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11 Maggio 2005 MISTERO
Ignazio Burgio
Il meridiano degli Anasazi
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Nel Sud-Ovest degli Stati Uniti, dove si incrociano le frontiere dell'Arizona, Nuovo Messico, Utah e Colorado, giacciono le spettacolari rovine di una delle culture indiane più enigmatiche del nord-America: gli Anasazi, termine Navajo che sta per "antichi" (o, secondo altre interpretazioni, "antenati nemici").
I resti dei loro villaggi - "Grandi Case" - dove si ergono edifici anche a più piani con centinaia di camere, ci rivelano una cultura parecchio evoluta vissuta in un periodo storico che va dall'inizio dell'era cristiana fino al XIV sec. d. C., allorchè cessò improvvisamente per cause ancora misteriose. I loro attuali discendenti sono diverse tribù indiane come ad esempio gli Hopi.
Si sa comunque che gli Anasazi erano un popolo sedentario e dedito all'agricoltura. Il loro periodo più florido fu quello tra il IX sec. d. C. ed il 1200, epoca alla quale appartengono i loro insediamenti più significativi nel Chaco Canyon, una formazione naturale lunga all'incirca 19 km nel Nuovo Messico. Fra i molti centri all'interno di questo Canyon ne spicca uno in particolare: Pueblo Bonito. I reperti archeologici di questa località presentano ancora aspetti poco chiari. Tutto il complesso è costituito da un unico grande edificio a forma di ferro di cavallo e suddiviso in quattro-cinque piani con 700-800 stanze. Accanto ad esso si trovano due grandi fosse circolari più altre 37 di dimensioni minori. Queste costruzioni chiamate in lingua hopi "kiva", presentano al loro interno come caratteristica comune un foro al centro, probabilmente un focolare. Gli archeologi ritengono che Pueblo Bonito avesse sia la funzione di capitale religiosa come anche quella di alloggio per i numerosi pellegrini provenienti da fuori per le periodiche festività. Anche ai kivas viene assegnato un ruolo religioso e cerimoniale. Secondo le tradizioni orali hopi questi venivano utilizzati per rievocare il "ritorno alla luce" dei loro antenati, dopo essere rimasti nascosti in grotte sotterranee in seguito ad uno spaventoso diluvio.
Un altro aspetto enigmatico di questa località è costituito da una serie di raffigurazioni sulle rocce circostanti che ritraggono piedi con sei dita. Sebbene altri esempi di questo tipo si trovino anche in altre zone, il loro significato è ancora sconosciuto.


Grazie alla loro evoluta organizzazione economica, gli Anasazi dovevano rappresentare una società numericamente rilevante, con parecchie migliaia di abitanti come testimoniato anche dall'entità delle rovine, e con una cultura alquanto complessa e raffinata. Produssero un genere di ceramica molto ricercata e gioielli di pietra turchese il cui maggiore centro di produzione era proprio nel Chaco Canyon. Inoltre alcune raffigurazioni pittoriche su pareti di roccia adiacenti ai villaggi testimoniano il loro interesse per i fenomeni celesti. A Penasco Blanco, un altro grande insediamento, alcuni pittogrammi su roccia raffigurano il sole e la luna insieme ad altre immagini che secondo alcuni studiosi potrebbero riferirsi alla supernova del 1054 ed alla cometa di Halley del 1066. Secondo l'opinione di una nota studiosa del sito di Chaco Canyon, Anna Sofaer, tutte le maggiori costruzioni degli Anasazi, come ad esempio il grande kiva di Casa Rinconada, presentano significative connessioni con i fenomeni astronomici solari e lunari. Nel sito di Fajada Butte, inoltre, le ombre del sole e della luna si proiettano su alcuni petroglifi a forma di spirale durante i solstizi, gli equinozi, e le fasi lunari. L'attenzione di questo popolo per l'astronomia potrebbe sembrare logica essendo la loro economia fondata sull'agricoltura e quindi anche sui cicli meteorologici stagionali. Ma come vedremo più avanti essa presenta anche aspetti di ossessivo perfezionismo difficili da interpretare.
