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5 Maggio 2004 STORIA
Rolando Rubini
I Celti, alle radici dell'Europa, e dell'Italia - parte 2
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Fonti antiche sui celti insubri
Ecco la fonti antiche sui celti insubri (che occupavano le terre dell'oderna Lombardia occidentale e del Piemonte nord Orientale)

POLIBIO, Storie, II,17
"…(le terre) che sono situate nei dintorni delle foci del Po furono abitate da i Laevi e dai Lebeci, e dopo di loro dagli Insubri, il più grande di questi popoli; e a valle lungo il fiume, vivevano i Cenomani. Le contrade prossime ad Adria erano occupati da un'altra popolazione antichissima, i Veneti… che poco differiscono dai Celti per gli usi e i costumi ma parlano un'altra lingua… Al di là del Po si sono fissati per primi gli Anari, poi i Boi, in direzione dell'Adriatico i Linoni, infine, vicino al mare, i Senoni. "

POLIBIO, Storie, II,17
"I Celti abitavano in villaggi non fortificati, ed erano privi di ogni altra comodità. Dormivano su letti di fieno e di paglia, mangiavano solo carne e non esercitavano altro mestiere che la guerra o l'agricoltura, tutt' altra scienza, tutt' altra arte era loro sconosciuta. L'avere di ciascuno consisteva in bestiame e in oro poiché erano le sole cose che potevano, secondo le circostanze, portare con loro e spostare a loro grado. Portavano la più grande attenzione a formare delle associazioni (etaireìas) , poiché presso di essi il più temibile e potente è colui che mostra di avere il maggior numero possibile di uomini pronti a servirlo e a fargli da corteo."

POLIBIO, Storie, II,22, 23
"I più grandi di questo popolo, gli Insubri e i Boi, si concertarono e mandarono degli inviati presso i Galli che abitavano lungo le Alpi e il Rodano, quelli che sono chiamati, perché facevano la guerra per soldo, Gesati -è il significato della parola… I Galli Gesati, dopo aver messo in piedi una armata, magnifica e potente, valicate le Alpi, arrivarono al Po otto anni dopo (nel 225 a.C.) la spartizione del paese (tra i coloni romani)."

TITO LIVIO, Historiae, V, 34
"A Segoveso fu quindi destinata dalla sorte la Selva Ercinia; a Belloveso invece gli Dei indicavano una via ben più allettante: quella verso l'Italia. Quest' ultimo portò con sé il soprappiù di quei popoli, Biturgi, Arverni, Senoni, Edui, Ambarri,Carnuti, Aulirci. Partito con grandi forze di fanteria e di cavalleria, giunse nel territorio dei Tricastini. Di là si ergeva l'ostacolo delle Alpi… Ivi, mentre i Galli si trovavano come accerchiati dall'altezza dei monti e si guardavano attorno chiedendosi per quale via potessero, attraverso quei gioghi che toccavano il cielo, passare in un altro mondo… Essi poi, attraverso i monti Taurini e la valle della Dora, varcarono le Alpi; e, sconfitti in battaglia gli Etruschi non lungi dal Ticino, avendo sentito dire che quello in cui si erano fermati si chiamava territorio degli Insubri, lo stesso nome che aveva un cantone degli Edui, accogliendo l'augurio del luogo, vi fondarono una città che chiamarono Mediolanium."

STRABONE, Geografia, V,3
"... Da questi confini, pertanto, è chiusa la Celtica Cisalpina (…). Questa regione è una pianura fertile, ornata di colli fruttiferi. Il fiume Po la divide quasi nel mezzo e le due regioni si chimano Cispadana e Transpadana; si chiama Cispadana la parte che è situata verso gli Appennini e la Liguria, Transpadana la restante. La Cispadana è abitata dai popoli Liguri e Celtici che abitano i primi sui monti, i secondi in pianura; la seconda dai Celti e dai Veneti. I Celti appartengono alla stessa stirpe dei Celti d'Oltralpe. Quanto ai Veneti, c'è su di loro una duplice tradizione: alcuni, infatti, sostengono che sono anch'essi coloni di quei Celti omonimi che abitano lungo le coste dell'Oceano; altri invece sostengono che, dopo la guerra di Troia, alcuni dei Veneti della Paflagonia, trovarono scampo qui, sotto la guida di Antenore e adducono, a testimonianza di ciò, la cura con cui attendono all'allevamento di cavalli, attività che oggi è quasi scomparsa del tutto, ma che una volta era tenuta in grande onore presso di loro a ricordo dell'antico zelo verso le cavalle generatrici di muli. Di ciò fa menzione anche Omero quando dice: "di tra gli Eneti, da dove proviene la stirpe delle mule selvagge"."

STRABONE, Geografia, V-6
"Anticamente, dunque, come ho detto, la regione intorno al Po era abitata per la maggior parte dai Celti. Le stirpi più importanti tra i Celti erano quelle dei Boi e degli Insubri e, inoltre, quelle dei Senoni che con i Gesati avevano occupato al primo assalto la città dei Romani. Questi popoli furono completamente distrutti dai Romani e i Boi furono cacciati dalle proprie sedi. Essi andarono ad insediarsi nelle regioni dell'Istro e qui abitarono insieme con i Taurisci, combattendo contro i Daci finché tutta la loro stirpe fu sterminata. Abbandonarono così, come pascolo per i popoli vicini, quella terra che faceva parte dell'Illliria. Gli Insubri, invece, ci sono ancora oggi. Essi avevano come metropoli Mediolanum, che anticamente era un villaggio (tutti infatti abitavano sparsi in villaggi); ora invece è una città importante, al di là del Po, quasi ai piedi delle Alpi"."


