
Nuove scoperte da parte degli scienziati canadesi confutano la convinzione comune che gli abitanti europei siano stati i primi a causare mutamenti climatici agli ecosistemi marini di Canada e Stati Uniti.
Un team multidisciplinare guidato dagli studiosi dell´Università di Toronto, e comprendente ricercatori del Queen´s, McGill ed Università di Ottawa, dimostrano per la prima volta che i balenieri preistorici Inuit alterarono drammaticamente l´ecosistema dell´Artico settentrionale mediante le loro pratiche di caccia e pesca, con conseguenze visibili ancora oggi.
Il principale ricercatore del gruppo, la professoressa di Geologia dell´Università di Toronto Marianne Douglas, si trova attualmente in Antartide per applicare le tecniche di indagine allo studio dei mutamenti climatici del luogo.
"I nostri ritrovamenti sono la prova di un intervento umano di lungo termine in un luogo dove davvero non ce lo si aspetta" ha dichiarato il professore di Biologia del Queen´s John Smol, presidente del Centro Canadese per la Ricerca sui cambiamenti ambientali, e co-direttore del Laboratorio di Ricerche Paleoecologiche e Ambientali dell´Università (PEARL). "Potrebbe sembrare paradossale, poiché siamo portati a pensare all´alto Artico come ad un luogo incontaminato dagli umani".
I risultati dello studio saranno pubblicati sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, disponibile anche on-line.
I ricercatori hanno condotto il loro studio sull´Isola di Somerset nell´Artico Canadese, dove balenieri preistorici Thule (antenati degli attuali Inuit), ebbero la maggiore concentrazione di insediamenti tra 400 e 800 anni or sono. Portarono con sé una tecnologia ben sviluppata che includeva ampie imbarcazioni aperte, arpioni per la pesca delle balene e lance, e galleggianti di pelle. Popolo semi nomade, i Thule, si insediavano ogni estate in campi temporanei, e nell´inverno ritornavano a villaggi semi-permanenti costruiti, in parte, con ossa di balena.
Secondo James Savelle, l´archeologo del gruppo - dell´Università di McGill, mentre il numero dei cetacei uccisi ogni anno poteva variare, nel corso delle stagioni di pesca più produttive, potevano essere portati a riva da quattro a sei animali.
I Thule furono un popolo innovatore, e svilupparono metodi e tecniche per utilizzare circa il 60% della balena per cibo, carburante, e perfino come materiale da costruzione per le loro case. "Vi è una grande quantità di massa corporea, e di sostanze potenzialmente nutrienti, disponibili per l´ecosistema circostante" ha aggiunto Julia Blais, un membro del gruppo, biologa dell´Università di Ottawa.
E´ stata la decomposizione delle le ossa e della carne delle balene – e probabilmente di altri mammiferi marini come le foche – che ha ceduto lentamente gli elementi nutrienti alle pescose acque vicine ed al suolo circostante - ad alterare permanentemente l´ecologia dell´area. Per ricostruire questo percorso, il gruppo ha raccolto campioni di sedimenti dal fondo delle acque e analizzato gli "indicatori" fossili (cellule di alghe) preservatesi in ogni strato. Man mano che i sedimenti si accumulavano lentamente nel corso del tempo, archiviavano in questi indicatori i cambiamenti ambientali del passato.
Le alghe offrono un eccellente dato delle passate condizioni del lago, spiega il Dr. Smol. Gli indicatori testimoniano un sostanziale incremento nella crescita del muschio e dei nutrienti nell´acqua, in coincidenza con i depositi di nutrienti di ossa di balena ed altri rifiuti. "E´ come se le acque pescose fossero state fertilizzate, cambiando il tipo di alghe che vi sarebbero potute crescere" ha dichiarato. I ricercatori ritengono inoltre che la crescita di muschio aumentò in modo considerevole come risultato dell´interferenza umana – e ciò potrebbe avere agito come un "sistema di feedback positivo" incoraggiando gli umani a permanere nell´area, dal momento che il muschio era usato come isolante nelle costruzioni dei loro rifugi.
Perfino se i balenieri partirono secoli or sono, l´eredità della loro interazione permane ancora oggi, ha dichiarato il Dr. Smol. "Gli ex-siti Thula hanno ancora alti livelli di nutrienti, alghe atipiche, e condizioni più produttive in generale."
La Dr. Douglas, il capo del gruppo, chiama il loro studio "un buon esempio di come le analisi sui sedimenti del lago e del bacino possano essere usati per studiare gli effetti delle attività umane sull´ecosistema. Nel futuro speriamo di applicare queste tecniche per indagare altri siti archeologici – alcuni dei quali tornano perfino più indietro nel tempo – nell´Artico ed altrove" ha dichiarato.






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