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17 Settembre 2000 ARCHEOLOGIA
La redazione di La Porta del Tempo
Brevi profili di storia Mesoamericana
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tempo di lettura previsto 26 min. circa

Nel marzo del 1519 il conquistador Hernan Cortès sbarcò in Messico alla testa di un esercito di 508 soldati, dando inizio alla stagione della colonizzazione dell´involuto Meso-America ad opera della progredita Europa. Si apriva un nuovo capitolo nella storia della conoscenza umana, macchiato dal sangue di un genocidio razziale e culturale, perpetrato in nome di non ben identificati interessi superiori, ai danni delle popolazioni locali. La paura, l´ignoranza, l´arrivismo e l´ambizione circonfusero gli indigeni di un´aurea malefica, che contribuì a tenere alla larga studiosi e ricercatori, spaventati dalle atrocità e dalla ferocia di cui tanto si parlava. Verso la metà del XVI secolo, gli europei cominciarono ad avventurarsi nelle colonie spagnole dell´America del Sud, ma ci volle del tempo prima che si svegliasse anche l´attenzione del mondo accademico. Solo nel corso del XIX secolo si comprese che un´accurata ricerca storica e culturale in queste terre sconosciute, avrebbe scritto una nuova pagina nel grande libro dell´umanità. Tale ricerca è ancora in corso.

Nel 1841 un´opera intitolata "Incidents of Travel in Central America" divenne inopinatamente un best-seller, e portò al successo il suo autore, un giovane avvocato di New York di nome Jhon Lloyd Stephens. Stephens si era già dedicato in passato a studi archeologici in Egitto, Grecia e Turchia. Aveva poi trovato il documento in cui un colonnello messicano descriveva le immense piramidi della giungla dello Yucatan, nel Golfo del Messico e, spinto dal desiderio di ammirarle, si mise in viaggio verso il Sud dell´America. Nell´inverno del 1839, insieme all´artista inglese Fredrick Catherwood, arrivò in una radura della folta foresta tropicale e scorse l´antica città Maya di Copàn. La vegetazione nascondeva gran parte degli edifici e rendeva indistinguibili quelli ancora fagocitati dalla giungla. Ma Stephens comprese subito di trovarsi di fronte alla capitale di un impero. Prima emersero degli immensi blocchi di pietra ed una rampa di scale che conduceva ad una terrazza. Subito dopo, una statua dal volto inespressivo con gli occhi chiusi, un totem gigantesco, alto più del doppio di un uomo e, ancora, decorazioni così magnificamente intarsiate da ricordare le statue di Buddha dell´India. Si trattava del prodotto di una civiltà altamente sofisticata, a giudicare dall´imponenza delle costruzioni. C´erano palazzi riccamente scolpiti e iscritti, stele ricoperte di geroglifici, ampi spiazzi, o plazas come furono definite, alcune delle quali si scoprì in seguito dedicate al gioco della pelota, e piramidi a gradoni che richiamavano alla mente la Saqqara d´Egitto. Il proprietario della zona credette di avere a che fare con degli smidollati quando si sentì offrire 50 dollari per un mucchio di ruderi e pietre. E invece, lungo la valle del fiume Copàn, nella parte dell´Honduras al confine con il Guatemala, iniziava una nuova epoca per la ricerca storica ed archeologica.

Il libro di Stephens e le illustrazioni di Catherwood, ispirarono un abate francese, Charles Etienne Brasseur de Bourbourg, che si volle recare di persona ad ammirare quei luoghi favolosi. In Guatemala trovò il testo sacro degli indios Quichè intitolato "Popol Vuh", che tradusse in francese e diede alle stampe nel 1864. Si tratta dell´unico testo sacro Maya giunto sino a noi, e seppure in termini ermetici, spalanca scenari non immaginati. Proprio come i testi degli gnostici medio-orientali, il "Popol Vhu", che i Maya chiamavano "la luce che venne dal lato del mare", parla di una lontanissima età dell´oro, e si dilunga nel racconto dei "Primi Uomini" che abitavano quel tempo:

«Dotati di intelligenza, vedevano e potevano vedere istantaneamente lontano; riuscivano a vedere, riuscivano a sapere tutto ciò che c´è nel mondo. Le cose nascoste in lontananza le vedevano senza dover prima muoversi...Grande era la loro saggezza; la loro vista raggiungeva le foreste, le rocce, i laghi, i mari, le montagne e le valli. In verità erano uomini ammirevoli...Erano in grado di sapere tutto, ed esaminavano i quattro angoli, i quattro punti dell´arco del cielo, e la faccia rotonda della terra».

