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28 Aprile 2005 MISTERO
Alberto Arecchi
Antichi celti in America
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Nota - Questo articolo riassume le opinioni espresse dal professor Barry Fell nel suo libro: America a.C., Antichi colonizzatori nel Nuovo Mondo (prima edizione 1976).

La maggior parte del pubblico è convinta che nessun europeo sia arrivato in America, prima di Cristoforo Colombo o del capo vichingo Leif Eriksson; tale convinzione si è consolidata nell'opinione pubblica nel corso dei secoli, sino a diventare un vero e proprio dogma. Per gli americani odierni, la "grande storia" sembra cominciata non in un'antichità remota (come nel resto del mondo), ma con la comparsa sulla scena di uomini grandi e famosi, tanto noti e ben documentati, che qualcuno potrebbe anche pensare di trovare negli archivi i loro certificati di nascita o le loro tessere della sicurezza sociale.
Controcorrente, il professor Barry Fell, nel corso dell'estate del 1975, si convinse dell'esistenza di antiche iscrizioni e luoghi archeologici negli stati americani del New England, in particolare nel New Hampshire e nel Vermont, e ritenne di dover attribuire quelle testimonianze ad un'antica colonizzazione celtica. La presenza d'iscrizioni, in diverse lingue e in diversi alfabeti, tipici dell'Europa e del Mediterraneo di oltre 2500 anni fa, indicava non soltanto l'installazione di colonie celtiche, ma anche quella di baschi, libici e persino di egizi.
Nel suo libro America B.C. (1976), Barry Fell scrisse con enfasi lirica:

"Circa tremila anni fa, imbarcazioni di marinai celti attraversarono l'Atlantico del nord sino al Nord America. Venivano dalla Spagna e dal Portogallo, lungo la rotta delle Isole Canarie, e navigavano con gli stessi venti che Colombo avrebbe sfruttato, secoli dopo. Il vantaggio di tale rotta è che i venti agevolano la traversata da est verso ovest, ma per i celti, abituati ad un clima temperato, essa comportava l'inconveniente di trasportarli alle Indie Occidentali, in un clima tropicale: un luogo inadatto per uomini del Nord. Perciò, dopo lo sbarco nei Caraibi, essi andarono a stabilirsi sulle coste rocciose e nell'entroterra montuoso del New England. Il nome dato a quella terra era Iarghal, che significava "al di là del tramonto". I monaci che scrivevano i manoscritti irlandesi nel medioevo si ricordavano ancora in che modo scrivevano gli Iarghalte ("abitanti del tramonto"), anche se erano trascorsi molti secoli da quando le navi europee avevano visitato quelle lontane sponde. I Celti costruirono villaggi e templi, eressero cerchi druidici e seppellirono i loro morti in tombe a tumulo. Erano ancora qui ai tempi di Giulio Cesare, come testimonia un monolito graffito, sul quale la data della grande festa celtica di Beltane (primo maggio) è data in numeri romani, secondo il calendario giuliano, introdotto nel 46 a.C. Al seguito dei pionieri celti vennero commercianti fenici e ispanici, uomini di Cadice che parlavano la lingua punica, ma scrivevano col proprio particolare alfabeto, noto come iberico".

Secondo Barry Fell, i druidi eressero templi solari e cerchi di pietre nel continente che oggi chiamiamo America, e su quelle pietre incisero iscrizioni con l'antico alfabeto celtico detto ogam. In Europa i celti avevano fatto la stessa cosa, ma - col Cristianesimo - i sacerdoti fecero cancellare tutte le antiche iscrizioni pagane, per sostituirle con un ogam cristianizzato, o per lasciare la pietra nuda, e tutti i particolari legati al culto della fertilità furono totalmente distrutti. La romanizzazione - ma ancor più la cristianizzazione - fecero scomparire le tracce degli alfabeti ogam più antichi. Non così in America, ove i celti non furono mai convertiti al Cristianesimo, le loro antiche iscrizioni rimasero intatte, ed un'imponente quantità di gigantesche pietre falliche caratterizza gli antichi luoghi di culto. Secondo le ricerche di Barry Fell, in Nord America sarebbero rimaste visibili le fasi più antiche del pensiero e dei riti religiosi dell'uomo europeo, di cui in Europa si conservano solo esigue tracce.
Nel libro di Fell sono riportate diverse iscrizioni trovate in America, scritte in diverse lingue, con diversi sistemi di scrittura. Una lingua è il libico ed un'altra l'antica lingua celtica detta goidelica, scritta in una speciale varietà di caratteri ogam, originari della penisola iberica. Un'altra è la lingua di Tartesso (Tarshish), antica città posta nel sud-ovest della Spagna; e ve ne sono altre ancora.


Come fu decifrato l'ogam irlandese - Il revival celtico
I monaci irlandesi del Medioevo custodivano un antico sapere, mentre l'Europa era sconvolta dai barbari invasori. Nelle loro celle di pietra, in remoti eremitaggi su isolette, quei devoti servi di Dio, sopravvissuti al collasso dell'impero romano d'occidente, fondarono splendide dimore per la Chiesa, ricopiarono antichi manoscritti e ne riempirono le biblioteche. Uno di quei manoscritti, noto come "Libro di Ballymote", trascritto circa ottocento anni fa, è una raccolta miscellanea di vari testi. Alla fine di esso si trova il "trattato ogam", con una settantina di varietà dell'antica scrittura celtica ogam, detta anche "scrittura a solchi". Il principio è abbastanza semplice: si tratta d'una specie di alfabeto, composto di quindici consonanti e cinque vocali, con pochi altri segni che rappresentano lettere doppie e dittonghi. Le lettere sono costituite da gruppi di segni paralleli (da uno a cinque), posti sopra, attraverso o sotto una linea-guida. L'ogam può essere scritto a piacere, dall'alto in basso o viceversa, oppure orizzontalmente, e persino lungo i raggi divergenti d'un cerchio.
Quello che sembrava un codice inventato dai monaci medievali fu identificato come la chiave per comprendere le antiche iscrizioni irlandesi in lingua gaelica, in cui i segni ogam erano posti in parallelo con gli alfabeti romanico e gotico, usati in epoca cristiana.

