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LE COINCIDENZE NON ESISTONO

“UNA COINCIDENZA È UNA COINCIDENZA, DUE COINCIDENZE SONO UN INDIZIO, TRE COINCIDENZE FANNO UNA PROVA”.
Agatha Christie

Vi sono eventi che accadono e che non pensiamo siano voluti. Coincidenze che riteniamo frutto del famoso caso, una parola spesso utilizzata per spiegare ciò che la nostra mente non riesce non solo a comprendere, ma neppure a spiegare. Il caso diventa così una sorta di rifugio concettuale, una risposta semplice a domande complesse.

Qui si vogliono ricordare eventi talmente improbabili da rendere difficile considerarli semplici coincidenze. D’altronde, se non fosse il caso a creare tutto questo, bisognerebbe cominciare a mettere in discussione molte delle nostre certezze. Vi sono fatti che sembrano legare indissolubilmente i destini di persone diverse, all’insaputa le une delle altre, come se una trama invisibile scorresse sotto la superficie della storia.

Esiste un destino di cui non conosciamo le leggi?
È possibile che i nostri eventi siano influenzati da eventi creati da altre persone a noi sconosciute?

Partiamo da due persone celeberrime: Abraham Lincoln e John Fitzgerald Kennedy.

Abraham Lincoln entrò in carica come presidente degli Stati Uniti nel 1861.

John Fitzgerald Kennedy entrò in carica nel 1961, a distanza di esattamente cento anni.

Entrambi, in modi diversi e in contesti storici differenti, furono associati alla questione dei diritti civili: Lincoln con l’abolizione della schiavitù, Kennedy con il sostegno pubblico al movimento per i diritti civili degli afroamericani.

Entrambi furono assassinati mentre si trovavano accanto alle rispettive mogli.

Lincoln venne colpito mortalmente alla testa mentre assisteva a uno spettacolo teatrale, Kennedy fu colpito alla testa durante una parata presidenziale.

In entrambi i casi, la moglie era seduta accanto a loro, testimone diretta dell’evento.

Entrambi furono uccisi di venerdì.

Lincoln il 14 aprile 1865, Kennedy il 22 novembre 1963.

Entrambe le famiglie presidenziali furono segnate da tragedie personali: sia Lincoln sia Kennedy persero un figlio durante la loro presidenza, eventi che contribuirono a rendere ancora più drammatica la loro esperienza alla Casa Bianca.

Il vicepresidente di Lincoln si chiamava Andrew Johnson ed era nato nel 1808.

Il vicepresidente di Kennedy si chiamava anch’egli Johnson, Lyndon B. Johnson, ed era nato nel 1908, esattamente cento anni dopo.

Una coincidenza temporale che spesso viene citata come una delle più suggestive.

Gli assassini dei due presidenti non arrivarono mai a processo. John Wilkes Booth fu ucciso prima di poter essere giudicato, così come Lee Harvey Oswald, assassinato pochi giorni dopo l’arresto, a mezzo di un colpo di pistola.

In entrambi i casi, molte domande rimasero senza risposta definitiva.

Lincoln fu assassinato nel Ford’s Theatre, a Washington.

Kennedy viaggiava su una “Lincoln” Continental, un’auto prodotta dalla casa automobilistica FORD.

Anche qui, il nome Ford ritorna in modo curioso, collegando due luoghi diversi a due eventi separati da un secolo.

John Wilkes Booth sparò a Lincoln all’interno di un teatro.

Lee Harvey Oswald sparò a Kennedy da un edificio adibito a deposito di libri scolastici e, dopo la fuga, venne arrestato in un cinema.

Teatro e cinema: luoghi di spettacolo che tornano, seppur in ruoli diversi, nella narrazione dei due assassinii.

Ma le coincidenze non finiscono qui.

L’assassino di Lincoln, John Wilkes Booth, aveva un fratello di nome Edwin Booth, uno dei più grandi attori teatrali americani dell’Ottocento. Amava Shakespeare, era acclamato dal pubblico e considerato un interprete straordinario. Dopo l’assassinio del presidente, la sua vita cambiò profondamente. Per un periodo si ritirò dalle scene, travolto dall’onta, dalla vergogna e dalla disperazione per il gesto compiuto dal fratello minore.

