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21 Giugno 2011 SCIENZA
Elena Meli Corriere della Sera
Kary Mullis, in un weekend ha cambiato il corso della scienza
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"Kary, vedi di non cavarti gli occhi". Negli anni 50 la madre di Kary Mullis apostrofava così quel figlio che giocava un pò troppo con il Piccolo chimico. Nel 1984 Kary ha cambiato le prospettive della scienza inventando una tecnica, la PCR (Reazione a Catena della Polimerasi), per amplificare a piacimento la molecola fondamentale della vita, il Dna: un'innovazione tecnologica che ha permesso, fra le altre cose, di realizzare il Progetto Genoma e sequenziare il genoma umano, creare test genetici diagnostici, mettere a punto analisi del Dna che hanno cambiato le indagini della polizia.

Nei giorni scorsi Mullis, che per quella scoperta vinse il Nobel per la chimica nel 1993, era a Napoli per festeggiare l'invenzione durante il convegno "PCR 25 anni: passato, presente, futuro" organizzato da Roche Diagnostic. Ripercorrere la sua vita, la scoperta della PCR e le ricerche successive è un'ottima occasione per capire, prima di tutto, che: "La scienza non è affatto noiosa come molti credono - dice Mullis -. Io non saprei immaginare la mia vita senza: è eccitante la scoperta e il lavoro per arrivarci. A un giovane oggi direi "se non hai paura, studia la chimica e ti divertirai un mondo"". L'accenno alla paura non è infondato, visto che Kary, fin da piccolo, si è cimentato in imprese non proprio prive di pericoli: sua madre gli aveva messo a disposizione uno sgabuzzino dove fare tutto quello che voleva e lui ne approfittò per costruire razzi rudimentali e creare miscele esplosive. Per Mullis il laboratorio è sempre stato un posto per giocare. Scienziato irriverente ed eccentrico, è stato contestatore a Berkeley negli anni 60, ha applicato il metodo scientifico perfino all'astrologia e ha fatto ampio uso di LSD e altre sostanze non proprio lecite, cosa che ammette con sincerità disarmante. La stessa con cui confessa che la scoperta della PCR "è stata un caso, stavo occupandomi di tutt'altro. Lavoravo in un'azienda californiana di biotecnologie, la Cetus, a un progetto per l'analisi di una mutazione genetica che provoca l'anemia falciforme. Non avere tanto Dna a disposizione era un vero problema: i genitori dei bimbi su cui si sarebbe dovuto fare il test potevano dover aspettare un sacco di tempo prima di avere le risposte, se non avessimo trovato un modo per amplificare il Dna".

L a classica "lampadina" si accese nella testa di Mullis un venerdì sera della primavera del 1983, mentre guidava verso le montagne della Contea di Mendocino per un weekend di riposo. D'un tratto capì che poteva ottenere un numero strabiliante di copie di un preciso filamento di Dna con una reazione semplice, per la quale erano già noti tutti gli ingredienti (vedi box). "Era tutto così banale che non riuscivo a credere che nessuno lo avesse già pensato e fatto prima - racconta Mullis -. A Mendocino non avevo telefono, il lunedì mattina mi precipitai in biblioteca prestissimo al mattino. Scoprii che nessuno aveva mai amplificato il Dna, né la cosa per la verità parve interessare granché i miei colleghi. C'è voluto tempo prima che fosse intuita la portata della scoperta e perfino Nature e Science, le riviste scientifiche più importanti, rifiutarono il mio primo lavoro sulla PCR dicendomi che poteva essere utile solo a una ristretta cerchia di specialisti".

Mullis riteneva che il Dna fosse il "big one", il re delle molecole. Ne è ancora convinto, dopo aver "letto" tutto il genoma e scoperto che forse ne sappiamo meno di prima? "Penso di sì, ma la faccenda non è così semplice come avevamo immaginato, con il Dna che produce Rna da cui si sintetizzano le proteine - risponde Kary Mullis -. C'è invece un network complesso, in cui ogni elemento controlla tutti gli altri. La differenza maggiore fra noi e i batteri non è la quantità di Dna, ma il fatto che la sua espressione è diversa a seconda delle cellule: un sacco di fattori decidono che il fegato sia un fegato e non un naso. Oggi è molto difficile avere un'idea complessiva di quello che realmente sappiamo della vita e dei processi che la governano, anche se siamo riusciti a creare perfino la vita artificiale".

C he cosa ne pensa in proposito, non ci stiamo spingendo forse troppo in là? "Il progetto è ambizioso e forse non procurerà vantaggi davvero tangibili - riflette Mullis -. Ma tutte le conoscenze apprese nel lungo processo che ci ha portato alla vita artificiale sono invece utilissime per una miriade di applicazioni. È come essere andati sulla Luna: non tanto è importante per quello che ci abbiamo trovato, quanto per tutto ciò che abbiamo imparato per arrivarci. Poi, certo, ci sono implicazioni etiche e filosofiche non di poco conto. Qualsiasi scoperta scientifica può essere messa al servizio di scopi nobili o malvagi; questo però non può bloccare la ricerca. Adesso mi sto occupando di come insegnare al sistema immunitario a rispondere velocemente e meglio a patogeni come l'influenza o lo Stafilococco, dirigendo la risposta verso proteine specifiche del microrganismo legate a un composto contro cui tutti noi costruiamo una risposta immune efficace: se invece di puntare sulle proteine dei germi scegliessi quelle che differenziano una razza dall'altra potrei creare un farmaco tossico per tutti gli appartenenti a un'etnia. Il fatto che questo sia possibile, e pericoloso, non può fermarci nella ricerca di qualcosa che ci protegga meglio dall'influenza o altre malattie infettive contro cui spesso perdiamo la battaglia. Credo però che siano inutili i "controllori" esterni, che spesso non hanno una vera idea di ciò di cui si sta parlando. Mi fido molto di più della capacità di giudizio ed etica degli scienziati".

TAG: DNA

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