 Pagina dal Libro di Ballymote, col Trattato Ogam

Dopo i primi tentativi di decifrazione dell'ogam, compiuti nel 1784 dal colonnello Vallancey e dal giovane O'Flannagan, altri due studiosi - con le dovute credenziali universitarie - intrapresero gli studi sull'alfabeto ogamico: il molto reverendo dr. Graves, vescovo di Limerick (e quindi uno dei pilastri della Chiesa anglo-irlandese) e Sir Samuel Fergusson, distinto avvocato e consigliere della Regina Vittoria. Il vescovo raccolse una collezione di calchi cartacei d'iscrizioni irlandesi su pietra, e presto riuscì a dimostrare che una sequenza di caratteri ogam, che si legge M-A-Q-Q-I, si trova quasi sempre nella parte centrale di un'iscrizione, preceduta e seguita da altre due sequenze, che talvolta possono corrispondere a nomi personali di antichi personaggi irlandesi. Il termine maqq significava "figlio di", come il moderno "mac", ed era seguito dal nome del padre. Questa scoperta fece una grande impressione sugli studiosi inglesi, perché mostrava anche che gli antichi irlandesi usavano la declinazione in casi (la "i" finale è una desinenza genitiva). Il parallelo col latino era troppo lampante ed allettante da essere trascurato facilmente.
Il dr. Samuel Fergusson scoprì iscrizioni ogam sulle architravi di costruzioni simili a granai (in gaelico dette raths). Parti di quelle iscrizioni erano nascoste all'interno, coperte da parti in muratura, e certi raths erano menzionati nei manoscritti irlandesi come costruiti in tempi pagani. Si scoprirono iscrizioni bilingui su lapidi, col nome della persona morta scritto sia in caratteri ogam sia in lettere latine. Non poteva essere un momento migliore, perché, sotto l'influenza del principe Albert e della Regina, l'Inghilterra si stava rivolgendo alla contemplazione dell'arte gotica, Tennyson stava per cantare gli "Idilli del Re" e mettere tutta l'Inghilterra sotto l'incanto dei romanzi arturiani di Cornovaglia, Galles e Britannia.
Uno degli antichi nomi dell'Irlanda era Ibheriu, pronunciato "Iveriu", il che suggeriva una derivazione da un più antico termine Iberiu. Ciò era molto interessante, perché le storie gaeliche affermano che gli antenati dei gaeli provenivano dall'Iberia, antico nome della Spagna. Iberiu poteva essere lo stesso d'Iberia: il nome dell'antica patria trasferito alla nuova? Alcuni linguisti pensano che possa essere proprio così.

 Richard Bolt Brash (1817-1876), uno dei pionieri degli studi sull'alfabeto ogam irlandese


Varietà d'alfabeti
I più antichi riferimenti alla scrittura ogam degli antichi gaeli si trovano in un libro compilato dal vescovo di Kildare, di nome Finn Mac Gorman, che morì nel 1160 d.C. Noto agli studiosi come Libro di Leinster, si trova nella biblioteca dell'Università di Dublino. Nel Libro di Leinster troviamo l'alfabeto ogam nella forma usata sugli antichi monumenti di pietra della Gran Bretagna.
Un simile alfabeto ogam è registrato nel Libro di Ballymote, al numero 16 d'una serie di settanta alfabeti noti all'autore del Trattato di Ogam. Il libro si trova oggi nella biblioteca dell'Accademia Irlandese di Dublino. Un altro antico libro, del 1416, conservato nella biblioteca dell'Accademia Irlandese, si chiama Libro di Lecan. Esso comprende un trattato di grammatica, Uraceipt nan-Eges (Sillabario dei Bardi), attribuito alla mano di Cennfaclad "il Saggio", che morì nel 677 d.C. Inoltre è stato accertato che Cennfaclad ricavò quel materiale da trattati ancor più antichi, scritti da druidi che si chiamavano Amhergin e Feir-ceirtne, vissuti prima dell'era cristiana. Questa dichiarazione è interessante, perché la varietà di ogam presentata nell'Uraceipt è la stessa del Libro di Leinster, corrispondente al n. 16 del Libro di Ballymote, e in generale con l'ogam lapidario della Gran Bretagna.
Visto che l'ogam tipico dei druidi precristiani Amhergin e Feir-ceirtne ha il n. 16 nella serie del Libro di Ballymote, dobbiamo forse trattare gli alfabeti di Ballymote dal n. 1 al n. 15 come ancor più antichi, più antichi persino dell'ogam lapidario dei monumenti irlandesi?
Sino a periodi molto recenti, gli studiosi hanno risposto di no.
L'unico ogam lapidario conosciuto in Gran Bretagna è il n. 16 di Ballymote. Poiché l'ogam delle antiche iscrizioni è ovviamente precedente a quello dei manoscritti medievali, tutti gli altri stili ogam presentati nei libri citati sembravano essere l'invenzione infantile e più recente di monaci, che non avevano altro da fare salvo applicarsi ad inventare codici per scriversi l'un l'altro delle lettere segrete.
Ebbene, Barry Fell scoprì che talune delle iscrizioni del Nord America erano scritte proprio in quei caratteri che non si trovavano in Europa.

