrazione pacifica di modelli culturali ed economici che modificò sostanzialmente la società indigena" (Tolfo).
La moneta corrente era costituita dalle emissioni monetarie celtiche, che imitavano la dracma marsigliese, con scritte in leponzio.
Scrive Ermanno Arslan:
"Gli Insubri, anche se non trattati come i Boi, devono accettare che tutti i popoli dominati a nord (Comensi, Orumbovii) e ad ovest (libici, salluvii. laevi, marici,vertamocori ecc.:alcuni giunti nel IV secolo,altri di tradizione piu' antica) accedano all'indipendenza,con autonomi foedera stipulati con Roma. Nascono così numerosi 'stati satellite' corrispondenti forse alle colonie fittizie dell'89 a.C.
Il territorio insubre è ora molto ridotto, esteso a nord forse poco sopra l'attuale Monza, tra Ticino ed Adda (od Oglio) senza giungere a sud al Po,dove sono perduti i territori destinati a Cremona (se non erano cenomani). Pure questa antica popolazione, certo disarmata (si spiega l'assenza di corredi con armi per gran parte di questa fase) si rivelerà elemento trainante culturalmente ed economicamente nella Transpadania..Gli altri gruppi mantennero il diritto di portare le armi,segno di formale autonomia politica e militare, con un preciso riscontro nei corredi funerari, nei quali il guerriero ha sempre la panoplia (Garlasco presso Pavia). La lettura delle fonti rivela in questa fase una certa insicurezza da parte dei romani. Il tracciato della via Postumia aggira a sud l 'Insubria,indicando forse rispetto del popolo federato ma anche,e forse piu' credibilmente,diffidenza.La nuova via strategica passa per quanto possibile su territorio romano. Si è lontani da ogni ipotesi di integrazione. (solo) ... nell'81 la Transpadana diviene provincia, sede quindi di forze armate, con possibilità di intervento di Roma, cosa che avviene con Cesare" (da I Celti, Milano, 1991, pagg. 485-486, Ermanno Arslan, I Transpadani).


di Rolando Dubini
rolando.dubini@fastwebnet.it
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