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Ecco il mistero del blu Maya il colore del sacrificio e dell'arte
5 Marzo 2008 -
Il pigmento caratteristico delle opere d'arte e delle vittime sacrificali è una delle grandi conquiste tecnologiche dell'antica civiltà: "indaco, copale e argilla fusi a caldo". Una ricerca rivela che la sua creazione era legata al valore simbolico dell'atto e al potere di guarigione dell'acqua

ROMA - Resistente a climi estremi, si mantiene intatto nei secoli. E non c'è solvente ultramoderno che riesca ad aggredirlo. Il segreto del blu Maya, il pigmento turchese che caratterizza opere d'arte, offerte votive e ricopriva il corpo delle vittime sacrificali dell'antica civiltà, è rimasto a lungo un mistero. Ora gli scienziati hanno scoperto come questo popolo realizzava il colore, che è stato definito una delle grandi conquiste artistiche e tecnologiche della Mesoamerica.
Il risultato si deve ai ricercatori americani del Wheaton College dell'Illinois e del Field Museum di Chicago, secondo i quali la preparazione era strettamente collegata ai riti dei sacrifici. Il pigmento, usato dai Maya nella Mesoamerica, l'area compresa fra la fine delle piane desertiche del Nordamerica e l'Honduras, in un periodo che va dal 300 e il 1.500 d.C., ha destato da sempre l'interesse di chimici e fisici dei materiali per la sua particolare stabilità chimica e per la resistenza agli acidi, alle intemperie e al clima durissimo della regione.
Il blu, spiegano i ricercatori, era il colore dei sacrifici per gli antichi Maya che dipingevano con questo pigmento il corpo delle vittime umane deposte sull'altare prima di strappare loro il cuore o prima di gettarle nel sacro Cenote, un pozzo naturale che si trova nel complesso di Chichen Itzà in Messico.
Il blu, poi, era usato anche nei dipinti murari, negli artefatti in ceramica e legno, che sono stati ritrovati in fondo al pozzo. Un recipiente di terracotta simile a un braciere a tre piedi, rinvenuto proprio nei pressi di questa cavità nel 1904, è stato cruciale per la scoperta che è in via di pubblicazione sulla rivista britannica Antiquity.
L'oggetto, contenente molti frammenti di un'ambra chiamata copale, è stato analizzato con il microscopio elettronico che ha individuato tracce di indaco, un colorante che si ottiene dalla pianta dell'indaco, e palygorskite, un minerale argilloso. Questi ingredienti, spiegano i ricercatori, venivano fusi a caldo e il processo fissava il colore in modo indelebile.
"La combinazione di questi tre materiali, ognuno dei quali fu usato anche nella medicina Maya, ha un grande valore simbolico e rituale" ha spiegato il primo autore dello studio, Dean Arnold, del Wheaton College. "Se si pensa che i sacrifici officiati - ha proseguito - erano rivolti al dio della pioggia Chaak il simbolo che ne risulta è il potere di guarigione dell'acqua in una comunità agricola strettamente dipendente dalla frequenza e dall'intensità delle precipitazioni".


Fonte: repubblica.it
del 27 Febbraio 2008
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