Il fattore base che consentì agli Anasazi di crescere e svilupparsi anche culturalmente fu naturalmente l'alta produttività agricola. L'epoca di maggior prosperità di questo popolo fu infatti caratterizzata in tutto il pianeta da favorevoli mutamenti climatici che condizionarono in maniera fondamentale tutte le piccole e grandi civiltà del mondo. A partire infatti dalla seconda metà del IX secolo il clima, che era rimasto tendenzialmente freddo fin dalla tarda epoca romana, divenne mediamente più caldo e ottimale. La natura diventò un po' più generosa ed il sudore dei contadini in ogni parte del mondo venne maggiormente ricompensato. Le maggiori risorse alimentari consentirono alla gente di nutrire meglio se stessi ed i propri figli, e ciò significò sia una maggior resistenza a tutte le malattie, sia soprattutto una significativa riduzione della mortalità infantile. Dovunque vi fossero civiltà organizzate e fondate sull'agricoltura - in Europa, in Cina, in India, ecc. - si verificò un trend positivo di crescita demografica che sarebbe continuato fino alla fine del Duecento.
Anche presso gli Anasazi, si dovette assistere ad un significativo incremento demografico che non mancò di influenzare, oltre che l'espansione urbana, la struttura sociale e la sua stessa dinamica. Alcune tradizioni Navajo relative a Pueblo Bonito parlano di un personaggio, chiamato "il Giocatore", che sarebbe riuscito a sottomettere tutti gli altri suoi concittadini per mezzo di incantesimi e stregonerie. Sfruttando il suo potere avrebbe fatto costruire un gran numero di edifici prima di venire a sua volta detronizzato e decapitato in seguito ad una rivolta.
Leggende a parte, la maggioranza degli studiosi ritiene che Chaco Canyon fosse governata da re-sacerdoti che si occupavano oltre che della vita religiosa anche degli aspetti più materiali, in particolare dell'approvvigionamento alimentare. La vitale responsabilità di garantire una sufficiente produttività agricola ad un gran numero di famiglie dovette certamente ricadere sulle figure sacerdotali che, così come pregavano per l'abbondanza dei raccolti, si adoperavano anche per la costruzione e la manutenzione di dighe, canali, ed altre opere di drenaggio scoperti dagli archeologi negli anni '70 del secolo scorso. Probabilmente però non si limitarono a questo ma - come diremmo oggi - promossero anche l'immagine di Chaco Canyon in tutto il territorio circostante. Uno studio effettuato recentemente dall'Università del Colorado ha dimostrato che a Chaco Canyon giungeva molto granturco anche da fuori tramite un sistema di strade lungo almeno 400 miglia che collegava il centro degli Anasazi a più di 150 altre località tutt'attorno. Inoltre, come dimostrerebbe il ritrovamento di penne ornamentali di pappagalli ed altri uccelli, pare che attraverso queste vie giungessero merci anche dal Messico settentrionale. Ciò dimostra ancora una volta l'alto livello tecnico ed organizzativo di questo popolo. Fra queste strade spicca, in particolare, la cosiddetta "Grande strada del nord", il cui tratto principale lungo una ventina di chilometri è orientato sull'asse nord-sud con una tale precisione che oggi può essere superata solo con i moderni sistemi satellitari. Anche altri aspetti relativi a queste strade rappresentano un vero rompicapo per i ricercatori. Nelle vicinanze degli insediamenti esse sono larghe anche 8-10 metri il che è strano per una cultura che, come tutte quelle americane, non utilizzava né carri su ruote né bestie da soma. Inoltre numerose strade sembrano avere l'unica funzione di collegare gli insediamenti ed i kivas con sorgenti d'acqua o particolari luoghi sacri. Ciò porta ad immaginare che molte brevi strade nonché alcuni tratti di quelle più lunghe fossero usate per scopi religiosi, in primo luogo per grandi e solenni processioni con migliaia di partecipanti.
Secondo una delle ultime scoperte, sembra inoltre che durante le cerimonie religiose gli Anasazi praticassero il cannibalismo rituale. Esami di feci fossili e di residui di cottura hanno recentemente confermato il sospetto che gli archeologi avevano sin dagli anni sessanta dopo il ritrovamento di crani fratturati e di ossa private del midollo.
All'apice del suo splendore, insomma, Chaco Canyon pare abbia assunto, sempre secondo l'opinione prevalente dei ricercatori, anche una funzione politico-amministrativa di un vasto territorio con decine di migliaia di abitanti. Tanto le strade quanto i periodici raduni di pellegrini durante le festività religiose avrebbero garantito la coesione socio-culturale di una così vasta entità statale.