Tracce in Spagna ed in Portogallo
L'archeologia si trovava alle soglie di un'eccitante scoperta, che avrebbe identificato tracce scritte dei celti molto più indietro nel tempo di quanto nessuno osasse sperare. Ricapitoliamo, seguendo le argomentazioni di Barry Fell:

"1 - Sembra che solo i celti gaelici della Britannia usassero il sistema di scrittura ogam. I galli di Francia ed i P-celti dell'antica Britannia usavano caratteri greci o latini, come si vede sulle loro monete.
2 - La tradizione gaelica dichiara che gli antenati giunsero in Britannia da una patria primitiva: la penisola iberica.
3 - Il nome più antico dell'Irlanda è Ibheriu e somiglia ad Iberia. I popoli migranti di solito riproducono il nome dell'antica patria nella nuova".

In base a questi elementi, Barry Fell pensò d'indirizzare in Spagna ed in Portogallo la ricerca di possibili iscrizioni ogam. Alcune le iscrizioni trovate in America, lungo il corso del fiume Paraguay, eerano scritte in una varietà di ogam che impiegava solo consonanti e ometteva le vocali. L'abitudine di scrivere solo le consonanti è una caratteristica dei popoli semiti, e nel millennio prima di Cristo caratterizzava i fenici, noti per aver colonizzato la Spagna meridionale e fondatori di Cadice, città il cui nome si leggeva nelle iscrizioni. Essi portarono la loro lingua semitica in Spagna, dove fu adottata da nativi iberici, che scrivevano in modo simile al fenicio. La cosa più curiosa tra queste iscrizioni in ogam è proprio che la lingua non è un dialetto celtico, ma piuttosto una specie di fenicio. In altri termini, i navigatori iberici che avevano inciso le iscrizioni sui muri di una grotta, presso le acque navigabili del fiume Paraguay, avevano usato due diversi alfabeti, uno ogam e l'altro iberico, mentre la lingua era in entrambi i casi un dialetto fenicio.

 Piccolo vano di costruzione megalitica a Mystery Hill, North Salem, New Hampshire (foto P. J. Garfall)

Fell identificò alcune località portoghesi in cui si potevano trovare iscrizioni ogam. La scrittura impiegata era una varietà dei caratteri ogam detti, nel Libro di Ballymote, Aradach Finn (scala di Finn). Apparve che la sequenza numerica degli stili ogam nel Libro di Barrymote costituiva una progressione in ordine temporaneo: i più antichi sono quelli col numero più basso, e sono proprio questi stili arcaici che si trovano diffusi al di fuori delle Isole Britanniche.
Lo stile iberico dell'ogam, specialmente come si trova a Cachão da Rapa, nella valle del Douro (Portogallo del nord), è associato con simboli solari come il disco del sole e la scacchiera, che sembra raffigurare un'antica forma di quadrante solare, già ben nota dai siti di culti solari ovunque in Europa, come per esempio le culture della prima Età del ferro di Taranto, Napoli e d'altre località del sud Italia. In alcuni di quei siti europei il simbolo della scacchiera è associato con la rotula solare, la cosiddetta ruota in miniatura, un simbolo solare universale. Più tardi, nel Nord America, sarebbero stati trovati gli stessi simboli associati con evidenza al culto solare e - come negli esempi iberici - accompagnati da iscrizioni ogam della varietà Finn.
Un altro tipo di ogam si trova in Iberia, ad esempio nei dipinti-rebus di Cogul (Lerida, Spagna). Un rebus è un modo di scrivere in cui le lettere sono adattate per suggerire un'immagine del soggetto cui ci si riferisce. Ci è familiare nel campo della pubblicità: ad esempio la parola PANE sagomata con la forma di un vero pane. Tale stile di scrittura era molto più diffuso in tempi antichi che non oggi. A Cogul c'è un rebus affascinante in cui le lettere ogam sono sistemate intorno a righe alternativamente orizzontali e verticali, in modo da produrre le immagini stilizzate (diremmo nello stile di Picasso) di due cervi, con le gambe ed i palchi formati da tratti di scrittura ogam, mentre i corpi ed i colli sono le righe d'appoggio. Al disegno si aggiunge l'immagine d'un giovane con arco e freccia.
Un terzo tipo di ogam si può trovare in Spagna, corrispondente a quello che il Trattato Ogam chiama Cos-Ogam e Sron-Ogam, classificato da Macalister come criptocheironomia, una lunga parola derivata dal greco, che significa "comunicazione segreta tramite segni della mano". L'autore del Trattato Ogam dice che i segni sopra, a cavallo e sotto la riga rappresentano le dita, ma non spiega tutti i dettagli. Nel Cos-Ogam un uomo accovacciato può usare la propria tibia come riga di base (verticale, naturalmente) ed usare le dita di ciascuna mano per comporre i segni da uno a cinque sui due lati, necessari a rendere le lettere. Presumibilmente i tratti che incrociano la riga di base vengono formati simultaneamente, con le dita corrispondenti di entrambe le mani. Tale procedimento permette a due persone letterate (druidi, per esempio) di scambiarsi informazioni in presenza d'altre persone illetterate (per esempio clienti d'un oracolo), in modo che i consultanti illetterati non comprendano. Si può stabilire un parallelo con le abili tecniche di certi presunti lettori della mente, o truffatori. L'altra varietà dell'ogam delle mani, citata dal Trattato col nome di Sron-Ogam, è simile al Cos-Ogam, ma si usa come riga di base l'asse del naso anziché la linea della tibia.