Il villaggio celtico-etrusco di Monte Bibele
La ricerca archeologica ha evidenziato come verso la fine del IV secolo a.C. si inseriscono, nella comunità etrusco-padana, in maniera apparentemente non traumatica, alcuni individui armati, dei guerrieri.
Non sono etruschi, hanno armi e fibule che trovano confronti con quelle dell'area transalpina: sono Celti.
A Monte Bibele, come già a Bologna per lo stesso periodo, è in effetti attestata la fase di convivenza pacifica tra le due comunità, etrusca e celtica, una vera e completa fusione, sancita da matrimoni di alleanza tra personaggi di rango dei due popoli:
"... si può dire che nella necropoli di Monte Bibele si afiancano tombe di uomini e donne etruschi, che mantengono la propria identità etnica e culturale, e tombe di uomini stranieri, e che anche tra questi e quelle sono sicuramente attestate nioni matrimoniali" (pagg. 90-91 Maria Teresa Grassi, I celti in Italia, Longanesi&C., MIlano, 1991).

 Monte Bibele (Comune di Monterenzio)

L'alleanza di ferro che all'inizio del III° secolo a.C. i Boi strinsero con gli Etruschi è il risultato di una (archeologicamente) evidente integrazione culturale. La storiografia e l'archeologia attestano l'influenza profonda e il fascino che la cultura etrusca ha esercitato su questi celti cisalpini: difatti i loro corredi tombali del III° secolo non si differenziano più da quelli delle popolazioni non celtiche. Un esempio altamente emblematico di questi rapporti etrusco-celtici è costituito dall'importante l'insediamento appenninico di Monterenzio, nella valle dell'Idice, dove gli scavi hanno portato alla luce un villaggio abitato da entrambe le etnie, come dimostrato dall'esistenza di una necropoli a rito misto.

Nel V secolo a.C. la valle dell'Idice costituiva un'area di confine tra la zona occidentale, culturalmente etrusca e quella romagnola, culturalmente umbra, e rappresentava un naturale collegamento tra il lato emiliano e il latoe toscano dell'Appennino.
Nella prima metà del IV secolo a.C., all'epoca della grande espansione gallica nel nord-Italia, il fianco orientale della montagna, noto col nome di Pianella di Monte Savino, fu occupato da un abitato che si stendeva sopra una superficie di circa 7.000 mq. con pendenza variabile dal 10 al 30%.

Un altro rilievo minore, il Monte Tamburino, a 200 metri a nord-ovest dell'abitato, fu utilizzato da sepolcreto.
L'indagine archeologica ha dunque rivelato un villaggio di collina delimitato da muri a secco e con abitazioni di forma rettangolare. Il villaggio fu occupato dagli Etruschi verso la metà del V° secolo. In seguito si nota la presenza (documentata nella necropoli) di guerrieri celti, probabilmente appartenenti ad una aristocrazia militare, che forse riuscirono a farsi accettare in quella comunità e si sposarono con donne del luogo (Manfredi).
Dopo un primo periodo (ca. 400 a.C.) in cui compaiono sepolture di uomini e donne inumati secondo i riti funerari tipici del costume etrusco-padano, segue una fase tra il 350-330 a.C. in cui compaiono per la prima volta tombe maschili di inumati o cremati con armi (spade, foderi, lance, giavellotti, elmi), spesso distrutte intenzionalmente secondo un uso di provenienza celtico- transalpina; la terza fase vede la coesistenza di tombe di guerrieri (circa un terzo delle tombe individuate) con tombe maschili prive di armi caratterizzate da corredi molto ricchi.
Le sepolture femminili mostrano all'indagine invece una initerrotta continuità di rito funerario di tipo etrusco dall'inizio dello sviluppo della necropoli fino alla fase recente.
Anche i dati epigrafici che emergono dalle iscrizioni vascolari delle prime file delle tombe, ci confermano che i fondatori dell'insediamento furono un gruppo di Etruschi dell'Etruria padana che agli inizi del IV secolo a.C., con l'arrivo dei Celti nel territorio bolognese, abbandonarono la pianura cercando di mettersi al sicuro sulle alture naturalmente protette del Monte Bibele.
Il castellum etrusco però fu presto individuato da un gruppo di Celti armati, che, senza traumi, si insedia a fianco degli alri abitanti diventando componente integrante di una comunità già mista (etruschi, umbri, liguri), dove l'elemento locale continua comunque ad avere una parte importante.
Il processo di integrazione sembra poi confermato dalla presenza di un nome di famiglia (PETNEI) di una donna etrusca graffito su un vaso a vernice nera, ritrovato in una ricca tomba di guerriero con chiari riferimenti celtici (tomba 14), forse da interpretare come un regalo al marito defunto.
Si potrebbe forse ipotizzare che a fronte della protezione che questi guerrieri celti potevano garantire al villaggio, in epoche così turbolente (si pensi che i Boi in Emilia erano comporti da più di 100 tribù diverse), venne appunto stipulata un'alleanza con matrimoni misti celtico-etruschi.
Le indagini archeologiche si sono svolte nell'area abitativa e nella necropoli, e in due aree legate al culto.
L'abitato di Monte Bibele cadde in declino tra la fine del III e l'inizio del II secolo a.C., quando le vittorie romane sui Galli modificarono profondamente l'assetto del territorio.
L'episodio più significativo di questo scontro fu la battaglia di Talamone (225 a.C.) in cui Boi,, Insubri e mercenari venuti dalla Gallia furono sconfitti dai Romani.
La calata di Annibale (218 a.C.) attenuò, ma solo momentaneamente, la pressione romana.
Quanto a Monte Bibele, un incendio ne distrusse l'intero abitato.
Tale evento ha reso possibile la conservazione di legni, cereali, legumi e frutti ridotti allo stato di carbone.
L'abbondante documentazione di ceramica liscia o suddipinta, principalmente documentazione etrusco-volterrana, ricopre un arco cronologico dal IV al II sec. a.C., con una concentrazione nel III sec. a.C.
Anche le monete non vanno molto addentro al II sec. a.C.
Dunque i reperti inducono a pensare che le tracce dell'incendio che distrusse l'abitato, risalgano alla fine del III-inizi del II sec. a.C., quando i romani conclusero le operazioni militari contro i galli Boi (191), fondarono la colonia latina di Bononia (189) e strutturarono la Flaminia Minore (187), di fronte a Monte Bibele.