Tutto quanto detto fin qui in realtà è solo la ricostruzione più probabile della struttura socio-economica e dello stile di vita degli Anasazi. Non avendo questo popolo lasciato testimonianze scritte di alcun genere gli studiosi sono costretti a basarsi unicamente sui reperti archeologici e sui modelli socioculturali di analoghe civiltà. Ed ovviamente sono ancora molti gli interrogativi ed i punti pochi chiari.
Ma il vero fascino degli Anasazi forse sta nel fatto che i tanti elementi ancora da chiarire fino a questo punto della loro storia (il XII sec. d. C.) sembrano dettagli accademici di fronte ai ben più sorprendenti misteri che accompagnano il loro declino e la loro scomparsa.
Quando nel 1888 due cow boy capitarono per caso nel Chaco Canyon, scoprendo così il centro principale di questo popolo, si trovarono di fronte ad un luogo - come riferirono in seguito - dove la vita sembrava essersi fermata all'improvviso. Oggetti, utensili, stoviglie, erano ancora intatti e lasciati ordinatamente nelle stanze dove erano stati usati per l'ultima volta. Solo gli abitanti sembravano improvvisamente scomparsi.
Comunque sia, è un fatto che nella seconda metà del XIII secolo la vita a Chaco Canyon cessò del tutto, il sito da quel momento in poi rimase disabitato, mentre sopravvissero fino al secolo successivo altri centri sempre degli Anasazi, a nord ed a sud dell'antica capitale.
Recentemente l'archeologo americano Stephen H. Lekson confrontando fra loro le date di termine ed inizio delle nuove culture dopo Chaco Canyon ha scoperto che queste sono in rapida successione. In altre parole, questo popolo, o almeno parte di esso, si sarebbe spostato più volte per fondare altri centri per poi abbandonarli nuovamente. La migrazioni sarebbero avvenute prima verso nord verso le località oggi chiamate Aztec Ruins e Salomon Ruins, poi verso sud, addirittura a 620 chilometri da Chaco Canyon, in una località chiamata Casas Grandes che oggi si trova in territorio messicano.
I motivi dell'abbandono di Chaco Canyon e delle successive migrazioni rimangono ancora oggi incomprensibili. L'ipotesi più probabile vuole che gli Anasazi, come accaduto anche per altre culture, siano rimasti sostanzialmente vittime del loro stesso successo. Una popolazione così numerosa e strettamente dipendente dall'agricoltura risultava inevitabilmente esposta sia ad improvvise carenze di risorse per soprannumero sia alle variazioni climatiche anche di breve periodo. Se come sembra la regione venne colpita da improvvise siccità sin dalla metà del XII sec., questo dovette sicuramente mandare in crisi i rapporti con tutte quelle località dalle quali gli abitanti di Chaco Canyon ricevevano grano. Come suggeriscono anche le opere di fortificazione di altri insediamenti come Mesa Verde, non è escluso che dovessero far fronte anche a conflitti ed attacchi da parte di altre popolazioni indiane colpite anch'esse dalla carestia. Inoltre è da sottolineare che proprio alla fine del 1200 si ebbero le prime avvisaglie di un nuovo cambiamento climatico planetario. Le temperature medie scesero e questo rese più difficile la produttività agricola anche nelle civiltà meglio organizzate come la Cina e l'Europa (che già all'inizio del XIV sec. cominciarono a subire le prime gravi carestie dopo secoli di relativa tranquillità). Anche le analisi dei resti ossei degli Anasazi dimostrano come nell'ultima periodo della loro storia questi abbiano sofferto di malnutrizione e aumento della mortalità infantile. Ma anche qui le ricerche danno risultati contraddittori. Uno studio della dottoressa Van West, ad esempio, ha provato che in realtà in questa fase, nonostante la siccità, queste genti riuscivano ancora a produrre tutto il granturco di cui avevano bisogno. Ma allora perché erano così malridotti?