 Un esempio d'iscrizione nordamericana in stile ogam (Coll. J. P. Whittall II, foto J. D. Germano)

Nei cimiteri degli antichi siti celtici in Spagna le statue di defunti hanno le mani con certe dita stese ed altre piegate. La spiegazione più plausibile è che le figure si esprimano col linguaggio delle dita. Le figure di giovani sono comunemente nude, e quando sono nude tengono stese le cinque dita della mano destra, mentre solo il pollice della sinistra è levato (ricordatevi che quando state di fronte ad una persona la sua sinistra è la vostra destra). Sappiamo da scrittori classici che i celti combattevano nudi. Queste immagini possono rappresentare guerrieri morti in battaglia. L'espressione "in battaglia" in antico goidelico è qath, pronunciata come "kah". Se leggiamo le lettere delle dita nel modo suggerito, appare che i guerrieri dicono di essere morti "in battaglia".
Se leggiamo in questo modo le dita d'altri monumenti, scopriamo che le donne (vestite e con tutte le cinque dita di entrambe le mani distese) sembrano dire Q-N. Dal momento che mancano le vocali, Q-N è la forma iberica per dire qaoin, corrispondente al termine moderno gaelico ed anglo-irlandese "keen", che indica "emettere lamentazioni" per la persona scomparsa, come si fa ad un funerale irlandese. Sembra dunque che quelle signore dicano "Piangete per me" o "Abbiate pietà".
Nella mitologia celtica, come dice il prof. Poinsias MacCana dell'University College di Dublino, la ruota era la forma di rappresentazione del fulmine, e si trova un bel bassorilievo del Dio del Fulmine Taranis che impugna fulmini, su un calderone celtico, al Museo Nazionale Storico di Copenhagen. Guardate le mani di Taranis, nell'illustrazione. Entrambe tengono i pollici alzati, in un modo molto artificiale per chi stia afferrando due ruote della grandezza di quelle che egli impugna. Ancora una volta, sospettiamo un messaggio ogam celato. L'antico termine goidelico che indicava il fulmine non è noto, ma in gaelico moderno beithir può avere lo stesso significato. Fell sospetta che Taranis stia dicendo B-H o "Bith", e che ciò possa indicare il suono del termine che in tempi antichi designava il fulmine.
La collina del mistero
Il 14 giugno 1975, Barry Fell "scoprì" l'altura di Mystery Hill, "la collina del mistero", nel New Hampshire: un complesso di camere fatte di lastre di pietra, associate a pietre erette, orientate in modo che il sole tramonti dietro particolari pietre, nei giorni degli equinozi e dei solstizi. Il sito copre una decina di ettari, occupati per lo più da un bosco di seconda crescita, con muri di pietra a secco con pietre alte, a punta, triangolari, poste ad intervalli regolari nei muri. Su mezzo ettaro sorge da un labirinto di massicce camere di pietra con vari altri caratteri impressionanti e misteriosi, come la cosiddetta Tavola del Sacrificio. Alcune delle camere a lastre ricordavano i dunans (piccole fortezze) degli antichi celti goidelici.
Quando i primi coloni inglesi avevano raggiunto nel New England, avevano trovato numerosi edifici di pietra ad un piano, di forma circolare o rettangolare, lunghi anche dieci metri, ma di solito la metà, larghi sino a tre metri ed alti due metri e mezzo, o più. Alcuni erano completamente in rovina, giacenti a terra, e furono scoperti solo anni dopo, quando uno scavo o un picchetto piantato al suolo penetravano nella camera. Altri erano in parte sepolti o coperti da tumuli di terra, con alberi che crescevano sulla loro cima, tanto grandi da indicare un'età di almeno 250 anni. Altri erano totalmente fuori terra o scavati nel fianco d'una collina. Tutti erano fatti di larghe pietre ed avevano lastre di copertura del peso di diverse tonnellate. Molti avevano elaborati "comignoli" ed altri incavi ricavati nei muri.

 Un tipo di costruzione trilitica a Mystery Hill (foto J. D. Germano)


I coloni pensavano che queste strutture fossero l'opera di tribù scomparse d'indigeni e li usarono come granai e ripostigli per sementi e cereali. Alcuni furono usati come rifugi segreti dagli schiavi fuggiaschi ed altri furono adattati a distillerie clandestine di whiskey. Furono definiti "ripostigli di radici"; nel corso del tempo un gran numero di essi fu smantellato per usarne le pietre come materiale per fare muri a secco. Barry Fell racconta che, durante una visita a quel luogo:

"Dopo avere spazzolato la polvere che la ricopriva, apparve chiara alla vista una riga di scrittura ogam che si legge B-B-L. Ne potei concludere solo che si trattasse dello stesso stile delle scritture puniche e dell'ogam portoghese e spagnolo, e quindi si dovesse leggere come "Bi Bel", ossia "dedicato a Bel". Bel è il nome della divinità solare dei celti, a lungo ritenuta (ma sino ad ora senza prove) la stessa divinità del fenicio Baal…
Come presto gli eventi mostrarono, avevamo in pugno la soluzione. Nel giro di dieci giorni vedevamo dozzine di iscrizioni ogam in un altro sito, meno danneggiato e più remoto, nel Vermont centrale. Divenne chiaro che antichi celti avevano costruito le camere megalitiche del New England e che marinai fenici erano graditi visitatori, autorizzati ad adorare il sole nei santuari celtici ed a lasciare dediche nella loro propria lingua.
L'antichità delle iscrizioni di Mystery Hill poteva ora essere stabilita con una certa attendibilità all'800-600 a.C. circa (a giudicare dallo stile di scrittura delle iscrizioni fenicie) ed era chiaro che in quel periodo vi si trovassero i celti goidelici, i quali, con ogni probabilità, ne erano anche i costruttori."