Strenui ed eroici difensori dei popoli liberi
Queste le parole di Vercigetorige, il grande condottiero dei celti transalpini, riferiteci dal suo implacabile avversario, Caio Giulio Cesare:
"..Bisogna inoltre per la comune salvezza dimenticare gli interessi privati; bisogna incendiare i villaggi e le abitazioni tutto intorno e in ogni punto dove si possa credere che essi (i Romani) vengano a foraggiare... Se tali mezzi vi paiono gravi e duri, dovete stimare molto più grave vedere i figli e le mogli tratte in servitù ed uccise; ché tale è il destino dei vinti".
Parole dure, quelle di chi ben sa che è in gioco il destino di una nazione.
Aggiunge Cesare: "al singolare valore dei nostri soldati si opponeva, da parte dei Galli, ogni tipo di espedienti, com'è proprio di gente di straordinaria destrezza e fatta apposta per imitare e riprodurre quello che vedono fare da altri".

Scrive il professor Giuseppe Zecchini nel suo libro Vercingetorice, Laterza edizioni, Bari 2003, pag. 70-72: "Passato un mese, l'armata di soccorso non si intravvedeva ancora e dentro Alesia si deliberò sul da farsi. Tra chi proponeva la resa e chi una sortita dimassa, un nobile averno, Critognato, pronunciò un discorso che Cesare riporta in forma diretta, sia pure dopo averlo elaborato sul piano letterario, e che resta un'eccezionale testimonianza sulle idee e i sentimenti di questi ultimi combattenti per una Gallia indipendente: "Nulla dirò" disse "circa la proposta di coloro che dànno il nome di resa alla più turpe schiavitù; non li considero neppure cittadini e non voglio neppure ascoltarne il parere. Io parlo soltanto a coloro che vogliono una sortita, perché nella loro proposta mi sembra, e certo vi consentite voi tutti, che sia ancor vivo il ricordo dell'antico valore. Mollezza d'animo è, non valore, il non saper sopportare un poco di carestia. E' più facile trovare chi si voti alla morte, che non chi sia pronto a sopportare il dolore. Ed io potrei anche accettare la sortita, tanto è il mio senso dell'onore, se non vedessi in pericolo nient'altro che la nostra vita. Ma prima di deliberare, noi dobbiamo volger lo sguardo a tutta la Gallia, che abbiamo sollevato per recarci aiuto. Pensate: che animo sarà quello dei nostri congiunti, dei nostri consanguinei, se, dopo il massacro di ottantamila uomini dentro a questa piazza, essi saranno costretti a combattere, si può dire, sopra i nostri cadaveri? Ah, non vogliate privar del vostro aiuto chi ha obliato il proprio rischio per la vostra salvezza; non vogliate, per la vostra stoltezza, per la vostra temerità, per la vostra debolezza d'animo gettare a terra tutta la Gallia e consegnarla a un eterno servaggio. Perché non son giunti proprio nel giorno fissato, dubitate dunque della loro fede e della loro costanza? E che? Credete forse che i Romani lavorino senza posa, quotidianamente, alle fortificazioni esterne, così, per passatempo? Se non potete averne la sicurezza dai loro messaggi, perché è chiuso ogni passo, vi provi il comportamento dei Romani che il loro arrivo è vicino; dei Romani, che vinti dal terrore di questo arrivo, lavorano febbrilmente e giorno e notte. Qual è dunque il mio parere? Fare quello che i nostri antichi fecero nella guerra, ben meno grave di questa, dei Cimbri e dei Teùtoni. Essi, ricacciati nelle loro fortezze, e torturati da una carestia come questa, si sostentarono con le carni di coloro che l'età rendeva inabili alla guerra, e non si consegnarono ai nemici. E se già non ne avessimo l'esempio, io proporrei di darlo qui la prima volta per amore della libertà, e di tramandarlo come stupendo ai posteri. Perché, che cos'ebbe quella guerra di comune con questa? I Cimbri, devastata la Gallia e copertala di sciagure, pur una buona volta uscirono dal nostro paese e cercarono altre terre; diritti, leggi, terreni, libertà, tutto essi ci lasciarono. Ma i Romani, gelosi di tutti coloro di cui conoscono la nobile fama e la potenza guerriera, che altro chiedono o vogliono, se non stabilirsi nelle loro campagne e nelle loro città ed infliggere loro un eterno servaggio? Nessuna guerra con altro scopo essi fecero mai. Che se voi ignorate ciò ch'essi fanno in lontani paesi, guardate la Gallia a noi vicina, che, ridotta a provincia, privata dei suoi diritti e delle sue leggi, soggetta alle scuri, si trova oppressa da una servitù senza fine". Commenta Zecchini: Se da unlato Cesare vuole sottolineare, attraverso l aproposta avanzata da Critognato di nutrirsi tramite antropofagia, la ferina disumanità di questi combattenti gallici, dall'altro egli li mostra consapevoli che la conquista romana sarebbe stata duratura, che avrebbe implicato per i vinti la rinuncia ad ogni forma d'indipendenza, che infine la natura stessa del potere di Roma non tollerava l'esistenza di popoli liberi e forti in prossimità del suo dominio".


I Galati, celti nell'Asia minore


Cronologia
280-279-278 a. C. - I Galli si spingono nei Balcani, in Grecia, poi in Asia Minore. Grande spedizione contro la Macedonia e la Grecia. Assedio e saccheggio di Delfi (279 a.C.). Si stanziano particolarmente nelle zone interne dell'Asia Minore (poi chiamata Galazia). Incutono terrore per le scorrerie che fanno nelle città greche costiere; per l'abilità guerriera si offrono come mercenari a diversi dinasti orientali.
278 a.C. - Brenno ferito a Delfi, si suicida a Eraclea. Una parte dei Celti, i Galati, proseguono le loro scorrerie oltre i Dardanelli stanziandosi al fine nel territorio che da loro prese il nome di Galatia. Il resto dell'orda celtica di Brenno viene sconfitta da un'armata macedone.
277 a.C. - Una parte delle tribù celtiche dell'esercito di Brenno in ritirata, i Bastarni, occupa una zona dell'attuale Bulgaria formando il regno di Tylis.
278-270 a.C. - I Galati servono prima come mercenari presso Nicomede, poi si danno ai saccheggi sino alla loro sconfitta finale (275 a.C) da parte del Selucide Antioco I° Sotere, imperatore di Siria, che li sottomette confinandoli nel territorio che ancor oggi porta il loro nome.
233-232 a.C. - Guerre di Attalo I contro i Galati.
230 a.C. - Attalo, reggente di Pergamo, dopo aver debellato totalmente un attacco dei Galati, fa realizzare una serie di grandi gruppi marmorei per eternare la sua vittoria. Oggi ne rimangono solo alcune copie romane tra cui il famoso "Galata morente" esposto a Roma presso il Museo Capitolino.
189 a.C. Campagna del Console Manlio Vulso contro i Galati.