Ma questa lungimiranza gli era stata fatale quando avevano osato rivelare al mondo le malefatte degli Dei, che gli si erano ritorti contro, affliggendoli con l´amnesia:

«Poi il cuore del cielo soffiò nebbia nei loro occhi ed annebbiò la loro vista come quando si alita su uno specchio. I loro occhi erano coperti e potevano vedere solo tutto ciò che è chiuso, solo ciò che era chiaro per loro...In questo mondo la saggezza e tutta la conoscenza dei Primi Uomini andarono distrutte».

Le assonanze con il brano della Genesi relativo a Adamo ed Eva cacciati dall´Eden e privati della capacità di conoscere su tutte le cose, sono state messe in luce da più di uno studioso. Resta da chiarire in che modo si possano essere verificate contaminazioni culturali di questo genere, e, in ultimo, quale messaggio ci volesse essere trasmesso oltre la scarna letteralità delle parole.

Oltre al "Popol Vhu", l´abate Brasseur scoprì anche il "Troano Codex" (in seguito ribattezzato "Codex Tro- Cortesianus" quando se ne trovò una seconda parte): era appartenuto ad un discendente di Cortès, e menzionava una grande catastrofe che aveva sconvolto il Centro America in un remoto passato. Vi si legge infatti:

«vi era pochissimo chiarore sulla faccia della terra... era celata la faccia del sole e della luna»

e ancora:

«...ai tempi degli antichi...la Terra si oscurò...accadde che il sole era ancora splendente e luminoso. Poi, a mezzogiorno si fece buio...la luce del sole tornò solo il ventiseiesimo anno dopo il diluvio»

e parlando del diluvio:

« molta grandine, pioggia nera e nebbia, e un freddo indescrivibile».

La datazione di questo episodio risalirebbe al 9937 a.C., e Brasseur la avvalora riportando le testimonianze di indigeni che si tramandavano il racconto della distruzione di un grande continente nell´Oceano Atlantico, in un tempo ormai così remoto da non poter enumerare gli anni trascorsi. Nel collegio di San Gregorio, a Città del Messico, Brasseur scoprì ancora un altro manoscritto in lingua Nahuatl che chiamò "Codex Chimalpopoca": qui si parlava di terribili sconvolgimenti dell´anno 10500 a.C., ma non in termini di un´unica catastrofe come diceva Platone, bensì di almeno quattro disastri, ognuno dei quali causato da un temporaneo spostamento dell´asse terrestre. Brasseur trasse dai molti anni di studi e di fruttuosa ricerca la convinzione che, molto prima che in Medio Oriente, una civiltà di navigatori diffuse i semi del sapere nel mondo. Credeva che la religione di questo popolo contemplasse il culto di Sirio, la stella del Cane; e anticipava così le scoperte sulle tribù dei Dogon che Marcel Griaule e Germaine Dieterlen fecero nel 1930.

A dispetto dello scetticismo dell´ambiente universitario, ormai il Centro America era stato portato all´attenzione dell´opinione pubblica europea. Massimiliano d´Asburgo (1832-1867), imperatore d´Austria, incoraggiò le arti e finanziò le ricerche presso le piramidi di Teotihuacán. Tra gli studiosi europei, il giovane francese, Desirè Charney fu il primo a fotografare le rovine. Nel 1880, a 50 miglia a nord di Città del Messico, Chernay fece iniziare degli scavi sotto il villaggio indiano di Tula, convinto che vi avrebbe trovato Tollan, la mitica capitale dell´impero Tolteco. Fu individuato un blocco di basalto lungo sei piedi, che sembrava essere la base di un´enorme statua, e doveva sostenere un grande edificio: le sue supposizioni si dimostrarono esatte.

Studiò accuratamente anche le rovine della città di Palenque, nel Chiapa, scoperta nel 1773 e che si diceva essere stata fondata da un uomo bianco chiamato Votan, in un remoto passato. E ancora si recò nella città Maya di Chichen Itzá, ed iniziò così a maturare la convinzione che la civiltà Maya, quella dell´Egitto, dell´India e forse addirittura della Cina e della Cambogia avessero tutte la stessa origine. Le piramidi a gradoni lo facevano pensare all´Egitto, ma anche ad Angkor Vat, Cambogia. In una delle rovine Maya meno esplorate, a Yaxchilan, notò un rilievo che raffigurava un uomo inginocchiato davanti ad una divinità e che attirò la sua attenzione. Sembrava che l´uomo facesse passare una lunga corda attraverso un buco nella sua lingua. E ciò ricordò a Charnay che i fedeli della dea indù Shiva onoravano la divinità facendo scorrere una cordicella attraverso le loro lingue bucate.

