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10 Agosto 2003 ARCHEOLOGIA
Il Messaggero
La sfida dei fenici prima di Colombo
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IMMAGINATE una spada che sibila in un guizzo di luce e un condannato cadere senza vita.

Era un uomo piccolo, magro, bruciato dal sole. Sul suo volto i lineamenti tipici di un famoso popolo marinaro. I fenici. Di quell'uomo ignoriamo il nome, ma non la sua vicenda di duemilasettecento anni fa. Come marinaio e mercante fu uno degli intrepidi navigatori della sua stirpe capace di muovere lungo rotte distese su enormi distanze. A lui si attribuisce la gloria d'aver compiuto, nel VII sec. a.C., il periplo dell'Africa per ordine del faraone Necao; doppiò la punta meridionale dell'Africa e tornò verso nord; di questo non poteva rendersene conto, perché laggiù, nell'emisfero sud, non poteva contare sulla stella polare. Continuò a bordeggiare una costa sempre alla destra della sua imbarcazione ma, per il rovesciamento di rotta, ebbe l'incomprensibile sorpresa di vedere "il sole sorgere non più alla sua sinistra, ma alla sua destra".

Il viaggio durato tre anni si concluse con il rientro nel Mediterraneo e nei porti del Delta. Ma, anziché la gloria, lui trovò la morte per l'affermazione d'aver visto il Dio Sole sorgere non a oriente ma a occidente.

Una bestemmia, per gli egizi, un Dio possente come il Sole non può capovolgere la verità. Il peccatore, decretò il Faraone, andava punito con il taglio della testa. Altre avventure di mare dei fenici sono ancora avvolte nel mistero, se risalgono al tempo remoto documentato dagli "Annali di Tiro". Testimonianze più precise riguardano la navigazione di Annone che, superate le mitiche Colonne d'Ercole, puntò a sud e a oltre seimila chilometri dal punto di partenza giunse in Africa equatoriale, nel golfo di Guinea. A caricar avorio.

Attirato da altro miraggio, Imilcone, nel V secolo a.C., puntò al nord, fino a sbarcare alle fredde isole Cassiteridi, la Gran Bretagna e Irlanda d'oggi; trovò lo stagno e aprì così la via commerciale del prezioso minerale nel Mediterraneo. Qualcuno immaginò le rosse vele dei fenici condurli verso terre ancor più lontane. E si pone un interrogativo che da più di un secolo e mezzo resta tra i maggiori misteri insoluti dell'archeologia. Arrivarono i fenici in Sud America? Considerando che essi navigavano soprattutto lungo le coste è improbabile la decisione d'un nocchiere d'affrontare un oceano, abbandonando il sicuro riferimento della linea di terra; la teneva sempre d'occhio, come un autista la linea del guardrail al bordo dell'autostrada. Ma non potrebbe essere accaduto che uno di loro fosse stato trascinato oltre oceano da una tempesta? Da correnti avverse?

Ricordo un lungo colloquio con un brasiliano, stabilitosi a Roma per un corso di perfezionamento in archeologia classica; un estimatore di Sabatino Moscati della scuola di Roma, e di George Vallet della scuola di Napoli. Visitando la storica Mostra sui fenici di Palazzo Grassi, a Venezia, fu lui a parlarmi della scoperta, nel 1872, di un reperto che avrebbe fornito la prova dell'approdo in Sud America di naviganti del Mediterraneo antico. "Prova" resa nota due anni dopo il rinvenimento, nel 1874, dall'allora direttore del Museo Nazionale di Rio de Janeiro, Ladislau Neto. Che pubblicò la trascrizione di quanto trovato semisepolto dalla sabbia di una spiaggia atlantica brasiliana, a Parahyba. Della traduzione più attendibile di quel testo sensazionale, lui ricordava le parole una a una: noi non le dimentichiamo, mi disse, perché la polemica sulla loro traduzione e la loro autenticità continua a turbare i sonni di chi in Brasile si occupa di archeologia.