Celti d'Oriente
Galati era il nome attribuito ai Galli dai Greci (la parola celtico in greco si scrive gàlatos), usato successivamente dai Romani per indicare solamente i Celti stanziati in Asia Minore all'inizio del III secolo a.C.
San Paolo scrisse una delle sue Epistole ai Galati della provincia romana della Galazia - regione interna dell'Asia Minore - costituita nel 25 a.C.; nel IV secolo d.C. i Galati, oltre al greco, parlavano ancora la lingua celtica e furono sempre fedelissimi a Roma.
Diogene Laerzio, Vite dei filosofi - Scrittore e storico della filosofia greco:
"Alcuni dicono che lo studio della filosofia ha avuto origini barbare. Giacché i Persia-ni avevano i loro Magi, i Babilonesi o gli Assiri i Caldei, gli Indiani i loro Gimnoso-fisti, mentre i Celti e i Galati avevano veg-genti chiamati Druidi e Semnotheoi".

Clemente Alessandrino (Stromata I, XV, 70, 1), di Antiochia (ca. 330-395 d.C.) un grande storico romano, citando Alessandro, sostiene che Pitagora, di cui la tradizione ricorda i numerosi viaggi, dopo essere stato allievo di un Assiro, ebbe modo di perfezionarsi tra i Galati e i bramini.
Dunque Clemente Alessandrino, (Stromateis I, XV, 71, 3 seg.) si pronuncia in questo senso riportando testualmente quanto affermato da Alessandro Polistoro nel "De Pythagoricis Symbolis" (II-I secolo a.C):
"Nel suo libro sui simboli pitagorici Alessandro sostiene che Pitagora era stato allievo di Nazarato l'Assiro e pretende, inoltre, che Pitagora avesse ascoltato Galati [cioè i Galli] e Brahmani. Nell'antichità la filosofia, scienza di somma utilità, è fiorita presso i barbari, diffondendo la sua luce sulle nazioni. In seguito essa arrivò in Grecia. Al primo posto stanno i profeti degli Egiziani, i Caldei presso gli Assiri e i Druidi presso i Galli, i Samanei presso i Battriani, i filosofi dei Celti e i magi dei Persiani".
I Galati erano discendenti delle popolazioni celtiche che, tra l'altro, furono protagoniste del sacco di Delfi.
Questi celti, tra gli altri, arrivavano anche dalla Gallia Transalpina. Segoveso, che si insediò dalla Gallia Transalpina nella Selva Ercinia, era re di una popolazione celtica di origine transalpina, che poi alimentò l'avventura celtica nei balcani.
Essendo attestata la 100% l'esistenza dei druidi nei celti transalpini, e poichè questi ultimi viaggiavano, come ad esempio i romani, sempre accompagnati da indovini, sacerdoti, bardi (ovvero i druidi nel loro insieme).

Le seguenti citazioni poi, lette assieme, confermano la presenza dei druidi tra i Galati.

IPPOLITO, Philosophumena I, XXV
"Tra i Celti, i druidi si dedicarono alla filosofia pitagorica, alla quale erano stati indirizzati da Salmoside, il servo di Pitagora, uomo di origine tracia che era giunto tra i druidi dopo la morte del padrone, e che aveva dato loro l'opportunità di apprenderne le teorie. I Celti credevano che i loro druidi fossero indovini e profeti, poiché sapevano predire certi eventi, grazie al sistema di calcolo pitagorici. Non passeremo sotto silenzio l'origine del sapere dei druidi, poichè alcuni hanno presunto di scorgervi distinte scuole di pensiero. In verità i druidi si servivano anche delle arti magiche."

CLEMENTE ALESSANDRINO, Stremata I, XV, 70, 1
"Alessandro, nell'opera sui Simboli Pitagorici, sostiene che Pitagora fosse stato un discepolo di Zaratro l'Assiro e che, oltre a ciò, avesse appreso quanto sapeva dai Galati e dai bramini."

Galata suicida con moglie: l'incredibile statua a Roma
Il Museo Nazionale Romano, quello nel Palazzo Altemps, contiene questa splendida ed incredibile statua,c he fornisce anche molte informazioni utili di natura storico-antropologica.
Il Museo presenta quasi esclusivamente di statue di scuola greca (opere greche originali o copie conformi romane, ma anche qualche statua egizia), rappresenta uno straordinario viaggio nel tempo e nel mito.
In esso si possono ammirare meravigliose rappresentazioni degli antichi Dei, di Dee di incantevole bellezza (alcune rappresentazioni di Afrodite e di Igea sono mozzafiato).
Vedere Zeus, Ercole, Mercurio, Atena fulgidi e vivi, quasi animati, offre la sensazione magica e inedita di entrare in un tempio sacro e antico dell'antica Grecia, è qualcosa che colpisce in profondità l'animo del visitatore.
Eppure pensate, tra tante rappresentazioni divine veramente meravigliose, la statua principale, quella che si ritrova solo dopo aver esplorato tutto il museo, nella sala più grande (la sala del camino) e al centro di essa è una fantastica raffigurazione plastica del Galata suicida, che si infila la spada nella parte superiore del petto, dopo aver ucciso la moglie. Nel marmo, con realismo impressionante, si vede il sangue che fluisce dal taglio ...
Creata su ordine del Re di Pegamo Attalo I, per celebrare la vittoria contro i Galati (Galli d'Oriente) non rappresenta in modo ridicolizzato l'avversario sconfitto, tutt'altro, perchè appare come un semidio.
La posizione e la fattura dei corpi è di una suggestione intensa e drammatica, i baffoni e i capelli ci restituiscono la tipica fisionomia del celta come descritto dagli scrittori classici (alla Asterix), e sembra nel momento del gesto supremo venir fuori l'anima indomita, il coraggio che non teme confronti, l'orgoglio e l'onore di questo condottiero ispirato in ogni suo gesto dagli Dei, il quale, senza via d'uscita, esercita la propria libertà assoluta ...
Qui trovate l'immagine, ma vi garantisco, la foto non è nulla rispetto a ciò che offre dal vivo, a girargli in giro, meditando, per comprendere l'idea di movimento che comunica, la perfezione del dettaglio, l'immagine titanica che restituisce al visitatore.