Altro studioso, contemporaneo di Charney fu Augustus Le Plongeon; avvocato di San Francisco, fu chiamato ad assumere la direzione di un ospedale in Perù, dove nacque il suo interesse per le rovine e l´antichità. Le Plongeon apprese la tecnica di decifrazione della scrittura geroglifica Maya da un indio che si diceva avesse 150 anni. Gli accademici dubitavano delle sue reali capacità, ma si dovettero ricredere quando indirizzò con assoluta precisione un team di scavo di Chichen Itzá alla scoperta di una statua a 24 piedi di profondità; si trattava del luogo esatto indicato in un´iscrizione Maya, che parlava di un oggetto chiamato Chac-mool, "zampa di giaguaro". Dalle profondità del suolo riemerse l´enorme rappresentazione di un uomo appoggiato sui gomiti e con la testa girata a 90°. Oggi sappiamo che i Chac-mool (foto) erano figure rituali, probabilmente guerrieri sconfitti e con la funzione di messaggeri degli dei, ed il ricettacolo che spesso si trova sui loro petti era destinato ad accogliere il cuore delle vittime sacrificali.

Dalle sue ricerche Le Plongeon ricavò delle teorie che sotto vari aspetti riprendevano quelle di Brasseur e di Cherney, ma allo stesso tempo le superavano. Come Brasseur citava il mito mesopotamico secondo il quale la civiltà fu portata al mondo da creature venute dall´acqua, il cui nome "Oannes" assomiglia molto alla parola Maya "Oaana", che significa appunto "colui che vive nell´acqua". Le Plongeon dedicò molto del suo tempo alle similitudini tra lingua Maya e le antiche lingue del Medio oriente. Ma nonostante l´impegno profuso, la sua opera passò pressoché inosservata.

Uno dei pochi amici che ebbe negli ultimi anni era un inglese, colonnello dell´Esercito Britannico, Jhon Churchward. Appassionato di archeologia ed esoterismo, Churchward nel 1870 strinse amicizia con un alto sacerdote di un tempio indù, che gli fu guida e maestro nella comprensione e interpretazione di una serie di tavolette antichissime, mai viste prima da nessun occidentale. Si trattava delle tavolette dei Naacal, antichissima confraternita mistica che si era impegnata a diffondere la propria cultura e scienza nelle colonie che il loro Impero, con centro nel Pacifico, aveva allora sparse per il mondo. Jhon Churchward trovò evidenti similitudini tra questa scrittura ed i geroglifici Maya, ed espresse le sue idee circa l´esistenza di un substrato di conoscenze comuni a tutte le culture del mondo in cinque differenti libri, spinto anche dall´incoraggiamento di un suo amico, il cui nome è citato nel frontespizio del primo volume: William Niven. Archeologo indipendente, Niven era un ingegnere minerario scozzese che combinò le sue competenze in materia geologica con la passione per la ricerca. A Guerrero, vicino ad Acapulco, esplorò la regione da cui erano stati prelevati i materiali edili per la costruzione di Città del Messico. Niven racconta che scendendo in profondità trovò antiche rovine, alcune delle quali coperte di cenere vulcanica, il che lo fece pensare ad una catastrofe simile a quella avvenuta a Pompei. Dall´analisi degli strati geologici, Niven dedusse che tali rovine dovessero risalire a 50000 anni fa. Nel 1921, a Santiago Ahuizoctla, trovò una notevole quantità di tavolette di pietra incise con simboli e figure non molto diverse da quelle Maya, le mostrò a Churchward il quale riconobbe un´inconfutabile corrispondenza con i caratteri delle tavolette mostrategli dal vecchio bramino. Secondo Churchward queste tavolette dimostravano che la civiltà Naacal che le aveva diffuse, era vissuta 200.000 prima. Queste sue parole caddero nel vuoto, e privarono le sue successive ricerche di qualsiasi credibilità.

