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11 Febbraio 2004 STORIA
Paolo Bellintani
Archeologie sperimentali
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Anche per l'Italia, sebbene con un certo ritardo rispetto alla lunga tradizione centro e nord - europea, la sperimentazione in archeologia, soprattutto quella preprotostorica, non è un tema nuovo, ma è altresì diffusa la sensazione che a fronte di molte singole esperienze, manchi un quadro generale di riferimento.
Come si qualifica l'archeologia sperimentale nell'ambito delle scienze dell'antichità? Con quali ambiti disciplinari confina e interagisce? Cosa si sperimenta e per chi? Infine chi sono (o chi devono essere) i soggetti in campo: archeologi, "archeotecnici", operatori non altrimenti qualificati?
L'Ufficio Beni Archeologici della Provincia Autonoma di Trento, già da tempo operante in tale settore, ha preso spunto da queste domande per dar vita ad un incontro di studio della cui organizzazione si è fatto carico Paolo Bellintani, funzionario dell'Ufficio, in collaborazione con Giorgio Cheliodonio, sperimentalista in ambito litotecnico da oltre vent'anni.
Il titolo "Archeologie sperimentali" indica uno stato di fatto: la pluralità, in senso quantitativo e qualitativo, delle esperienze presenti in Italia negli ultimi anni. Manca invece un dibattito scientifico non episodico, situazione che ha, tra le varie conseguenze, anche quella di ingenerare fraintendimenti e confusioni, soprattutto nel momento in cui la richiesta di questo tipo di attività nel campo della divulgazione (scuole, musei e ora anche parchi archeologici) sta divenendo consistente. Con queste riflessioni, pertanto, ci si è rivolti ad un'ampia schiera di protagonisti del settore, cercando di definire i diversi possibili approcci al tema proposto ossia, come recita il sottotitolo del convegno, "metodologie ed esperienze fra verifica, riproduzione, comunicazione e simulazione".
Ne è emerso un quadro sostanzialmente positivo e per molti versi inaspettato. Innanzitutto la partecipazione: circa 250 persone tra addetti ai lavori (colleghi di Soprintendenze, Musei e Università), insegnanti ed infine giovani neo-laureati e laureandi già attivi in questo settore.
L'impressione complessiva è che l'archeologia sperimentale sia oggi un tema "caldo" non solo per chi guarda in direzione di un approccio sistemico alla conoscenza del passato, ma anche per chi, a vari livelli, ha responsabilità nel campo della valorizzazione del patrimonio archeologico. Ci si riferisce in particolare alla tematica dei parchi archeologici che, come sancito anche dalla vigente normativa, necessitano di un impegno e di un'offerta superiori rispetto alle tradizionali proposte di musealizzazione di aree di interesse archeologico. La sperimentazione, soprattutto dove la necessità di "ri-costruire" è maggiore, offre una consistente e imprescindibile banca - dati che integra e supera i tradizionali apparati della didattica museale.
Nei prossimi anni il Trentino vedrà la realizzazione di iniziative di valorizzazione e tutela di importanti aree archeologiche quali l'abitato di Sanzeno (Val di Non), l'area fusoria del Passo Redebus (Valle del Fersina - Altopiano di Pinè), il sito pluristratificato di Monte San Martino (Tenno - Riva del Garda) ecc. La proposta di un convegno di archeologia sperimentale è nata come iniziativa collaterale e di supporto ad uno di questi progetti: il parco archeologico di Fiavè, che sarà realizzato presso l'area di scavo delle ormai ben note palafitte dell'ex lago Carera. Grazie alla pubblicazione integrale dei dati di scavo, nel 1988 veniva avviato il "Progetto per la valorizzazione della Torbiera e delle palafitte di Fiavè". Il progetto, ad opera dei Servizi Beni Culturali, Parchi e Foreste ed Urbanistica dell'Amministrazione provinciale di Trento, prevede la realizzazione di un parco nella torbiera e di un centro museale nel paese di Fiavè. Nel corso degli anni '90 sono stati acquisiti al demanio pubblico da un lato più di 30 ettari di torbiera, nel cui ambito è stato creato un itinerario di visita attrezzato, e dall'altro, nel centro del paese, la cinquecentesca "Casa Carli", futura sede museale. Nel contempo, da parte dello Studio di architettura del paesaggio degli architetti Ferrara di Firenze, è già stato elaborato il progetto di massima del parco che coniuga le esigenze dei servizi offerti al pubblico con le necessità di conservazione e tutela del biotopo e dell'area archeologica.