La celebre statura del Galata suicida, e quella e del Galata morente [quest'ultima ai Musei capitolini} , in originale era in bronzo ed era collocata
nel tempio dedicato ad Athena dal re Attalo I per le vittorie sui Galati in Asia Minore, poco dopo il 228 avanti Cristo.
Facevano parte delle decorazione di un monumento dell'Acropoli di Pergamo voluto dal re Attalo I per celebrare la vittoria sui Galli e sarebbe poi stata trasportata a Roma da Nerone nel 64 d.C., secondo quanto afferma Plinio il vecchio. ( Nat. Hist. XXXIV, 19 ):
"Plures artifices fecere Attali et Eumenis aduersus Gallos proelia, Isigonus, Pyromachus, Stratonicus, Antigonus qui uolumina condidit de sua arte. ... Atque ex omnibus quae rettuli clarissima quaeque ... in sellariis domus aureae disposita."
Le statue che noi conosciamo, invece, sono copie in marmo, scolpite probabilmente a Pergamo [il marmo è di origine turca] e poi rinvenute a Roma a causa dei lavori alla villa Ludovisi durante i primi anni del Seicento.
Le due statue furono scoperte a Roma fra il 1621 e il 1625 a pochi passi dal luogo dove sorgevano le dimore di Giulio Cesare e dello storico Sallustio. Fu Cesare ad ordinare la copia del guerriero morente per celebrare le vittorie che a sua volta ottenne durante la campagna di Gallia del 58-51 a.C.

E' una scultura carica di pathos e drammaticità, senso dinamico del movimento, forza espressiva insuperabile, rappresentazione quanto mai vivida della celticità guerriera ed eroica, divina, che rappresentata con straordinaria precisione.
Il principe, il condottiero galata, vista perduta la sua causa, dopo aver ucciso la moglie tagliandole la gola, si suicida immergendosi una spada nel cuore. La gamba sinistra si trova in posizione leggermente avanzata, come se volesse dare un ultimo e disperato sostegno alla compagna che si sta afflosciando di lato. L'uomo sembra lanciare un ultimo sguardo dalla parte opposta, come se volesse bloccare con il furore degli occhi un possibile inseguitore.
La scultura è resa realistica più che mai dalle infinite torsioni dei due corpi che si contrappongono in maniera commovente: la donna sembra crollare verso il pubblico, mentre l'uomo, ci si presenta con un fisico perfetto (e diverso da quellod elle altre statue presenti nelmuseo) e con i muscoli tesi. La cassa toracica si contrae con il margine delle costole sull'addome, i muscoli sono allo spasimo, la vita si afferma per l'ultima volta in questo condottiero che consacra se stesso alla morte.
Nel momento del supremo sacrificio, la statua riflette una immagine titanica e semidivina: la statua è caratterizzata dalla pienezza delle forme e dalla perfezione, basti vedere i capelli divisi in ciocche (sembrano proprio i capelli trattati con la calce di cui parlano i calssici), si cela qualcosa di gigantesco: una sfida alla superiorità del nemico e una selvaggia dedizione alla morte che impressiona profondamente. Perchè, come dicevano i druidi, la morte è solo un punto intermedio di una lunga vita.
La donna appare caratterizzata da una splendida veste, ma completamente esamine, abbandonata, perchè ogni vita è sfuggita da lei ...
Sono tornato più volte a vedere la statua, e ho avuto una fortissima sensazione di commozione nel vederla ..
Per le visite

Palazzo Altemps Museo Nazionale Romano Piazza Sant'Apollinare 46 Tell. 066833759-066897091
Museo Nazionale Romano a Palazzo Altemps P.zza S. Apollinare 46 Tell. 066833759-06689709
http://www.pierreci.it/ Orari: 9-19; chiuso il lunedì bus 70-81-87-186-492-628 Costo: 5 euro