Anni dopo, Edwin Booth si trovava in una stazione ferroviaria del New Jersey. Un treno a vapore stava entrando in stazione quando vide un giovane scivolare dalla banchina e cadere sui binari. Mancavano pochi istanti all’impatto. Spinto da un impulso improvviso, quasi irrazionale, Booth si fece largo tra la folla, si aggrappò alla balaustra e afferrò il giovane, riuscendo a salvarlo un attimo prima che il treno arrivasse. La folla applaudì.

Qualche tempo dopo ricevette una lettera di ringraziamento: il giovane che aveva salvato era Robert Todd Lincoln, figlio di Abraham Lincoln.

In pratica, il fratello dell’uomo che aveva assassinato Lincoln aveva salvato la vita al figlio di Lincoln.

Un gesto di generosità che, simbolicamente, sembra riscattarne un altro terribile, mostrando come i destini possano incrociarsi in modo imprevedibile.

Vi sono poi altri esempi, spesso raccontati come leggende ma tramandati con grande forza narrativa.

Alla fine del XIX secolo, nel nord della Scozia, un contadino stava lavorando nei campi quando sentì un bambino gridare aiuto. Accorse e vide un bambino che stava affondando in una palude di sabbie mobili. Con il rastrello che aveva con sé riuscì a raggiungerlo e a trarlo in salvo.

Il giorno seguente arrivò una carrozza elegante. Il bambino salvato era il figlio di un ricco proprietario terriero, che voleva ricompensare il contadino. Questi rifiutò il denaro, dicendo che avrebbe fatto lo stesso per chiunque. Mentre la carrozza stava per ripartire, uscì dalla capanna il figlio del contadino. Il ricco signore lo notò e chiese se fosse suo figlio. Alla risposta affermativa, propose di occuparsi della sua istruzione.

Il contadino accettò. Quel bambino studiò, si laureò in medicina, ottenne il premio Nobel e scoprì la penicillina, salvando milioni di vite. Il suo nome era Alexander Fleming.

Secondo un racconto molto diffuso, il bambino salvato dalla palude sarebbe stato Winston Churchill, che in seguito, ammalatosi gravemente, sarebbe stato curato proprio con la penicillina scoperta da Fleming.

Una storia affascinante, spesso citata come esempio di destini incrociati.

Altre coincidenze vengono raccontate nel mondo dell’arte e della musica. Si narra che il grande chitarrista Andrés Segovia, durante un concerto a Mosca, vide la sua chitarra rompersi improvvisamente sul palco, le corde che saltano, lo strumento che si spezza in modo inspiegabile.

Il giorno dopo venne a sapere che, nello stesso momento, l’artigiano che aveva costruito quella chitarra era morto di infarto.

E poi c’è la cosiddetta maledizione della Nona Sinfonia.

Molti grandi compositori hanno scritto sinfonie e sono morti dopo aver completato la nona: Beethoven, Schubert, Dvořák e altri. Gustav Mahler cercò di ingannare il destino numerando diversamente le sue opere, ma morì prima di completare quella successiva. Infatti Mahler sapeva di questa “maledizione” e quindi quando scrisse la nona ha attaccata subito la decima (pensando così li frego), non ha finito la decima, è morto prima.

Anche Bruckner sapeva di tutta questa faccenda, allora la sua prima sinfonia la chiamò zero, la seconda la chiamò zero zero, la terza la chiamò la prima, e via dicendo arrivò fino alla settima. Che è successo alla settima? È morto pure lui, ovviamente, perché il destino ignora questi piccoli sotterfugi.

Si può sempre sostenere che tutto ciò sia frutto del caso. C’è chi continuerà a pensarlo fino all’ultimo.

Altri, invece, sosterranno una teoria diversa: che tutto sia uno, che siamo tutti interconnessi, sempre e comunque.

Forse non esiste una spiegazione scientifica definitiva. Forse non può esserci una spiegazione oggettiva. Ma queste coincidenze esistono, sono documentate, raccontate, tramandate. E continuano a porci la stessa domanda, ancora oggi: è davvero solo il caso?

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