Sempre il medesimo archeologo Stephen Lekson è rimasto sorpreso da un'altra sconcertante osservazione. Le quattro principali località degli Anasazi coinvolte nelle migrazioni - appunto Chaco Canyon, Aztec Ruins, Salomon Ruins ed infine Casas Grandes all'estremo sud - si trovano perfettamente allineate lungo uno stesso asse nord-sud che poi coincide attualmente con il meridiano 108 ad ovest di Greenwich. Stephen Lekson ha naturalmente escluso che possa trattarsi di un caso anche perché osservando meglio l'urbanistica di Pueblo Bonito nel Chaco Canyon si sono riscontrati numerosi esempi di allineamenti lungo lo stesso meridiano. La prima domanda che si sono posti gli studiosi è naturalmente come siano riusciti gli Anasazi a mantenere un allineamento geografico così perfetto anche a parecchie centinaia di chilometri di distanza tra una località e l'altra. Naturalmente non conoscevano la bussola, ma anche se per assurdo l'avessero usata, questo strumento li avrebbe indotti in errore a causa dello scarto tra il polo nord magnetico (verso cui punta la bussola) e quello geografico. Si pensa che abbiano effettuato lunghe e pazienti osservazioni del cielo notturno al fine di rilevare l'esatta direzione del nord, ed a tal scopo si sarebbero serviti anche di sofisticati attrezzi di legno per seguire il movimento delle stelle attorno al polo celeste per poi determinarne esattamente il centro. A rendere più difficile l'operazione interveniva il fatto che a quell'epoca, a causa della precessione degli equinozi, né la stella polare né nessun'altra stella indicava il nord come avviene oggi. Infine il perfetto allineamento con la strada già percorsa poteva anche essere garantito, con tutta probabilità, dall'osservazione di fuochi posti ad una certa distanza sempre durante le ore notturne.
L'altro interrogativo che si pongono gli archeologi è naturalmente il significato di tutto ciò. Perché darsi tanta pena per muoversi esattamente e perfettamente lungo quella direzione e costruire nuovi insediamenti esclusivamente su quel meridiano ? Nonostante qui si brancoli totalmente nel buio più che per qualsiasi altro enigma, forse può venirci in aiuto la storia comparata delle religioni. Presso i popoli antichi non era affatto raro, anzi era buona consuetudine affidarsi scrupolosamente alle proprie tradizioni magico-religiose prima di procedere alla fondazione di nuove città. C'erano da scongiurare i pericoli del viaggio, la possibile ostilità dei nuovi vicini, il rischio di insediarsi in un territorio inadatto e poco fertile. Se non altro si cercava di far di tutto per superare la paura dell'ignoto e partire con la giusta determinazione. Possiamo dunque supporre che gli Anasazi considerassero di fondamentale buon auspicio mantenersi perfettamente allineati sia con l'asse nord-sud, sia contemporaneamente con Pueblo Bonito, la loro antica capitale religiosa di cui intendevano serbarne sia la memoria sia il valore. Il fatto di viaggiare sul meridiano 108 sarebbe stato allora solo un caso determinato dalla necessità di rimanere allineati contemporaneamente sia con il loro principale santuario sia con la direzione nord che, anche secondo studiosi come Fritz e Malville, gli Anasazi dovevano considerare come "asse del mondo" e soprattutto "luogo d'origine" dei propri antenati.
Ma anche qui non è detto che un'ipotesi di questo tipo riesca a far quadrare tutto. Ad esempio vi sono anche ricercatori (come ad esempio Wilcox) convinti che Aztec Ruins sia stata costruita come capitale religiosa alternativa in contrapposizione a Chaco Canyon. E tutto ciò in un clima di dissenso e decadenza delle forme religiose tradizionali. Ma allora perché continuare nell'ossessiva ricerca del perfetto allineamento con Pueblo Bonito lungo l'asse nord-sud ? E se a rendere particolarmente sacro proprio quel meridiano fosse stato un motivo differente ?
Come affermano gli stessi archeologi sono tutte questioni ancora completamente aperte. Forse solo ulteriori indagini archeologiche potranno portare ulteriori elementi per chiarire questi misteri. Più che altro per semplice curiosità, mi sembra allora opportuno riportare una diversa ipotesi - in stile alternativo - che mi si è affacciata alla mente in seguito ad una casuale osservazione.

L'occasione durante la quale sentii parlare per la prima volta di questi inspiegabili allineamenti fu qualche tempo fa nel corso di una nota trasmissione televisiva. Per puro caso in quei giorni stavo leggendo anche un libro sull'Isola di Pasqua e guardando una cartina dell'isola che riportava anche le coordinate geografiche osservai che il medesimo meridiano 108 Ovest "sfiora" la sua costa orientale all'incirca ad un chilometro di distanza. In altre parole, sulla carta geografica le città degli Anasazi oltre che tra loro sono lontanamente allineate anche con l'Isola di Pasqua.