MEGALITI E RITI DRUIDICI - Le sacre pietre dei Celti

 Stonehenge

Stonehenge secondo Ecateo e Diodoro Siculo
Le prime notizie intorno alle attività legate all'Astronomia e portate avanti dai Druidi le dobbiamo ad Ecateo.
In tale contesto è interessante riportare le sue considerazioni, trascritte da Diodoro Siculo (Biblioteca storica, Diodoro Siculo, libro II, 47):
"Dal momento che abbiamo riservato una descrizione alle parti dell'Asia rivolte a nord, crediamo che non sia fuori luogo trattare le storie che si raccontano a proposito degli Iperborei. In effetti, tra coloro che hanno registrato gli antichi miti, Ecateo e alcuni altri affermano che nelle regioni poste al di là del paese dei Celti c'è un'isola non più piccola della Sicilia; essa si troverebbe sotto le Orse e sarebbe abitata dagli Iperborei, così detti perché‚ si trovano al di là del vento di Borea. Quest'isola sarebbe fertile e produrrebbe ogni tipo di frutto; inoltre avrebbe un clima eccezionalmente temperato, cosicché‚ produrrebbe due raccolti all'anno. Raccontano che in essa sia nata Leto: e per questo Apollo vi sarebbe onorato più degli altri dei; i suoi abitanti sarebbero anzi un po' come dei sacerdoti di Apollo, poiché‚ a questo dio si inneggia da parte loro ogni giorno con canti continui e gli si tributano onori eccezionali. Sull'isola ci sarebbe poi uno splendido recinto di Apollo, e un grande tempio adorno di molte offerte, di forma sferica""
Molti autori ritengono che "il testo si riferisce sicuramente ai Celti (gli Iperborei) essendo datato 300 a.C. e l'isola potrebbe essere la Britannia", inoltre "qualcuno ha proposto Stonehenge per il tempio..." (Adriano Gaspani e Silvia Cernuti - l'astronomia dei celti - "Stelle e misura del tempo tra i Druidi" - Keltia edizioni).
Diodoro Siculo aggiunge:
"...quest'isola situata nel nord, dove abitano gli Iperborei... ...si adora Apollo sopra tutti gli altri dei e i suoi abitanti si considerano sacerdoti di Apollo e adorano questo dio tutti i giorni. In questa isola esiste un magnifico recinto e un tempio di forma sferica adornato con molti ex-voto.
Essi [gli abitanti] dicono che la Luna vista da questa isola pare rimanere molto prossima alla terra e che mostra montagne che si possono osservare con semplice vista.
Si dice che il dio visita l'isola ogni 19 anni periodo nel quale si realizza la stessa volta celeste e la medesima situazione in cielo e per questo il periodo di 19 anni è chiamato dai Greci anno di Metone.
Nel momento della apparizione del dio tocca l'orizzonte e danza tutta la notte dall'equinozio di primavera alla salita delle Plejadi...".

Il testo si riferisce sicuramente ai Celti (gli Iperborei) essendo datato 300 a.C. e l'isola potrebbe essere la Britannia.
Qualcuno ha proposto Stonehenge per il tempio... (Adriano Gaspani e Silvia Cernuti - L'astronomia dei celti - "Stelle e misura del tempo tra i Druidi" - Keltia edizioni)
Scrive Venceslas Kruta:
"Si deve menzionare il legame, in apparenza molto stretto, attestato in Irlanda fra costruzioni a probabile destinazione astronomica, siano esse megalitiche o più recenti, e il mondo mitologico dei testi. Dimore di dei trasformati dai monaci cristiani in personaggi leggendari erano i luoghi principali della topografia sacra dell'isola" (pag. 535 La religione, in I celti, Aa.Vvv. Bompiani 1991).
E aggiunge (pag. 535 La religione, in I celti, Aa.Vvv. Bompiani 1991):
"L'esempio più spettacolare, rivelato grazie a scavi recenti, è quello del leggendario sito di Emain Macba, l'attuale Navan Fort nei pressi di Armagh. La cinta circolare di questa pretesa residenza dei mitici re dell'Ulster racchiudeva uno straordinario monumento circolare di legno di una quarantina di metri di diametro, che pare sia stato bruciato e seppellito intenzionalmente sotto un tumulo. Purtroppo niente ci permette di determinare il significato di quello strano rituale ne di individuare il nome della divinità in questione.
I siti dei santuari celtici scoperti sul continente non conservano neppure più il ricordo deformato della loro inserzione nel tessuto mitologico. Nella loro anonimità, essi rivelano le vestigia dei sacrifici rituali, ma mute sul loro significato e sugli dei a cui i sacrifici venivano offerti"
.
Scrive T.D. Kendrick (I segreti del druido, Milano 2001, pag. 152)

"Se i megaliti in India, nel Pacifico e in Giappone non possono essere druidici, non per questo non possono esserlo i megaliti inglesi".

Scrive T.D. Kendrick (I segreti del druido, Milano 2001, pagG. 176-177)
"La ricerca fin qui condotta ha rivelato che i templi dei druidi erano in realtà i boschi, tranne nel caso in cui la mancanza di un luogo naturale adeguato, o la graduale influenza della civiltà romana, spinsero i sacerdoti a trasformare i boschi in monumenti.
Stonehange è stato considerato l'esempio più importante del livello raggiunto dai druidi come costruttori di templi, ma io non oenso che essi abbiano mai eretto un cerchio di pietre del tipo tradizionale.
Per quanto riguarda i megaliti, infatti, la conclusione a cui si è giunti è che i cosidetti altari fossero in realtà tombe, opera, nella quasi totalità, di una civiltà molto anteriore a quella druidica; mentre alcuni dei cerchi di pietra, o templi, erano anch'essi spazi di sepoltura delle stesse popolazioni, o strutture apparentemente costruite per scopi che noi non conosciamo.
TUTTAVIA, abbiamo anche constatato che alcune tombe megalitiche e alcuni cerchi di pietre erano quasi certamente noti ai druidi, poichè non furono mai abbandonati dalla popolazione autoctona fino all'età del ferro. E se è così, si può ragionevolment eipotizzare che i druidi si siano appropriati di alcuni cerchi per le proprie cerimonie. E' questo il massimo che si possa dire a favore dell'opinione popolare sui resti megalitici"
.

Scrive T.D. Kendrick (I segreti del druido, Milano 2001, pag. 193-194)
ritengo "che l'attuale tempio di Stonehange sia druidico, vale a dire consacrato al druidismo" (non costruito)
"... quanto ai cerchi di pietre, riconosco ... che in alcuni casi qualcuno di loro sia stato utilizzato in funzione di tempio dopo la diffusione del druidismo ...
... appare un poco più probabile che alcuni cerchi di pietra in Irlanda siano stati veramente luoghi di culto degli antichi druidi ..."

Megaliti druidici
La discussione sulla possibilità di attribuire ai druidi, e dunque alla cultura celtica, i megaliti presenti in Europa, perlomeno a far data dal 2.500 a.C. secondo Venceslas Kruta che retrodata a quell'epoca la prima apparizione di popolazioni proto-celtiche in Europa, riguarda anche la concezione di formazione delle culture celtiche.

