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17 Agosto 2009 ARCHEOLOGIA
CARLO FIGARI LŽUnione Sarda
Nel Sulcis il primo uomo nuragico
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Santadi. La scoperta risale a pochi mesi fa, ma solo oggi a chiusura del cantiere di scavo viene resa nota dagli archeologi. In una grande grotta alle porte di Santadi sono state trovate le tracce del più antico insediamento nuragico: centinaia di frammenti di ceramica e una scala a gradoni perfettamente conservata. Da quello stesso sito provengono le tre statuine di osso che misteriosi tombaroli "pentiti" consegnarono al professor Enrico Atzeni negli anni Settanta. Da allora sono esposte al museo nazionale di Cagliari, eccezionali testimonianze nel Sulcis dell'uomo dell'età della pietra (Neolitico medio, 4 mila anni avanti Cristo).

La notizia, trapelata con la cautela del caso, è importante perché anticipa di 200 anni la fase cronologica sinora accreditata sui manuali nei quali il periodo nuragico viene compreso tra l'età del bronzo medio (1600-1500 a.C.) e la fine della civiltà punica (terzo secolo a. C.). Nella cavità naturale di Monte Meana, quattro chilometri da Santadi subito dopo l'area delle famose grotte di Is Zuddas, sono stati rinvenuti numerosi frammenti di ceramica simili a quelli trovati all'interno dei nuraghi. La novità sta nella datazione - accertata con l'analisi al Carbonio 14 dal laboratorio dell'università di Lecce - che fa risalire i cocci a 1800 anni prima di Cristo. Gli abitanti di quella grotta appartengono alla stessa popolazione che costruì i primi nuraghi. Quindi è verosimile che si cominciò ad innalzare le torri di pietra, simbolo dell'antica civiltà autoctona, verso quel periodo, quando la gente viveva anche dentro le grotte ben riparate sui fianchi delle colline.

«In realtà questa scoperta non rivoluziona le nostre conoscenze, ma per noi è solo una conferma di quanto sosteniamo da diversi anni che la civiltà nuragica inizia a svilupparsi almeno dal 1800 come un'evoluzione delle esistenti civiltà megalitiche»: così dice l'archeologa Giuseppa Tanda, docente di preistoria e protostoria dell'università di Cagliari. Erede della cattedra e del ruolo che fu di Giovanni Lilliu, conferma le ipotesi su cui da tempo sta lavorando e che condivide con lo stesso "maestro" dell'archeologia nuragica.

La grotta di Monte Meana è un'autentica miniera per gli studiosi e lo fu negli anni Cinquanta anche per gli estrattori di onice. Per un ventennio fu utilizzata come cava. Poi a metà degli anni Settanta fu abbandonata. In quel periodo venne saccheggiata dai tombaroli. Un luogo impervio, circa cento metri sopra il livello della strada montana che congiunge Santadi a Teulada. Dal basso solo con molta attenzione si può scorgere il nero della cavità che si apre nella fitta macchia. A fatica si sale tra i cespugli lungo un sentierino tracciato dagli archeologi e si arriva all'ingresso. Qui sono rimasti i ruderi di pietra dove c'era l'impianto per trasportare in piano i lastroni di onice e travertino. La grotta è molto ampia e fresca, un po' di sollievo dai 35 gradi dell'esterno. All'interno, guidati dalla professoressa Tanda, per un mese hanno lavorato una ventina di archeologi, studenti, tecnici e operai con in testa Giacomo Paglietti, Valentina Basciu e Mariano Ucchesu, ricercatori delle università di Roma e Madrid.

«È il secondo cantiere su Monte Meana, grazie all'intesa tra Università, Ministero e Comune di Santadi» sottolinea la Tanda: «Un terzo cantiere sarà necessario per studiare una zona ancora coperta dalle pietre crollate durante i lavori di cava. In questo punto abbiamo rinvenuto ceneri di fuochi e qui potremmo forse trovare elementi della presenza umana nuragica e magari neolitica». Agli occhi degli archeologi i cavatori hanno fatto "disastri" tagliando di netto le pareti e scavando in profondità senza alcuna consapevolezza che in quella grotta si trovassero le tracce dei più antichi abitanti della Sardegna nuragica e, prima ancora, del Neolitico.

«Tutto il Sulcis è disseminato di grotte come Monte Meana: sinora ne abbiamo contato almeno una trentina » afferma Remo Forresu, l'archeologo al quale è affidato il restauro e lo studio di questi frammenti nel laboratorio del museo di Santadi di cui è anche direttore. L'Antiquarium è una piccola bomboniera al centro del paese che raccoglie in appena due locali molti reperti recuperati negli scavi del territorio: dalle grotte di Pani Loriga (frequentate sino all'epoca punica) e di Su Benatzu, alla necropoli a domus de janas di Montessu. Nelle vetrine è esposta una vasta varietà di materiale prenuragico e nuragico (ciottole, olle, scodelle, lucerne), un tripode di bronzo, diverse armi quali punte di frecce, pugnali, mazze ricavate dall'ossidiana o dalla selce. E c'è anche una rara lamina d'oro di incerta utilizzazione. «Il Sulcis - rileva Giuseppa Tanda - è la regione italiana che ha restituito il numero più alto di siti risalenti al Neolitico antico (5800 anni a. C.). Nessuna meraviglia se dovessimo trovare reperti dell'uomo del Mesolitico visto che ad Arbus è stata rinvenuta una tomba con due scheletri di circa 8 mila anni fa, chiamati Beniamino e Amanda».

A spingere gli archeologi su questo sito è stata l'ipotesi di esplorare il contesto in cui furono recuperate dai tombaroli le tre statuine megalitiche. «Volevamo verificare il processo di formazione del Neolitico nel Sulcis» spiega l'archeologa: «Capire quando e come compaiono le prime forme di vita associativa di una civiltà che sviluppa l'agricoltura, l'allevamento e che crea quel tipo di manufatti di osso, pietra e ceramica. Seguendo questa pista abbiamo trovato le tracce della presenza del più antico uomo nuragico. I fondi per il cantiere sono finiti, ma speriamo di poter continuare quanto prima. Lo scavo potrebbe darci nuove sorprese riguardo all'uomo di ottomila anni fa contemporaneo del Beniamino di Arbus».


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