Sul momento pensai ovviamente ad una semplice coincidenza. Per quel che ne sapevo io non vi era alcun elemento o fondato motivo per collegare gli Anasazi con quell'isola, all'infuori, forse, di una "curiosità artistica": sul dorso di qualcuna delle caratteristiche statue dell'Isola di Pasqua - i cosiddetti "Moai" - sono scolpiti uomini-uccello che hanno piedi con sei dita, come i petroglifi di Pueblo Bonito. Naturalmente era troppo poco per vederci un legame. In seguito tuttavia mi tornarono alla mente le teorie cosiddette "eretiche" di alcuni ricercatori indipendenti, quali Graham Hancock, Robert Bauval e John Anthony West per citare i più noti. Per riportare sommariamente quello che può interessarci in questa sede, essi sostengono, sulla base di testimonianze archeologiche e mitologiche raccolte in tutto il mondo, che prima della fine dell'ultima era glaciale, cioè più o meno 12.000 anni fa, sarebbe esistita una grande civiltà marinara capace di raggiungere con le sue navi e le sue conoscenze ogni punto del globo. In molte parti del mondo essa avrebbe lasciato varie testimonianze architettoniche, come per esempio la Sfinge e le piramidi in Egitto o le mura ciclopiche in Perù, prima di venir completamente spazzata via da una catastrofe planetaria che avrebbe accompagnato la fine dell'era glaciale. I superstiti dopo essere riusciti a scampare agli sconvolgimenti provocati dall'improvviso innalzamento del livello dei mari, e quindi all'inabissamento di intere regioni, si sarebbero spostati in zone geografiche più sicure dando luogo ad una fitta rete di migrazioni. Essi avrebbero però portato con loro anche un complesso di conoscenze astronomiche e matematiche che avrebbero lasciato come retaggio alle generazioni successive insieme al racconto dell'immane catastrofe naturale - "il diluvio universale".
In Europa ed in Egitto queste teorie sono state rifiutate da tutti gli studiosi ed i ricercatori ufficiali. E questo nonostante che negli ultimi anni vi siano stati numerosi ritrovamenti di rovine e città sommerse, antiche di parecchie migliaia di anni, in diverse parti del mondo - nell'Oceano Indiano, nei mari del Giappone, nel Mar dei Caraibi, ecc. In Asia ed in America al contrario esiste una minoranza di studiosi ed accademici anche noti disposti a rivedere la storia e la preistoria delle società antiche a cominciare dalla questione del popolamento delle Americhe. Fino a poco tempo fa si riteneva infatti che le migrazioni umane nel Nuovo Mondo fossero iniziate un paio di millenni prima della fine dell'ultima era glaciale tramite il ponte di ghiacci che univa la Siberia all'Alaska. Tuttavia nuovi ritrovamenti archeologici e analisi del DNA hanno portato a retrodatare di molto il popolamento delle Americhe fino ad una data superiore al 20000 a. C. (per alcuni anche 30000 a. C.). Cosa ancora più sorprendente le prime migrazioni sarebbero state effettuate, anche attraverso l'Oceano Pacifico, non da popoli di etnia asiatica (come i pellerossa) ma da genti di tipo caucasico dalla pelle bianca come gli Ainu, il gruppo etnico di pelle chiara che risiede oggi nella più settentrionale delle isole giapponesi, Hokkaido. Secondo alcuni studiosi proprio gli antenati degli Ainu avrebbero popolato per primi le due Americhe, e forse avrebbero creato un grande impero marittimo pre-diluviano esteso in tutto l'Oceano Pacifico dal Giappone fino al versante occidentale dei due continenti americani, Isola di Pasqua compresa.
Quello che interessa in funzione della mia ipotesi, è che fra il retaggio di conoscenze che sarebbero sopravvissute alla fine di questa grande civiltà, sempre secondo gli studiosi alternativi, vi sarebbero state anche le informazioni geografiche relative ad ogni regione del pianeta, come rilevate in età glaciale, cioè con il livello dei mari più basso. Gelosamente custodite e tramandate di generazione in generazione attraverso i millenni, queste mappe sarebbero giunte fino in età umanistico-rinascimentale per poi servire come base per la produzione dei portolani cinquecenteschi.