La potenza marittima celtica
L'ascesa e la caduta della potenza marittima celtica è trascurata dalla maggior parte degli storici e degli archeologi, come prova lo scetticismo con cui Fell fu accolto quando cominciò a riferire delle iscrizioni celtiche in America. "Non posso dire di aver mai udito che i celti fossero marinai", era un tipico commento. Coloro che si ricordano che Giulio Cesare descrisse gli antichi britanni come selvaggi quasi nudi, che indossavano soltanto torques (collari) di ferro intorno al collo, con le spalle coperta talvolta da una pelle ferina, pensano che i britanni non avessero nulla di meglio, per varcare le acque, che un coracle(1) a un solo posto.
Nulla potrebbe essere più lontano dalla verità. La maggior parte del Libro III del De Bello Gallico di Cesare è dedicata alla più grande battaglia navale che egli abbia mai combattuto… e i suoi avversari? Non erano altri che i celti di Bretagna, la cui flotta fu rafforzata dall'arrivo d'una flottiglia degli alleati della Britannia! L'armamento navale congiunto gallico e britannico comprendeva un'immensa e potente forza, che contava - così Cesare ci dice - non meno di 220 navi, tutte più grandi e superiori per costruzione a quelle dei romani. Le navi celtiche - dice Cesare - erano costruite così solidamente da poter affrontare da sole le tempeste o i venti contrari dell'alto oceano, senza subirne danno.(2) è chiaro che quelle navi, che torreggiavano sulle galere romane, erano capaci di attraversare l'Oceano Atlantico vasto atque aperto mari, "sul vasto mare aperto", come afferma Cesare. Cesare, da rude uomo d'azione qual era, diventa quasi lirico quando descrive la splendida flotta di navi a cigno, dall'alta prora e graziose, che circondavano l'ultima terra per chiudere le galere romane nella strettoia tra le isole, dove Cesare avrebbe impegnato la battaglia navale.
Mentre le triremi e le biremi dei romani diventavano lente e poco manovrabili in acque basse, perché dotate di chiglie profonde, le navi celtiche torreggiavano alte sopra di loro, su chiglie piatte che le rendevano manovrabili nell'estuario. Benché la chiglia aiuti la nave a non andare in deriva di fronte al vento, non è un elemento indispensabile. Nessuno nega la capacità di navigare sull'Oceano delle navi vichinghe, e i loro resti, riesumati, mostrano che avevano il fondo piatto. Non c'è bisogno perciò di mettere in dubbio le affermazioni di Cesare.
Le imbarcazioni celtiche avevano alti alberi, corde e vele fatte di pelli cucite; il cuoio era molto più solido nelle tempeste dell'Atlantico del lino egiziano o delle vele romane. Erano navi spinte dal vento e dall'abile conduzione dei loro timonieri, che sapevano controllare a piacere i soffi delle correnti d'aria, anche navigando contro vento, con grande stupore di Cesare. Resistevano bene contro il rollio delle onde dell'oceano, grazie a catene di ferro(3), mentre nelle galere romane si usavano legacci di stoffa per legare insieme le tavole. Le ancore dei celti erano tutte di ferro, un dettaglio che (visto che Cesare lo menziona) fa sospettare che le navi di Cesare usassero ancore di pietra con l'asse di legno, copiate dagli antichi nemici cartaginesi.
Per la loro superiorità di stazza e d'altezza, i marinai delle navi celtiche potevano lanciare frecce e lance sui ponti sottostanti delle galere romane, prive di protezione. L'armamento con le catene di ferro proteggeva le navi dai tentativi d'arrembaggio dei piloti romani. Le due flotte si scontrarono a mezzogiorno, e lo svantaggio dei romani fu subito evidente: erano inferiori per numero e per stazza, benché una trireme romana potesse caricare duecento uomini.
In tale situazione di pericolo Bruto pensò ad un'arma segreta, da prendere a bordo delle navi romane. Conoscendosi come marinai poco capaci, nello scontro con i cartaginesi, durante le guerre puniche, i romani avevano inventato da tempo il sistema dei ganci d'arrembaggio da lanciare sulle navi nemiche per poterle abbordare e combattere come in una battaglia terrestre. Ora, di nuovo, il genio militare romano venne in aiuto alla mediocrità navale. Era stato inventato un attrezzo affilato a forma d'uncino, chiamato falx (falce), attaccato ad una lunga corda, che era stato imbarcato in gran quantità sulle navi. Le falces venivano lanciate sui cordami delle navi celtiche, poi i rematori romani si mettevano a vogare indietro, mentre i timonieri viravano come per allontanarsi. Le falces andavano in trazione, tagliavano i sostegni e provocavano rovine nel sartiame delle navi celtiche.
I celti cercarono di allontanarsi, ma la natura giunse in aiuto ai romani. Il vento improvvisamente cadde e lasciò la flotta celtica in panne, priva di mezzi di propulsione. L'ammiraglio Bruto colse l'occasione, fece lanciare i rampini d'arrembaggio e la battaglia fu rovesciata a favore della specialità dei romani: corpo a corpo su ponti fissi. L'intera flotta celtica fu distrutta o catturata, mentre i romani rimasero con ottanta navi efficienti, con cui in seguito Cesare, nel settembre del 55 a.C., portò la guerra oltre la Manica, in Britannia.
Non c'è nessun'altra menzione di navi britanniche o galliche nei Commentari di Cesare, né in Tacito, nel secolo seguente, si trova alcuna citazione dei mezzi navali dei nativi. Sembra che la battaglia contro i veneti fosse la fine della potenza navale celtica nei tempi classici.

 Ambiente sotterraneo a Upton, Massachusetts (foto M. D. Pearson)

I Cartaginesi
Le tavolette dedicatorie punico-iberiche, trovate nel tempio di Bel a Mystery Hill, si riferiscono al dio (o forse ai committenti delle tavolette stesse) con l'espressione "di Canaan". Il termine kana'ni (canaanita) era usato per indicare sé stessi sia dai cartaginesi, sia dai fenici di Tiro e Sidone. Fell suponeva che l'iscrizione di Mystery Hill potesse indicare una dedica posteriore al 530 a.C., da persone provenienti dall'Iberia, sotto l'influsso culturale di Cartagine. Siamo pure obbligati a datarla non più tardi del 146 a.C., quando Cartagine cadde sotto i colpi di Roma. Da quel momento, nessuna nave punica avrebbe più potuto raggiungere le Americhe.
Che dire dell'iscrizione dell'isoletta di Manana, presso l'isola Monhegan, che Fell tradusse come un avviso in celtico ogam che si legge "piattaforma di carico per le navi della Fenicia"? Nell'alfabeto ogam usato si distinguono i suoni G e K, a differenza della maggior parte delle scritture del New England, in cui non sono distinte le due consonanti velari. La differenza può suggerire che l'iscrizione di Monhegan sia più tardiva. Il termine che Fell suppone indicare la Fenicia è F-N-K, da leggere "Finiki", come l'arabo Finiqi. Come alternativa, la forma F-N-K può anche indicare il popolo feni d'Irlanda, un regno di naviganti, al tempo in cui i romani sbarcarono in Britannia.