In realtà i Celti hanno quasi sempre avuto una modalità di presenza sul territorio costituita dalla fusione con le popolazioni esistenti (e dunque celtiberi, celto-liguri, celto-daci ecc.). Questo fa propendere molti studiosi verso una concezione gradualistica dell'emergere della cultura celtica.
Ciò rende altresì altamente probabile che i gruppi celtici, incontratisi-scontratisi-mischiatisi con le originarie popolazioni europee, prime costruttrici dei megaliti, abbiano assimilato e fatta propria (se già non l'avevno dalle proprio terre di origine, intendendoli come indoeuropei, il che ritengo assai verosimile, viste le pietre megalitiche esistenti in India, Tibet ecc.) questa modalità di adorazione e di religiosità, introducendo, col tempo e gradualmente, ulteriori modalità di esercizio delle pratiche rituali connesse a tali monumenti religiosi megalitici.

Come si può vedere dagli esempi che seguono, oltre a ricordare che Stonehenge ha visto le sue ultime modifiche nel 1400 a.C., e quindi in epoca del tutto compatibile con una presenza proto-celtica, secondo i criteri più aggiornati, emerge anche che venne abbandonata l'edificazione di nuovi grandi megaliti [ritengo per ragioni dettate da una maggiore mobilità delle tribù celtiche, da una più grande instabilità politica, da un maggiore impegno per la guerra], continuarono ad utilizzare non di rado nei loro sacri luoghi (nemeton) menhir, seppure di dimensioni inferiori rispetto al passato.

Pensiamo poi alle recenti acquisizioni scientifiche dell'archeoatronomia, che ha dimostrato quali sofisticate conoscenze astronomiche avessere i costruttori dei monumenti megalitici, conoscenze che gli autori classici, tra cui Giulio Cesare, riconoscono senza esitazione alcuna anche ai druidi (come dimostrano i templi sotto elencati e, ad esempio, il calendario celtico di Coligny).

Questa equilibrata visione del graduale sviluppo, con commistione culturale ed interetnica con le popolazioni preesistenti, restituisce i megaliti ai druidi.

Alcuni elementi di riflessione:
1) I Monumenti Megalitici che abbondano nelle Isole Britanniche e in Bretagna, ma che sono presenti in praticamente tutta l'Europa Occidentale. La loro collocazione cronologica è variabile dal 3200 a.C. fino a circa il 1000 a.C. Ad esempio le ltime modifiche a Stonehenge sono compatibili con la presenza di poopolazioni protoceltiche in Europa.
2) I santuari risalenti all'Età del Ferro, quindi grosso modo dal 1000 a.C. fino all'anno zero.
Questi reperti si differenziano moltissimo dai monumenti megalitici soprattutto per l'abbandono delle grosse pietre in favore dell'impiego di menhir di dimensione relativamente ridotta e di strutture lignee disposte generalmente all'interno di un fossato o di un terrapieno di forma circolare o rettangolare.
Questi santuari denominati "Nemeton" sono di origine prevalentemente celtica essendo stati costruiti per ragioni rituali da quasi tutte le popolazioni celtiche stanziate sul territorio europeo grosso modo dal 600 a.C. in giù.
La stragrande maggioranza dei Nemeton furono progettati e costruiti secondo criteri astronomici e matematici che gli studiosi possono facilmente mettere in evidenza qualora l'analisi dei siti sia condotta mediante l'applicazione di tecniche adeguate.
http://www.vialattea.net/archeo/introduz.htm
3) I grandi monumenti megalitici di Elia Cozzi (Gruppo Astrofili "A. e G. Bernasconi")
I Celti abitarono proprio le regioni, quali l'Inghilterra e la Francia, dove si trovano molti resti di circoli, ma durante l'età del ferro. Quindi è probabile che le civiltà celtiche di ceppo indoeuropeo si fusero con le popolazioni autoctone costruttrici di questi monumenti assimilandone la cultura e le conoscenze astronomiche. Si hanno, infatti, testimonianze di templi eretti dai Celti utilizzando menhir che risalgono all'età del ferro.
http://www.mtsn.tn.it/astrofili/notiz/not16/megaliti.html
4) Il nemeton di Libenice
Il nemeton di Libenice, vicino a Praga venne costruito e utilizzato dai Celti della tribù dei Boi che lo abbandonarono intorno al 400 a.C in seguito alle migrazioni che li spinsero verso l'Italia centrale.
Il santuario era un recinto rettangolare di 24m x 80m circa delimitato da un fossato.
Presso il lato sud-orientale era stata ricavata una zona infossata nel
terreno, grosso modo a forma di 8, nella quale erano stati posti un menhir alto circa due metri e altri più piccoli che costituivano la zona di culto principale.
Già dalle prime analisi, condotte negli anni sessanta, l'astronomo cecoslovacco Holub mise in evidenza che la progettazione era stata eseguita sulla base di criteri astronomici.
Holub riconobbe alcuni elementi che suggerivano la presenza di possibili orientazioni verso il punto di sorgere del Sole al solstizio d'inverno.
L'asse del recinto rettangolare del nemeton nel suo complesso risulta orientato 24 gradi a sud rispetto alla direzione equinoziale (la Est-Ovest) calcolata per il V secolo a.C. nonostante che dall'analisi della topografia del luogo sia risultato che nessun impedimento geografico o topografico limitasse la costruzione del recinto sacro con l'asse maggiore rivolto verso altre direzioni.
Escludendo la costruzione e l'orientazione mediante criteri casuali in quanto era abitudine dei Celti utilizzare linee di riferimento rituali o magiche per le costruzioni dei luoghi sacri, allora il fatto di aver scelto una orientazione intermedia tra la direzione di sorgere del Sole agli equinozi e quella dalla levata solare solstiziale invernale implica chiaramente che la direzione verso cui l'asse del nemeton di Libenice è orientato è astronomicamente importante, ma non di natura solare [http://www.vialattea.net/archeo/sorbona.htm]
5) L'utilizzo da parte delle popolazioni britanniche successive a Re Artù di Menhir a fini celebrativi:
vedi il monumento di Voteporix il Protettore http://panther.bsc.edu/~arthur/merlin.html, con immagini.

 Menhir di Kervignen


Britannia sacra
CESARE, De Bello Gallico VI, 13:
"Si pensa che la dottrina dei druidi sia nata in Britannia e che da lì sia passata in Gallia, e ora chi la vuole conoscere più profondamente va per lo più in Britannia a impararla. Disciplina in Britannia reperta atque inde in Galliam translata existimatur, et nunc qui diligentius eam rem cognoscere volunt, plerumque illo discendi causa proficiscuntur."