Prendendo per vera questa ricostruzione, considerai fra me e me che quegli antichi navigatori ed i loro cartografi avrebbero dovuto orientarsi tramite una griglia di coordinate equivalenti ai nostri paralleli e meridiani. E naturalmente stabilire in maniera inequivocabile un parallelo zero ed un meridiano zero. La circonferenza equatoriale avrebbe naturalmente rappresentato il parallelo di partenza come avviene anche oggi. Ma il meridiano zero sarebbe stato necessario sceglierlo in maniera arbitraria fra i 360 che suddividono il globo terracqueo. Nelle nostre carte geografiche esso è rappresentato dal meridiano che passa per l'osservatorio londinese di Greenwich. Al tempo dell'antichissimo impero marittimo degli Ainu sarebbe stato certamente preso in considerazione qualche altro meridiano. La mia ipotesi è che il loro meridiano zero fosse proprio il meridiano 108, quello passante cioè per l'Isola di Pasqua e per gli insediamenti degli Anasazi. Così come avviene oggi con il meridiano inglese, esso sarebbe servito a determinare la longitudine di un qualsiasi punto geografico fino a 180 gradi est (verso l'America del Sud e la costa atlantica dell'America settentrionale) oppure 180 gradi ovest (verso il Pacifico e l'Asia) a seconda di dove ci si trovava rispetto ad esso.
Coerentemente con questa teoria interviene un'altra curiosa osservazione. Il meridiano esattamente opposto ad esso, a 180 gradi di distanza est ed ovest (attualmente il 72°), passa per la regione del fiume Indo in Pakistan, sede anch'essa di un'antica ed evoluta civiltà anche se molto più recente (III millennio a. C.). Più precisamente esso incrocia anche le rovine di Mohenjo-Daro, uno dei centri urbani più importanti. Come sanno in molti, uno strano mistero accomuna questa città con l'isola di Pasqua, due località che tra l'altro sono esattamente agli antipodi geografici fra loro: in ambedue i luoghi sono stati ritrovati reperti scritti che utilizzano il medesimo tipo di alfabeto. Né la scrittura di Mohenjo-Daro né quella dell'Isola di Pasqua sono state ancora oggi decifrate, ma la straordinaria somiglianza dei due alfabeti continua a lasciare sorpresi molti studiosi. Si può supporre, sempre secondo la mia ipotesi, che anche il complementare meridiano di Mohenjo-Daro avesse in quella lontana epoca un'importanza rilevante, in quanto avrebbe rappresentato il limite cartografico per riferire tutti i suoi punti adiacenti ad est oppure ad ovest del meridiano di Pasqua. Oggi ad esempio il meridiano opposto a quello di Greenwich divide in due l'Oceano Pacifico, e su gran parte di esso si sovrappone la linea del cambiamento di data. In tal modo, isole che geograficamente sono molto vicine tra loro, come nel caso dell'arcipelago delle Figi, hanno alcune una longitudine 179 gradi est da Greenwich, altre una longitudine 179 gradi ovest.
Provando ad andare un po' più avanti con le ipotesi, non si può escludere che oltre a rappresentare importanti coordinate geografiche, i meridiani dell'Isola di Pasqua e di Mohenjo-Daro fossero anche limiti di influenza territoriale dell'impero degli Ainu nei confronti di altri imperi marittimi con sede forse nell'America del Sud, in Africa, nel Mar dei Carabi, o in qualche parte dell'Atlantico. Qualcosa di simile avvenne ad esempio alla fine del Quattrocento in Europa, allorché dopo le scoperte di Colombo, Spagnoli e Portoghesi si divisero il mondo con un trattato che faceva riferimento ad un ben preciso meridiano passante in mezzo all'Atlantico. In base a questa logica allora potrebbe non essere casuale il fatto che allineate sul meridiano complementare di Mohenjo-Daro vi siano anche le due città sommerse scoperte pochi anni fa nel Golfo di Cambay in India. La loro età sarebbe anche molto più antica risalendo addirittura al 7500 a. C.