I celti in America
Entrambi i tipi di ricerca, quella sul campo e quella storica, mostravano quindi a Fell che i celti della penisola iberica erano autori delle iscrizioni ogam poste sulle antiche costruzioni di pietra nel New England. Con ogni probabilità, gli stessi celti erano stati anche i costruttori delle strutture su cui si trovano le iscrizioni. I celti ed i fenici, loro vicini in Spagna, erano capaci di navigare sino in America per colonizzare terre lontane. Un considerevole numero di celti doveva essersi stabilito nel nuovo continente, in particolare nel New England. Infatti le iscrizioni celtiche in America non potevano essere state un'invenzione autonoma degli americani! Dovevano essere venuti a scriverle gli stessi celti.
Purtroppo non vi sono scheletri da studiare. Esistono molte pietre tombali, con nomi scritti in ogam, ma niente corpi, perché tutte le pietre sono state spostate dalla loro posizione originale dai coloni del sec. XVIII e usate per costruire muri a secco, nelle fattorie e nei boschi del New England. Quando trovano pietre tombali, gli archeologi cercano di ricostruire i movimenti di quei coloni, nello sforzo d'identificare dove fossero stati sepolti i corpi, in origine. Quasi tutte le rocce del New England però sono antichi graniti, gneiss e scisti, con alto contenuto acido. Ciò significa che anche il suolo è acido, e le ossa resistono al massimo un secolo in un suolo simile. Le terre d'origine dei celti, in Francia ed in Inghilterra, sono invece in gran parte argillose o calcaree, ossia alcaline, e conservano a lungo le ossa. Anche i metalli, tranne l'oro, si deteriorano e scompaiono nel suolo acido, ma targhette ed ornamenti lavorati in pietra possono essersi conservati e forse si trovano da qualche parte, nel terreno, in attesa d'essere scoperti.
Le strutture sono di tipo megalitico, di grandi massi non rifiniti, cui sono state sovrapposte con gran cura, in orizzontale, lastre di pietra lavorate ed architravi, ciascuna del peso spesso di diverse tonnellate. Ciò è molto interessante perché, benché i tipi di costruzione dei paesi celtici in Europa siano quasi identici, molti di questi oggetti massicci sono stati considerati come opere non dei celti, ma di una razza a loro anteriore.
I testi europei di archeologia celtica dicono molto poco delle strutture megalitiche, e di fatto quasi nulla del tutto sulle costruzioni fatte dai celti. è come se i celti europei fossero abili e civilizzati, ma si dimenticassero di costruire edifici.
Invece in America, e in particolare nel New England, si possono ritrovare tutti i principali tipi di strutture megalitiche che esistono in Europa, e in molti casi essi recano iscrizioni in caratteri ogam, che tradiscono origini celtiche. Il fatto che i loro corrispondenti europei non rechino iscrizioni ogam appare dovuto al fatto che i primi padri della Chiesa Cristiana proibirono ai loro seguaci di avvicinarsi ai monumenti pagani, oppure fecero convertire l'edificio pagano in una chiesa, o in un monastero, curando innanzitutto di cancellare le scritte che ritenevano offensive.

 L'archeologo James P. Whittall II con la stele del Mill River (Fiume del Mulino), presso Boston, scritta in caratteri iberici e simile ad altre iscrizioni funerarie ritrovate in Portogallo

Alcuni monumenti megalitici in Europa sono molto antichi, anteriori ai celti. Ciò però non significa che tutti i monumenti megalitici siano anteriori ai celti, né che i celti fossero incapaci di costruirli. Possiamo classificare per tipi i monumenti megalitici. I più noti, per il loro strano aspetto, sono i dolmen, da una parola bretone che significa "tavola di pietra". Un dolmen è il memoriale d'un capo o di qualche avvenimento importante, ed ha la forma d'un massiccio masso centrale, talvolta di dieci tonnellate o più di peso, sostenuto da tre o quattro, o cinque pietre verticali, come appoggi. Se ne vedono begli esemplari a Bartlett, New Hampshire, e North Salem, Massachusetts. Altri se ne trovano nel Maine e a Westport, Massachusetts; l'ultimo è di proporzioni relativamente piccole.
Gli esempi americani corrispondono a quelli europei e del Medio Oriente. Gli esemplari più antichi conosciuti sono del Medio Oriente, molto più antichi della presenza dei celti in Europa, e mostrano che la tipologia provenne dall'Oriente. Nessun archeologo o geologo ha mai suggerito che i dolmen europei possano essere il prodotto dei ghiacciai. Del resto non ci fu nessuna era glaciale in paesi come la Siria, eppure i dolmen vi sono diffusi. Occasionalmente si trovano blocchi di pietra in bilico, detti erratici, su mensole naturali, colline o montagne, abbandonati dai ghiacciai che si ritiravano, dopo averli trascinati, ma non si è mai trovato, né si considera possibile, che un ghiacciaio abbia eretto diversi blocchi esattamente della stessa altezza, e poi abbia appoggiato con precisione sulla loro cima una pietra gigante di copertura. Certi archeologi in America, posti di fronte all'evidenza di dolmen megalitici, hanno preteso che fossero opera dei ghiacciai. Gli esperti di ghiacciai, invece, non hanno mai azzardato tali considerazioni, anzi riconoscono che quelle strutture devono essere opera d'un agente diverso dai ghiacci, e la loro opinione coincide con quella dei loro colleghi europei e siriani.
In Francia si può osservare una curiosa sequenza di gradazioni, dai dolmen più rustici ed antichi, attraverso diverse varianti, in cui le pietre di sostegno sono più squadrate, con quattro facce verticali, e un'altra varietà in cui i sostegni verticali sono stati lavorati come colonne cilindriche, che terminano, in un ultimo esempio medievale, con un gigantesco capitello che, in tutta la sua primitiva mancanza di forma, si appoggia su quattro colonne d'ordine tuscanico! Gli esempi americani sono tutti del tipo più antico, che è di gran lunga il più comune ovunque. In Irlanda i dolmen sono un po' più piccoli e somigliano a quello che si trova nel Massachusetts a Burnst Mountain.