La sua voce parve incrinarsi, nel citare quel testo: "Noi siamo figli di Canaan, proveniamo da Sidone. Città del re. Il desiderio di commerciare ci ha gettati su questa costa lontana. Abbiamo sacrificato un giovane agli dei altissimi e alle dee altissime, nell'anno diciannovesimo di Hiram, nostro re potente. Ci siamo imbarcati da Ezion Geber e abbiamo viaggiato con dieci navi. Fummo in mare insieme, per due anni, intorno al paese di Cam" (ricordo che il paese di Cam era l'Africa, per gli antichi). "Nel fiume Oceano, fummo separati dalla mano di Baal. A causa di quella tempesta noi non fummo più con i nostri compagni. Così siamo giunti qui, dodici uomini e tre donne, su questa costa. Possano gli dei altissimi e le dee altissime favorirci".

Quella dichiarazione incisa sulla pietra fu tacciata di falso dai maggiori semitisti del tempo. Ma negli anni Sessanta fu riesaminata da Cyrus Gordon, un americano specialista in studi su lingua e scrittura della città fenicia di Ugarit. Gordon si fece paladino dell'autenticità dell'iscrizione e citò a sostegno vocaboli e costruzioni di frasi com'erano apparsi in altri testi d'età fenicia, scoperti successivamente al 1874. "Un testo antico disse non può essere falso se contiene quanto molto dopo viene alla luce". E, secondo Cyrus Gordon, su quella pietra sarebbero state scritte parole in lingua fenicia ignote agli studiosi del 1874.

Riflettendo sull'ipotetico evento, si può ammettere che in via del tutto teorica, con correnti marine e venti favorevoli, la deriva di un'imbarcazione dalle coste dell'Africa equatoriale a quelle del Brasile non sia da escludere. Certo, tremilacinquecento chilometri non sono pochi ma, da alcuni anni a questa parte, navigatori solitari, con mezzi di fortuna e senza riserve di acqua potabile, hanno tentato e compiuto traversate lunghe e pericolose, proprio per dimostrare che simili imprese furono possibili nel passato. Al francese Bombard riuscì la traversata dell'Atlantico su un piccolo gommone, senza viveri né acqua; visse di quanto pescava, beveva raccogliendo rugiada della notte; e portato dalle correnti costanti andò dall'Africa all'America, scrivendo poi un libro su quella folle avventura. Impresa ripetuta anni dopo da Thor Heyerdhal, con una zattera. Tuttavia, nemmeno esperienze del genere sono sufficienti a offrirci una certezza, e infatti il caso dell'incisione di Parahyba non s'è mai risolto. A prova dell'autenticità alcuni esperti fanno notare quanto assomigli il racconto dell'ignoto fenicio al testo che narra il periplo africano compiuto da Annone. Altri sono invece convinti che "il mistero" sia "un falso", considerando che da tempo è scomparsa la pietra incisa con il messaggio. Nessun esperto moderno l'ha mai vista. Quella sparizione, prima di altri controlli, sarebbe la prova del falso clamoroso, architettato per compiacere Pedro II, allora regnante sul Brasile, un imperatore appassionato d'archeologia.

Se un giorno si ritroverà la pietra scolpita in quella geometrica scrittura verticale, il dubbio verrà forse definitivamente risolto. Per ora lasciamo l'ipotesi dei fenici in America con milleduecento anni di vantaggio su Cristoforo Colombo, come una delle pagine indecifrabili scritte dai primi grandi navigatori, fenici, vichinghi, polinesiani. Se questo o quell'episodio siano veri, poco importa; resta certo che essi sfidarono mari e oceani, bonacce e tempeste. Guidati da capitani coraggiosi non certo interessati a scrivere le loro memorie per esser poi ammirati secoli dopo. Da chi ha ormai dimenticato cosa significa, e quanto conta, sapere sfidare gli spazi dell'alto mare.


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