Torniamo finalmente agli Anasazi. I fautori del popolamento delle Americhe da parte di genti affini agli attuali Ainu dell'isola di Hokkaido hanno riscontrato sorprendenti analogie tra questi ultimi e gli abitanti di Chaco Canyon. Anche gli Ainu ad esempio facevano costruzioni seminterrate nel suolo a scopo religioso da loro chiamate, in maniera molto significativa, "ki-va", cioè luoghi di meditazione. Si può presumere, seguendo la mia ipotesi, che dopo il catastrofico periodo di sconvolgimenti climatici che accompagnarono la fine dell'era glaciale anche coloro fra gli Ainu che sopravvissero sul continente americano abbiano trasmesso per millenni le loro conoscenze astronomiche e geografiche tanto ai loro discendenti quanto alle altre popolazioni di tipo asiatico che sopraggiungevano attraverso lo Stretto di Bering. Una volta scomparsi gli Ainu d'America, per chissà quali motivi, diversi popoli indiani, e tra questi appunto anche gli Anasazi, devono aver conservato alcune tradizioni dei loro maestri (e forse anche antenati). Per esempio stili architettonici, tecniche agricole, nozioni astronomiche nonché il valore dell'antico meridiano che passando per Chaco Canyon raggiungeva - senza che ne sapessero nulla - anche l'Isola di Pasqua. Col passare dei millenni naturalmente si venne perdendo il significato geografico originario. Gli Anasazi ne considerarono soltanto il suo legame con gli antichi maestri-antenati Ainu e lo inserirono quindi all'interno delle loro tradizioni e cerimonie religiose, presumibilmente organizzando periodiche processioni attraverso le larghe strade perfettamente allineate proprio lungo il meridiano 108.
Ma nel XIII secolo il deterioramento del clima accompagnato da freddo, neve, inondazioni e forse anche segni celesti da loro interpretati sfavorevolmente, dovettero gettare nel panico questo popolo. Analogamente a quanto avveniva nell'Europa cristiana dove ecclesiastici e laici ravvisavano in ogni carestia, epidemia o cometa un segno dell'imminente fine del mondo, anche gli Anasazi forse si convinsero che stesse per giungere un nuovo "diluvio universale". La loro decisione fu allora quella di imitare i loro maestri-antenati Ainu migrando perennemente e sempre perfettamente sulla loro "sacra direzione", magari aspettandosi anche un loro ritorno, così come credevano per esempio gli Aztechi. I nuovi insediamenti edificati lungo il meridiano, prima a nord verso la direzione da dove erano giunti gli uomini bianchi, poi a sud, rifacendo la strada già percorsa, dovevano essere nelle loro intenzioni solo residenze provvisorie in quanto la cosa più importante era il costante "spirito di pellegrinaggio" sulle orme degli antenati. Poi quando furono ridotti allo stremo finirono per disperdersi ed essere assorbiti da altri popoli come gli Hopi, gli Zuni, gli Acoma ed i Pueblo.

E' difficile naturalmente dire quanto possa essere verosimile una tale ricostruzione. Non è escluso che in futuro nuovi scavi archeologici forniscano risposte diverse, magari anche più semplici e scontate. Qualunque sarà la verità definitiva, tuttavia, si ha l'impressione sin d'ora che non passerà inosservata, poiché è convinzione di molti che la vicenda del declino e della scomparsa degli Anasazi possa far riflettere anche noi stessi, uomini del XXI secolo, circa la nostra presunta capacità di saper gestire i futuri mutamenti climatici del nostro pianeta.


Bibliografia:
- http://www.colorado.edu/Conferences/chaco/open.htm (uno dei siti più aggiornati e completi su Chaco Canyon e sulle discussioni accademiche americane relative agli Anasazi).
- http://www.voyager.rai.it (La scomparsa degli Anasazi).
- http://www.calion.com/archeo/archeoi.htm ("I villaggi Anasazi").
- http://www.antikitera.net ("I misteri degli Anasazi svelati dal grano di Chaco").
- http://www.ilmanifesto.it/g8/ ("La civiltà perduta specchio della nostra" di Virginio Bettini ).
- http://www.nps.gov/azru (Aztec Ruins National Monuments)
- http://www.zadig.it/ ("I progenitori degli americani erano giapponesi")
- http://www.cronologia.it ("Civiltà di Harappa e Mohenjo-daro").
- Adriano Forgione, "Giappone, America ed Asia Minore terre del Sol Levante", in: Hera n. 22 - Ottobre 2001.
- Giovanna Salvioni, "L'Isola di Pasqua", Xenia Edizioni - Milano 1997
- Graham Hancock, "Impronte degli dei", Corbaccio - Milano 1996.

di Ignazio Burgio
iburgio@yahoo.it


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