 Uno dei ritrovamenti più importanti di J. P. Whittall, da Mystery Hill, con la dedica a "Baal, dio dei Canaanei" (foto P. J. Garfall)

La costruzione d'un dolmen, specialmente in cima ad una collina, doveva richiedere un lavoro enorme. Dopo avere innalzato le pietre verticali d'appoggio, un gran mucchio di terra, accumulata su di esse, permetteva di trascinare la pietra di copertura e di collocarla al suo posto. Dopo di che, la terra si poteva togliere, lasciando così la pietra orizzontale appoggiata sui sostegni.
Analoghi metodi di costruzione potevano essere in uso per il secondo tipo di monumenti megalitici trovati, ampiamente diffusi nel New England e con qualche esempio negli stati vicini. Si tratta della camera coperta da lastre, una costruzione a pianta quadrata o rettangolare, coi lati fatti di blocchi naturali o grandi lastre di pietra, coperta o da una gran lastra quadrata del peso da mezza ad una tonnellata oppure, negli esempi di dimensioni maggiori, da una serie d'architravi che possono pesare sino a tre tonnellate ciascuna. Sono talmente numerose da proibire l'elenco di casi particolari, ma ci si può riferire alle illustrazioni di questo libro. Strutture di tipo simile si trovano in Europa, in epoche variabili dai cosiddetti "sotterranei" scozzesi, alcuni dei quali risalgono all'epoca dell'occupazione romana, sino ad esempi molto più antichi, dell'Età del bronzo, diversi dei quali sono stati usati come tombe. Gli ultimi esempi scozzesi ed irlandesi furono usati come abitazioni in periodi di sconvolgimenti, come l'invasione dei normanni.
Gli esempi americani (molto simili a quelli europei) sono stati invece ritenuti "opera di coloni", e chiamati "depositi di radici". L'assurdità di tale interpretazione è stata dimostrata dal prof. Barry Fell e dai suoi collaboratori.


Nomi di località celtiche nel New England
Quando Barry Fell, nato in Gran Bretagna e cresciuto in Nuova Zelanda, arrivò nel New England, come uno straniero, nel percorrere le strade di campagna era spesso sorpreso e divertito, dalla straordinaria barbarità dei pochi nomi amerindi di località, sopravvissuti nella parlata storpiata dei coloni (che avevano ribattezzato quasi ogni luogo con qualche nome britannico, derivato dalla loro patria). Termini come Umbagog o Squunq evocavano immagini di rozzezza neanderthaliana ed erano completamente estranei al repertorio della sua formazione polinesiana, fatto di termini eufonici, spesso con connotazioni romantiche.
Si sbagliava. Il moderno gaelico, che conserva molte lettere scritte ma non più pronunciate, appare considerevolmente diverso se si converte in una scrittura, che lo renda foneticamente così come è pronunciato. Se ci si riferisce all'antico modo di scrivere o pronunciare il gallo, lingua ancestrale dei celti, molti nomi del New England assumono un nuovo aspetto, nonostante le diverse maniere di traslitterazione usate dai coloni, prima che Webster introducesse una forma standard di corrispondenza tra la scrittura e la pronuncia delle parole.
Prendiamo ad esempio il nome del fiume Amoskeag, ove rimangono resti archeologici importanti. Quando Fell visitò per la prima volta il sito, il nome non gli diceva niente, e pensava fosse algonchino. Invece esso ne ha uno, come J. Almus Russell ha sottolineato in un articolo del 1972. Il significato algonchino di Amoskeag è "uno che prende pesci piccoli". Fell riconobbe il termine come il celtico Ammo-iasgag, che significa "corrente del piccolo pesce". Il termine gaelico che indica il pesce è iarg ed il suffisso -ag è un diminutivo, che dà il significato di "piccolo pesce". Evidentemente la prima origine del nome era giunta agli indigeni algonchini dai celti, ma alcuni particolari, come la pronuncia precisa, si erano deformati con il passare del tempo.
Messo sull'avviso da questa sorprendente coincidenza, Fell cominciò a guardare i toponimi del New England con un occhio nuovo, più critico, e raccolse termini e frasi celtici, che prima gli erano sfuggiti.
Guardiamo per primi i nomi dei fiumi. Anche in Britannia quasi tutti i nomi dei fiumi sono celtici, pur quando scorrono attraverso regioni in cui i sassoni hanno usurpato la terra, quindici secoli fa.
Russell insegna che il significato algonchino del nome del fiume Ammonoosuc è "fiume della piccola pesca". Leggete: Am'-min-a-sugh e avrete le antiche radici celtiche che significano "piccolo fiume per prendere (pesce)". Si dice che entrambi i nomi "Cohas Brook" e "Coos County" derivino da una parola algonchina che indica l'albero di pino. Ma Cohas suona come il termine gaelico ghiuthas, ridondante nella scrittura, che significa "albero di pino".
Il fiume Merrimack ha più d'un nome indiano. Uno è Kaskaashadi, che somiglia e suona, molto da vicino, come la frase gaelica 'g-uisge-siadi, che significa "con acque che scorrono lentamente". Nessuno sembra oggi ricordarsi del significato del nome algonchino, ma Fell scommette che la similitudine col gaelico apra la via alla vera spiegazione. Per quanto riguarda l'altro nome, Merrimack, esso suona come le parole gaeliche mor-riomach, che significano "di grande profondità" e corrispondono piuttosto bene alla traduzione di Russell del termine algonchino: "dove si pesca profondo". Il fiume Nashaway è segnalato da Russell col significato "terra in mezzo". Non può essere la pronuncia di un illetterato del gaelico naisg-uir, che significa "terra collegata"?