Nel 1930 lo psichiatra russo Emanuel Velokovsky scoprì la passione per la storia antica leggendo il libro "L´uomo Mosè e la religione monoteistica" di Freud che sosteneva che Mosè ed il faraone Akhenaton avessero vissuto nella stessa epoca e non a distanza di un secolo come comunemente ritenuto dagli storici.

Come Brasseur e Le Plongeon, anche Velokovsky s´interrogò sui misteri del Meso America, in particolare su Tiahuanaco e sul Lago Titicaca sulle Ande. Il Titicaca (il cui nome ha due possibili traduzioni "Roccia di piombo" oppure "Scoglio di Leone") è il più grande lago d´acqua dolce del mondo, si trova a circa 3800m di altitudine, e si estende per oltre 5000km² raggiungendo in alcuni punti fino a 300 metri di profondità. Lungo il lago è stata trovata un´antica linea di costa a più di 3000m sopra il livello del mare. E´ facile capire che si tratta di un antico litorale poiché i depositi calcarei di alghe hanno formato una spessa striscia bianca sulle rocce e poiché tutt´attorno è chiaramente osservabile un letto di migliaia e migliaia di conchiglie e fossili. Fatto ancor più eccezionale, su questa linea di costa sorgono rovine ciclopiche di una città Tiahuanaco appunto, tra cui cinque banchine, porti, moli ed un canale che conduce all´entroterra. Si è portati a credere che la città fosse una volta lambita dalla marea, poiché è molto più facile credere che il livello del mare sia progressivamente sceso, piuttosto di credere che le Ande si siano innalzate di più di tre chilometri dal tempo della fondazione della città. La presenza di creature animali, tra cui il cavalluccio marino, e altri esemplari di ittiofauna nel lago, non lasciano dubbi sul fatto che una volta fosse un tutt´uno col mare.

Altro elemento di grande interesse sono le imbarcazioni tradizionali utilizzate per traversare il lago, virtualmente identiche a quelle di fasci di giunchi di papiro utilizzate in Egitto per navigare il fiume Nilo. Non essendovi papiri sul lago Titicaca, i locali utilizzano giunchi di tortora, (del tutto simili sotto il profilo funzionale) intrecciandoli –come riferiscono- secondo le tecnica insegnata ai loro antenati da Virachoa, il dio bianco venuto dal mare.

Questo personaggio mitologico è raffigurato non lontano, nel cuore delle rovine della città di Tiahuanaco, in un´area recintata nota come Kalasasaya. Il termine significa "luogo delle pietre erette", con riferimento alla palizzata di obelischi alti più di 3 metri che la circondano. I primi scavi organizzati nel 1903 dalla missione scientifica del conte Crequi de Montfort, riportarono alla luce il cosiddetto "tempietto", un piccolo santuario semisotterraneo di 26 per 28 metri, nelle cui pareti sono incastonate numerose piccole teste umane, scolpite in arenaria rossa come il sangue e fissate con spine di pietra.

All´interno di questo recinto gli archeologi individuarono un idolo dal viso arcaico e sorridente, con il naso a forma di T e la barba aguzza. Ai lati della sua testa erano scolpiti strani animali, diversi da tutte le specie catalogate dalla zoologia. Il fatto che gli aborigeni messicani siano di fatto imberbi, portò a ritenere che la statua volesse raffigurare un uomo dai tratti caucasici, il mitico Virachoa appunto.

All´interno del Kalasasaya si trovano altri due idoli di arenaria rossa; il primo, detto El Fraile, il Frate, (vedi foto sotto) alto circa un metro e ottanta, raffigura un essere umanoide e androgino con occhi e labbra enormi. Stringe tra le mani degli oggetti non facilmente decifrabili e dalla cintola in giù la figura è coperta da squame, e file e file di piccole teste di pesce molto stilizzate. La vita è stretta in una cintura scolpita con le immagini di diversi grossi crostacei.

L´altro grande idolo del Kalasasaya è collocato verso l´estremità orientale dello spiazzo, un imponente monolito di andesite grigia, di enorme spessore e alto circa due metri e settanta. La grossa testa spunta dalle immense spalle e il viso fissa inespressivo il vuoto. Indossa una corona o una specie di fascia e i capelli sono intrecciati in file di ciocche spioventi. Come El Fraile dalla cintola in giù indossa una veste di squame di pesce e simboli correlati, e come El Fraile, stringe tra le mani due oggetti non identificabili.