La sperimentazione non riguarderà soltanto la fase di "ri-creazione" del sito palafitticolo,
ma la vita stessa del parco. Come avvenuto con questo convegno, sarà infatti possibile realizzare una proficua sinergia tra incontri mirati ad attività di ricerca sperimentale e divulgazione scientifica. In diretta relazione con il sito archeologico ospitante, la tematica del legno sarà certamente una delle linee di ricerca principali, anche sulla scorta di quanto già acquisito grazie alle analisi sulle essenze vegetali, alle sperimentazioni eseguite e presentate al pubblico in occasione della mostra "Archeologia del legno" (Trento 1988) e alle esperienze svolte e in corso, da parte del nostro Laboratorio di restauro, nel settore della conservazione e del restauro dei materiali organici. Inoltre il futuro parco potrà assumere un ruolo centrale nell'ambito di sistemi museali del tipo "museo diffuso", in collegamento con altre emergenze storico - archeologiche e ambientali del territorio, nonché con altri ambiti di possibile sperimentazione relativi a situazioni cronologicamente più vicine: dall'età romana a quella pre - industriale.
Ci sembra doveroso ringraziare, anche a nome dei curatori del Convegno, quanti hanno permesso la buona riuscita di questa iniziativa. Innanzitutto i relatori (in particolare gli ospiti stranieri) e le Amministrazioni che assieme e noi hanno collaborato all'organizzazione del Convegno: il Comune di Fiavè e l'Azienda di Promozione
Turistica di Comano Terme - Dolomiti di Brenta. Di quest'ultima è giusto sottolineare il costante impegno, in questa come anche in altre comuni iniziative, di Alessandra Odorizzi e Emilia Manfredini.
Nella stessa Amministrazione Provinciale diversi altri Servizi sono stati coinvolti a vario titolo e senza il loro appoggio l'iniziativa non sarebbe stata possibile: il Servizio Attività Culturali (per le riprese video curate da Luciano Rizzi e dai colleghi del Centro Audiovisivi); il Servizio Parchi e Foreste Demaniali (competente per il biotopo di Fiavè); il Servizio Prevenzione e Calamità Pubbliche (che ha messo a disposizione le strutture per l'attività "sul campo" a Fiavè); il Servizio Relazioni Esterne (per i servizi di traduzione ed interpretariato); il Castello del Buonconsiglio - Monumenti e Collezioni Provinciali (in particolare il Direttore Franco Marzatico che ha guidato i convegnisti alla visita del Castello di Stenico).
Il Museo Civico di Rovereto ha reso disponibili i filmati della cineteca del suo film festival per i quali in particolare ringraziamo, oltre al direttore Franco Finotti, il responsabile della cineteca Dario Di Blasi.

Gianni Ciurletti
Direttore dell'Ufficio Beni Archeologici

La sperimentazione nella ricerca archeologica: lo stato dell'arte in Italia
Un'occhiata ad internet, tramite un buon portale, è senza dubbio il modo più veloce per rendersi conto di cosa comunemente si intenda oggi, in Italia, quando si parla di "archeologia sperimentale". Sono decine e decine i siti in cui viene usata questa definizione. In molti casi non si tratta di siti specificamente dedicati all'argomento ma, ad esempio, di proposte riferibili al cosiddetto "eco-archeo-turismo", oppure di laboratori e centri didattici, talvolta collegati ad istituzioni museali o a parchi "archeologici" (spesso più correttamente definibili come "tematici").
Paradossalmente sono invece assai rari i casi di istituzioni dedicate, in tutto o in parte, alla ricerca, per cui viene da chiedersi che cosa realmente venga divulgato se la ricerca sperimentale è talmente sottodimensionata rispetto all'offerta divulgativa.
C'è un equivoco di fondo e il tentativo di chiarimento che è emerso in diverse relazioni della sessione del convegno dedicata alla ricerca, è probabilmente uno dei suoi meriti principali. "Sperimentare" non significa solamente riprodurre qualcosa con modalità coerenti con quanto sappiamo (o supponiamo) della tecnologia antica. Si tratta piuttosto del sottoporre a concreti test di verifica le catene operazionali desunte attraverso l'indagine del record archeologico ed in particolare delle tracce che in esso sono state riconosciute come "spie" di azioni, processi, comportamenti. Tali "spie", ovvero, parafrasando Carlo Ginzburg, le radici di quel paradigma indiziario che è fondamento del metodo storico, sono di norma valutate speculativamente nei loro aspetti formali e simbolici (archeologia), e talvolta in senso quantitativo nella loro intrinseca natura fisica (archeometria). La sperimentazione ha invece come obiettivo quello di contribuire ad una valutazione qualitativa e quantitativa del record archeologico, tramite la riproduzione di comportamenti il cui esito finale siano non
solo e non tanto i "ri-prodotti", ma le "spie", i residui post - deposizionali dell'agire umano, che andranno confrontati e commisurati alle tracce rinvenute nei contesti di scavo o sull'oggetto antico (gli indicatori archeologici). In questo senso la sperimentazione agisce in parallelo e in stretta connessione con l'etnoarcheologia che osserva e registra in modo analogo (ma "sul vivo") i processi comportamentali e i loro esiti; richiede l'ausilio di tecniche archeometriche per operare sulla base di parametri equiparabili a quelli usati sui depositi e sui materiali archeologici; propone interpretazioni, soprattutto nell'ambito di comportamenti qualificabili come "utilitaristici".