 Foto di due dolmen in stile celtiberico, trovati presso North Salem, New York (Foto M. D. Pearson)

Proseguiamo col fiume Piscataqua, che significa "pietra bianca". Sembra molto simile al gaelico Pios-cata'-cua, che significa "pezzi di pietra bianca come neve", con un probabile riferimento al quarzo bianco, che abbonda nella regione. Segue il fiume Seminenal, che si dice significare "grani di roccia"; ma semen-aill in celtico significa la stessa cosa.
Il nome Quechee corrisponde col celtico cuithe, e significa burrone o orrido, un aspetto evidente nella costituzione del fiume, che scorre in quel baratro, profondo circa 54 metri; ed il nome del fiume Ottauquechee, che scorre nella gola, può essere letto come otha-cuithe, "le acque della gola" (la probabile pronuncia antica doveva somigliare più alla versione algonchina che non a quella celtica moderna, con le t aspirate soppresse).
Si dice che il nome del fiume Cabassauk significhi in algonchino "posto dello storione". Lo storione, sfortunatamente, è caduto vittima del degrado ambientale, ma i lettori familiari con quel pesce riconoscono che l'epiteto "a denti sbrecciati" rende bene l'aspetto delle sue file di ampie scaglie a denti di sega, separate da larghi intervalli. In gaelico cabach significa "a denti sbrecciati" e ciò che rimane, -sauk in algonchino, somiglia al gaelico -sugh, che significa "un posto per prendere"… in definitiva: per pescare lo storione.
I nomi delle montagne sono spesso, in Britannia, la corruzione d'antichi nomi celtici, e lo stesso è vero nel New England. Il nome della montagna Attilah dovrebbe significare "mirtilli", e somiglia ad aiteal, un termine gaelico che oggi si usa per le bacche di ginepro. Si dice che la collina Munt prenda il nome da "gente" ed il gaelico muintear significa "gente". Monad (in algonchino) e monadh (in gaelico) significano entrambi "montagna" ed appaiono nei nomi di monti. Così pure Kan-, che corrisponde al britannico Kin- ed al gaelico Ceann-, sono tutti prefissi relativi a picchi dominanti. Cnoc, termine gaelico per "collina" o dorsale rocciosa, sembra corrispondente al suffisso -nock in uso nel New England, che si trova in nomi di colline e montagne. Un altro nome algonchino usato per le montagne è Wadjak, che significa in realtà "in cima": ma è lo stesso significato del gaelico uachdar, che gli somiglia.
In Scozia e nelle Ebridi le colline coniche (specialmente se sono accoppiate) sono spesso conosciute con nomi inglesi, come Paps ("mammelle", nome diffuso), che sembrano residui dei tempi dell'Età del bronzo, quando si attribuivano tali caratteristiche alla Madre Terra. Nel New Hampshire abbiamo le montagne chiamate Uncanoonucks, nome tradotto dall'algonchino come "seno di donna". L'equivalente in gaelico sarebbe Uchd-nan-Ugan, e il nome geografico sembra una corruzione di tale espressione. I nostri antenati attribuivano anche ad alte rocce cilindriche un nome di simili origini, come il Fallo di Kupe, ma non ha ancora trovato un equivalente di derivazione celtica nel New England, benché non abbia dubbi di poterne trovare.
Cowissewaschook è il nome algonchino d'una montagna nel New Hampshire, che si dice significhi "picco coraggioso", ed è evidentemente derivato da Cuiseach-stuc, che in gaelico significa la stessa cosa. Così pure il nome Kearsage, che indica lo stesso picco, significa "dalla punta aguzza" e corrisponde al gaelico Cuimsich, con lo stesso significato.
Seguono nomi di luoghi che non sono direttamente connessi con la geografia. Per esempio, Saco, che indica il lato meridionale, corrisponde col gaelico seach e col latino siccus, entrambi col significato di "secco", una qualità appropriata per una regione in cui la pioggia e la neve arrivano di solito col vento del nord. Ponemah è un nome algonchino di località algonchina che significa "luogo di sosta" e sembra derivare dal gaelico bonn-amuigh, "luogo di stazione permanente".
Si dice che il nome del lago Monomonock significhi "isola" o "belvedere". Sembra corrispondere al gaelico Moine-manadh-ach, che significa "posto isolato per guardare". Lo stagno Pontanipo ("acqua fredda" in algonchino) ha lo stesso significato del gaelico Punntaine-pol (letteralmente: "pozza dal freddo che intorpidisce"). Il nome algonchino Natukko, secondo Russell, significa "radura" e lo stesso senso ha il gaelico Neo-tugha, che significa "scoperto". Il lago Asquam ("posto acquatico piacevole") ha un corrispondente gaelico in Uisge-amail, "acque per diporto".
Abbiamo illustrato l'argomento a sufficienza e sarebbe noioso proseguire indefinitamente. Se desiderate studiare ulteriormente i toponimi, in questo contesto celtico, potrete trovare utili i seguenti libri: Macalpine's pronouncing Gaelic Dictionary, ed uno dei dizionari algonchini pubblicati dall'U.S. Bureau of Ethnology.


Note:
1) Piccola imbarcazione celtica, capace d'imbarcare pochi uomini, costruita su un'intelaiatura a traliccio, rivestita di pelli cucite tra loro.
2) De Bello Gallico, libri III, XIII, I.
3) I greci le chiamavano hypozomata.

di Alberto Arecchi
liutprand@iol.it
www.liutprand.it


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