La particolare decorazione delle parti inferiori dei due idoli citati richiama alla mente le divinità pisciformi dette Oannes, già citate nel riferire la teoria di Le Plongeon, e che, secondo lo storico Berossus, portarono la civiltà a Babilonia.

"Tutto il corpo [degli Oannes] era come quello di un pesce; e sotto una testa di pesce ne aveva un´altra e in fondo anche piedi, simili a quelli di un uomo, attaccati alla coda del pesce. Anche la sua voce e la sua lingua erano articolate e umane; e un suo ritratto si è conservato fino a oggi...era infatti anfibio."

Le storie sugli Oannes (vedi foto) sono molto simili a quelle lette su Virachoa, e, come quelle del Kalasasaya, anche le figure babilonesi tenevano in entrambe le mani degli oggetti non identificati, tutt´altro che identici a quelli di El Fraile, ma abbastanza simili da attirare l´attenzione.

Non lontano dalle statue si erge maestosa, la Porta del Sole, alta circa 3 metri e quattro, tagliata in unico blocco di andesite. Sulla facciata si può notare una figura minacciosa con un´arma in mano e un fulmine nell´altra, quasi sicuramente ancora Virachoa, mentre, nella parte inferiore, si riconosce la forma di un elefante disegnata da due forme di condor, in una specie d´illusione ottica molto praticata dagli autori di quelle sculture; e ciò è quantomeno strano, perché il continente americano non conosceva elefanti, e la specie che più somigliava loro, il Cuvieronius (sotto a destra), scomparve nel 10000aC. Tra gli altri animali raffigurati vi era un toxodonte (a sinistra), una creatura simile all´ippopotamo scomparsa dalle Ande più meno all´epoca del Cuvierionius, rappresentato abitualmente a Tiahuanaco persino nelle sculture. Qualcosa della cronologia classica sembra ancora una volta non funzionare a dovere.

Tiahuanaco rappresenta molti enigmi avvolti in un enigma più grande. C´è quello delle immense pietre. Il Puma Punku, la piramide a gradini che misura 60 metri per 50, è formata di blocchi monolitici, uno dei quali è stato stimato del peso di 447 t, e molti altri di 100 o 200 t. Le cave di andesite distavano 60 chilometri, quelle di arenaria 15. I blocchi sono uniti mediante morse metalliche, in forma di T o di I e le rilevazioni al microscopio elettronico hanno determinato che il metallo è stato versato fuso negli alloggiamenti, precedentemente scolpiti nelle pietre.

A ciò si aggiunge che un´analisi spettrografia del materiale ha rivelato una composizione alquanto insolita di:

2, 05 arsenico

95, 15 rame

0, 26 ferro

0, 84 silice

1, 70 nickel

In Bolivia non si è mai trovato nickel, e, oltre a ciò, pare si trattasse di una lega ottenibile solo in forni a temperature elevatissime.

Simile sconcerto assale chi visita Macchu Picchu, tradotto con "vecchia cima", la città perduta sospesa tra le foschie delle Ande.

Nel 1911 una spedizione americana capeggiata dallo storico Hiram Bingham, si trovava nella valle dell´Urubamba alla ricerca di Vilcabamaba, città rasa al suolo nel 1572 durante la conquista spagnola dell´impero incaico. Un vecchio contadino raccontò loro delle rovine di una montagna vicina, Machu Picchu appunto, e Bingham, seppur scettico, decise di seguire le sue indicazioni. Giunti quasi alla vetta, a circa 600 metri dal fondovalle, si trovarono di fronte un terrapieno rivestito di pietra, oltre il quale si potevano distinguere mura di granito chiaro, ricoperte di vegetazione. Bingham descrisse così la sua esperienza:

«Cominciai confusamente a rendermi conto che questo muro e l´adiacente tempio semicircolare sopra la grotta erano di una finezza pari a quelle delle più raffinate sculture del mondo»

Si trattava di un luogo straordinario. L´anno successivo, tornato a Machu Picchu per dare inizio agli scavi e ripulire la zona dalla vegetazione, Bingham scoprì un complesso su più strati con piazze, ampi cortili, canali per l´acqua, bagni, abitazioni, templi e palazzi. Le costruzioni si reggevano sulla precisione delle sovrapposizioni, senza l´ausilio di malta o altre sostanze cementanti. E ancora una volta si potevano osservare monoliti di peso stimabile attorno alle 200t. L´edificazione di queste opere è comunemente datata, nei testi divulgativi, attorno al XV secolo, ma recenti studi sull´orientamento astronomico delle costruzioni, al contrario, farebbero retrocedere di parecchi secoli questa considerazione.