Disciplina (druidica) in Britannia reperta
la formula non è dubitativa come nella traduzione italiana che ho riportato.
Ho trovato una traduzione molto più aderente al testo latino, di cui comunque ne fa la perifrasi, ampliando la secca concisione del testo cesareo:
:
E' opinione comune che l'organizzazione dei druidi sia originaria della Britannia, e di lì sia passata in Gallia ed ora chi vuole approfondirne lo studio, si reca per lo più in tale isola, alla ricerca di notizie al riguardo.

La conferma della Britannia come centro sacro del druidismo intero è data dall'episodio di Dumnorige, il fratelo di Diviziaco, che rifutò di seguire Cesare nellavventura in Britannia adducendo motivi religiosi, e per questo il vendicativo proconsole romano lo fece proditoriamente assasinare: il rifiuto ha una chiara origine. "Dato il carattere sacro, la Britannia era inviolabile per i Galli: nessun guerriero celtico poteva sbarcare in armi e con intenzioni ostili, senza infrangere uno dei più gravi geasa (tabù) dellapropria religione" (Zecchini, Vercingetorige, LAterza 2003, pagg. 30-31)

Musica celtica (e danza)
Scrive i J.V.S. Megaw ne I Celti, Bompiani, MIlano 1991-1997, pag. 658:
"Durante la prima parte dell'Età del Ferro (Halstatt C., ovvero a partire dal VII secolo a.C.) si hanno due fonti iconograficeh: le situle bronzee decorate della regione veentica (quella in Armorica bretone, non nel nord Italia) e le opere di toreutica ad esse correlate nella zona hallstattiana orientale da un lato, e dall'altro i Kegelhalsgefasse panciuti, anche essi nella zona halstattiana orientale, ritrovati nelle ricche tombe delle necropoli a tumolo della regione di Sopron nell'Ungheria nordoccidentale, in Stiria, in Slovacchia e altrove.
Mentre le situle a quanto sembra raffigurano musici che suonano durante il banchetto, nell'Europa Centrale l'impiego di strumenti musicali era parte integrante diprocessioni e danze cerimoniali.
Delle quattro principali categorie di strumenti musicali raffigurate, il predominio spetta alla lira in entrambe le zone: si tratta per lo più di una versione a quattro corde come nella Grecia omerica.
La siringa, ovvero flauto di Pan (di solito a cinque canne), è, insieme con la lira, lo strumento con maggior frequenza illustrato nell'arte delle situle. Le siringhe sono con ogni probabilità di origine est-europea piuttosto che meditterranea.
Per quanto riguarda la regione halstattiana, a quanto pare sono illustrate almeno tre diverse tipologie di lira, sempre portate davanti a sè dal suonatore in processione o nell'accompagnamento della danza, mentre i musici che compaiono nelle scene del banchetto riprodotte sulel situle stanno per lo più seduti.
Flauti di canna diritti, singoli o doppi, paragonabili agli auloi estruschi o greci antichi, sono più spesso reperibili nella zona halstattiana occidentale, mentre la figura di guerriero raffigurata su un corno semplice curvato all'insù, visibile su stele norditaliane, induce a ritenere che corni del genere fossero di oriigine etrusca.
Più a occidente, nella Germania e nella Francia meridionali, sono stati pure scoperti vasi decorati con gruppi di danzatori a braccia alzate, di sesso femminile quando sono identificabili, anch'essi risalenti al 700 a.C. circa; su di essi tuttavia non compaiono strumenti musicali.
In Austria sono stati trovati oggetti identificabili come flauti d'osso senza bocchino, mentre un unico flauto globulare di ceramica proviene dalla necropoli di Hallstatt.
Una minuscola figurina in bronzo del tardo Halstatt, forse l'imboccatura di un recipiente bronzeo o un modello cultuale come il carro di Strettweg, in Stiria, è stato scoperto a Szazhalombatta a sud di Budapest; esso costituisce la più inequivocabile immagine, di cui disponiamo a tutt'oggi, di un suonatore centro-europeo che effettivamente si serviva del flauto doppio, ovvero aulos, cosa altrimenti non documentata nel mondo celtico fino all'arrivo dei romani.
Al pari di tutti i suonatori dii strumenti dellEuropa centrale e settentrionale, quando se ne può stabilire il sesso, la figurina ungherese è inequivocabilmente maschile...
Dalla Britannia provengono due flauti di osso frammentari recuperati nel 'villaggio' lacustre di Glastonbury, ognuno dei quali a quanto sembra con tre fori per le dita; da una tomba ... a Scaty Hill sul Malbam Moor nello Yorkshire occidentale, proviene un terzo flauto ricavato da una tibia di pecora coon tre fori, uno dei quali per il pollice.
A quanto sembra, quest'ultimo condivide con le molto più antiche siringhe di Przeczyce una sonorità pentatonale, dinorma ritenuta base delel tradizioni musicali di gran parte dell'Europa centrale e orientale.
... l'archeologi amusicale dell'Età del ferro dispone di abbondantissimi documenti per quanto attiene la trombe celtiche ... carnix dal (tardissimo) nome greco di corno o tromba ricavata da corno animale ... compaiono sulle monete ...e immagini di corni terminanti con teste zoomorfe sul fregio, risalente al II secolo a.C. , del santuario di Atena a Pergamo, che commemora la vittoria di Attalo I sui Celti Galati in Turchia nel 240 a.C. ..
il grande calderone di Gundestrup .. su una delle sue placche interne ... Celti coevi suonatori di corni da guerra. I corni recano decorazioni a forma di teste di cinghiale, l'animale più comunemente associato dai Celti con la guerra, la morte e il banchetto.
La monetazione celtica propone ... carnix tenuto e suonato verticalmente".

di Rolando Dubini
rolando.dubini@fastwebnet.it
http://guide.supereva.it/musica_celtica_/
http://it.groups.yahoo.com/group/celtegh


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