Se questo, nella sostanza, può dirsi un punto acquisito (quantomeno sul piano delle potenzialità, più che della prassi) molte altre sono state le domande a cui un convegno volutamente "generalista" non poteva rispondere esaurientemente. Ci si è chiesti, cioè, se l'archeologia sperimentale possa effettivamente essere definita come un ambito disciplinare, ovvero quali sono i protocolli procedurali seguiti nelle esperienze fino ad oggi realizzate, quali sono i principi teorici che sostengono i metodi impiegati, quale è il "luogo" dove tali esperienze, metodi e principi vengono discussi ed infine se esiste una comunità scientifica che vi si dedichi in modo non episodico.
Ciò che è emerso nel corso del convegno è che l'archeologia italiana vive nell'archeologia
sperimentale una delle sue molte contraddizioni. Abbiamo, e non da ieri, sperimentalisti di valore internazionale, ma la maggior parte delle iniziative sono ancora affidate alla buona volontà e all'esperienza dei singoli, e le pratiche sperimentali stentano ancora a trovare uno spazio istituzionale nel mondo accademico e nella didattica universitaria.
Vi sono eccezioni (Università di Roma, Ferrara, Siena) non a caso accomunate dal medesimo campo di indagine, le industrie litiche, che più di altri settori può contare su una tradizione che fonda le sue radici nella ricerca funzionalista. Da questa più lunga esperienza deriva un altro importante correlato, l'esistenza di un dibattito formalizzato che, anche se in maniera episodica e in spazi e luoghi non specificamente deputati (almeno in Italia) ha permesso la crescita professionale di giovani ricercatori e la disseminazione di risultati e soprattutto di nuovi approcci analitici. Al contrario, lo scenario si fa più rarefatto mano a mano che il campo di indagine si allarga alla molteplicità degli aspetti tecnologici di epoche più recenti (dalle società protostoriche in avanti). Non che si tratti di un numero troppo esiguo di esperienze, né tanto meno di basso livello qualitativo. Si tratta piuttosto della loro collocazione, spesso marginale nell'ambito di pubblicazioni o manifestazioni incentrate su altri aspetti della ricerca archeologica, che ne fa delle esperienze in certa misura isolate, talvolta autoreferenziali. E' forse questa l'emergenza che più è stata sottolineata nel corso di un dibattito svoltosi, come spesso accade, più "dietro le quinte" che in sala. Certo mancano, come sempre, "soldi e soldati", ma mancano soprattutto le occasioni di confronto, e conseguentemente delle banche - dati facilmente accessibili. Il salto di qualità starebbe soprattutto nella possibilità di programmare la ricerca e non solo di intervenire "a corollario", sulla scorta del modus operandi delle vecchie "discipline ausiliarie" (soprattutto quelle archeometriche) che ora anche nel nostro paese stanno assumendo un proprio statuto ed una maggiore capacità di porsi su un piano realmente interdisciplinare.
Si è discusso anche alla luce di alcune significative esperienze straniere (francesi, tedesche, svizzere ma anche statunitensi) incentrate soprattutto sulla tematica dei parchi archeologici. Si è potuto verificare che anche in Italia esistono realtà che nulla hanno da invidiare ai più famosi esempi d'oltralpe. Piuttosto la più lunga esperienza di molti paesi europei ha permesso di mettere a fuoco un fenomeno che da noi ancora si coglie poco, ovvero quello della sempre più prevalente tendenza "commerciale" di molte istituzioni nate a scopo di ricerca e divulgazione scientifica. Non volendo entrare qui nello specifico di questa tematica, ci limitiamo a sottolineare uno dei punti emersi nel corso del convegno, ovvero che anche nel caso dei parchi archeologici vale il principio che la valorizzazione passa di necessità attraverso la ricerca e che questi nuovi luoghi della divulgazione archeologica devono essere anche centri promotori di dibattito scientifico.

di Paolo Bellintani
paolo.bellintani@provincia.tn.it


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