Non lontano dal complesso di Machu Picchu, si trova Sacsayhuaman, letteralmente "falco soddisfatto". Esso si distingue per i tre gruppi di mura altissime, ondulate su terrazze parallele, che corrono per più di 300 metri lungo la fiancata di una collina sopra Cuzco. Solo dalle cime montuose circostanti è possibile ricostruire l´imponente disegno che essa viene a formare con i più antichi quartieri di Cuzco e che intende rappresentare un immenso puma: il fiume Tullymayo prima di essere deviato sottoterra, disegnava la spina dorsale; la striscia di terra tra il Tullymayo ed il Huatanay (altro corso d´acqua attualmente sotterraneo) formava il corpo. E Sacsayhuaman, infine, formava e forma tuttora la testa del puma. Le sue mura a zig zag nella parte bassa sono i denti della mascella inferiore; alcune sporgenze naturali di roccia formano quella superiore; e infine tra esse un tratto erboso rappresenta la bocca aperta dell´animale. Tra le rocce che formano la mascella inferiore, possiamo contare più di 1000 blocchi di pietra, tutti massicci, alcuni nell´ordine delle 200 t, ma il più grosso della fila inferiore, ha un´altezza di 8, 5 metri e pesa più di 355 tonnellate. E´ considerato uno dei più grandi blocchi mai incorporati in una qualsiasi struttura edificata dall´uomo.

Ma il Meso-America era ancora ricco di sorprese. Nella penisola dello Yucatan, il forse più imponente sito archeologico messicano è Chichen Itza, città Maya il cui nome significa "bocca dei pozzi di Itza", per via dei pozzi naturali che rifornivano la città di acqua e ne costituivano motivo centrale della vita sociale e religiosa. Le rovine coprono un'area di circa 3 km2, ed è di particolare suggestione la Grande Corte per il gioco della palla, costituita da due alti muri paralleli lunghi 83 m e distanti 36. L'edificio più tipico è detto El Castillo, una grande piramide alta 30 m, consistente in nove piani sovrapposti, la cui base si estende per 0, 4 ettari, con scalinate sui quattro lati che portano al tempio di Kukulcan (uno dei tanti nomi di Virachoa).

I 365 scalini sono disposti in modo che, in occasione degli equinozi di primavera e di autunno, luci ed ombre si confondano per dare l´illusione di un enorme rettile che striscia sulle scale; un gigantesco serpente ondulante con sette spire d´ombra disegnate da sette triangoli di luce. L´effetto viene poi completato dalle sculture a forma di teste di serpente intagliate nella roccia alla base della balaustra. Un fenomeno a dir poco sorprendente, paragonabile ai prodigi architettonici di altre civiltà del passato come quella egizia; del resto, in tema di paragoni, la grande piramide dei Maya, a Chula, vicino a città del Messico, è tre volte più grande della Grande Piramide del plateau di Giza, e copre un´area di 45 acri; senza dubbio l´edificio più grande al mondo. Chichen Itza è dotata di un complesso dedicato all´osservazione astronomica, detto Caracol, chiocciola, per via della stanza a cui si accede tramite una scala a chiocciola, le cui porte e finestre presentano precise linee di avvistamento per gli equinozi al tramonto, per il tramonto di Venere, il tramonto dei giorni di passaggio allo zenit, l´alba del solstizio d´estate e il meridiano celeste meridionale.

Precursori del popolo Maya sembra siano stati gli Olmechi, una misteriosa civiltà del tutto ignota agli studiosi fino a circa 100 anni or sono, che visse sulla costa Meridionale del Golfo del Messico, tra il XV sec a.C. ed il I sec d.C. Il maggior centro politico e religioso olmeco, La Venta, presenta un ordinamento architettonico del massimo interesse, perché prefigura l´impostazione urbanistica cerimoniale che sarà tipica del popolo Maya. Su un asse rettilineo nord-sud che attraversa la città si trova una piccola piramide a gradoni davanti alla quale si apre un quadrilatero circondato da pilastri di basalto e due scarpate che delimitano il più antico campo sportivo del Nuovo Mondo. All´interno dei recinti destinati ai riti religiosi sono state ritrovate stele, altari decorati e colossali teste monolitiche che costituiscono probabilmente le opere più impressionanti dell´arte olmeca. Oltre che grandi scultori gli Olmechi furono anche grandi cesellatori di giada, con cui fabbricarono statuine, gioielli e asce.

Seguendo le orme degli antenati olmechi, in campo architettonico i Maya si distinsero da tutti i loro vicini del mondo precolombiano - ai quali sono comunque legati da una serie di analogie che costituiscono un po´ il "fondo comune" della cultura mesoamericana - perché furono i soli ad impiegare un tipo di copertura detto "volta a sbalzo" o "falsa volta". Realizzata in calce molto resistente o in pietra, la falsa volta Maya rimanda nei dettagli stilistici a quella dei Khmer di Angkor, in Cambogia. Nel periodo di maggior fioritura, questo tipo di volta è realizzato con una tecnica molto originale: il rivestimento di belle pietre da taglio, visibili dall´esterno, costituisce una specie di copertura definitiva del cemento grossolano che riempie le mura e il tetto. Perciò l´edificio è come un enorme monolite cavo all´interno. Le stanze hanno la stessa forma dell´interno delle capanne in cui vivono ancora oggi le popolazioni indie dello Yucatan che hanno conservato l´habitat tradizionale.

I Maya non esitarono, sulla base delle loro sviluppate conoscenze, a costruire edifici immensi. Nel Petén le loro piramidi raggiungono anche i 60 o 70 metri di altezza su basi quadrate di più di 40 metri di lato; costruzioni vertiginose, la cui sommità si raggiunge mediante scalini con una pendenza di oltre 60 gradi. Ma è forse a Uxmal, la grande capitale costruita nello Yucatan, che gli edifici raggiungono le proporzioni più fantastiche. Per il famoso Palazzo del Governatore è stato eretto un sopralzo, a supporto dell´edificio, di 180 metri di lunghezza per 154 di larghezza e 12 di altezza, per un totale di 350.000 metri cubi di materiale. Su questo colossale zoccolo poggia un´altra terrazza di 120m di lunghezza per 25 di larghezza e 4 di altezza sulla quale sorge l´edificio, che raggiunge quasi i 100 m di lunghezza per 12 di profondità e 9 di altezza. L´insieme rappresenta 90.000 tonnellate di materiale.

E questo è solo uno dei molti edifici : nello stesso sito si contano infatti molte altre strutture, non inferiori per maestosità e dimensioni, chiamati, dalla fantasia degli scopritori: la Casa delle Tartarughe, il Quadrato delle Suore; la Casa dei Sacerdoti, la Casa degli Uccelli, e la Piramide del Mago che sembrano configurare uno schema cosmico per rispecchiare il cielo in terra .

Per completare il quadro è doveroso citare anche l´acropoli artificiale costruita nella già citata Copàn, nell´Honduras, che copre un´area di 5 ettari e raggiunge i 38 metri di altezza per un totale di 2 milioni di metri cubi, vale a dire quasi 5 milioni di tonnellate di materiale. Come anche le rovine di Palenque, altra antica città, situata nell'odierno stato messicano di Chiapas, e ascritta al periodo classico della civiltà Maya (300-900 d.C.), che testimonia la vasta gamma di motivi architettonici e la raffinatezza dell'arte. Notevoli appaiono soprattutto le piattaforme, basi di piramidi in pietra accuratamente tagliata, sormontate da templi dai tetti mansardati. La vasta struttura principale, nota come "Il Palazzo", è dotata di un'alta torre a quattro piani, e si eleva su una piramide tronca. Accanto ad esso, si contano altre 5 meravigliose strutture: il Tempio della Croce Fogliata, il Tempio del Sole, il Tempio del Conte, il Tempio del Leone ed il Tempio Maya delle Iscrizioni, così definito perché le sue mura sono riccamente istoriate con immagini e con 620 distinte iscrizioni geroglifiche, allineate come i pezzi di una scacchiera, raffiguranti facce mostruose e umane, insieme ad un bestiario di contorte figure mitologiche.

E´ in una stanza nascosta nelle viscere di questa piramide che si può trovare la tomba del signore Pacal, con la celeberrima lastra di Palenque.

Trenta miglia a nord-est di Città del Messico si trovano le rovine di Teotihuacán, la più antica città precolombiana del continente americano. Abitata a partire dal I-II secolo a.C., l'insediamento divenne nel II secolo d.C. un'importante città che prosperò per oltre 500 anni; intorno al 750 fu saccheggiata e bruciata. Nel periodo di massima fioritura, Teotihuacán copriva una superficie di circa 21 km2 e contava quasi 125.000 abitanti. Desirè Chernay, che per primo vi effettuò alcuni scavi nel 1880, la considerava una città tolteca. Studi successivi invece collocarono i primordi del popolo tolteco al IX secolo d.C., quando Teotihuacán era già in rovina. Tuttavia l´ipotesi tolteca non deve essere scartata del tutto. Gli Aztechi infatti, nelle loro epopee mitologiche e nelle loro cronache in lingua nahuatl, chiamano genericamente "tolteco" il popolo antichissimo dal quale affermano di avere ereditato la tradizione religiosa e, in parte, il sapere. Inoltre sembra proprio che essi designino a più riprese Teotihuacán come loro capitale. Toltechi significa "grandi artigiani" o "maestri lavoratori" e nessun altra denominazione potrebbe adattarsi meglio ai prodigiosi architetti di Teotihuacán né a color che, nel corso dei secoli, vi crearono le più belle maschere funebri, e le ceramiche più perfette del periodo classico. Forse è quindi necessario discernere un senso più profondo, e per così dire, alchimistico, in questa denominazione, perché potrebbe parimenti adattarsi agli iniziatori del Quinto Sole, il sole nato a Teotihuacán e destinato, secondo le scritture nahuatl, a salire allo zenit, centro dell´universo. I costruttori della "Città degli Dei" furono considerati, molto tempo dopo, i fondatori di un´era nuova, spiritualmente riconosciuta come "l´era del movimento". Tali sono le conclusioni dell´interpretazione critica audace, ma estremamente brillante, che l´archeologa oriunda francese Laurette Sejourne applica alla tradizione culturale e alla iconografia nahuatl.

Costruita su un altopiano a 2300 m di altitudine, Teotihuacán si estendeva secondo una planimetria rigorosissima, seguendo un asse principale, il Viale dei Morti, lungo più di 2 km e largo 4, 5m, che collega la Piazza della Luna al centro religioso, chiamato Cittadella. All´interno delle mura è racchiuso il tempio di Quetzalcoatl (altro nome di Virachoa), mentre le due piramidi dominano la città immensa che si estendeva ai loro piedi, per celebrare la gloria del sole e della luna.

Charnay nel 1883, e aveva già notato a Teothiuacán, l´incredibile varietà dei volti ritratti sul vasellame e sulle maschere: tratti caucasici, greci, cinesi, giapponesi, negri, un osservatore più moderno riconobbe anche mongolici, e di tutti tipi di razze bianche, in particolare la tipologia semitica. Ma questa non è l´unica stranezza: gli scavi eseguiti nella città sacra, a partire dal 1884 (quando furono condotti da Leopoldo Batres, un vecchio soldato, cognato dell´infame dittatore Porfirio Diaz) rivelarono una precisa simmetria con gli edifici egiziani della piana di Giza. Questa riguarda la disposizione dei monumenti principali (le Piramidi del Sole, della Luna e il tempio di Quetzalcoatl e le piramidi di Cheope, Chefren e Macerino) delle due aree archeologiche. Il grande quadrato della Cittadella ed il Tempio del Sole formano una linea retta con la cosiddetta Via della Morte, mentre il tempio della Luna si trova alla fine del sentiero e quindi non è allineato con gli altri due. Similmente a quanto accade tra i tre edifici egiziani, ove le due grandi piramidi sono in asse lungo la diagonale sud-ovest, mentre la terza e più piccola piramide di Micerino, è fuori asse, decisamente scostata in direzione est.

Per queste e per altre congetture è necessario arrivare a conoscere molto più profondamente di oggi il lontano passato delle civiltà precolombiane. Il problema della fine di Teotihuacán, come forse anche quello della sua origine, si perde ancora in un groviglio di ipotesi tra loro poco compatibili, e comunque non utili a fornire una risposta definitiva e soddisfacente. Una cosa sola pare di poter affermare con sicurezza: nel VIII secolo la Città degli Dei, parzialmente distrutta, privata della sua aristocrazia sacerdotale e del corpo di tradizioni religiose, sopravviveva in una forma di esistenza oscura.

Il Messico, ed il mondo Mesoamericano tutto, rimangono dunque affascinanti cantieri aperti su cui gettare nuova luce.


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